L’ora solare una seccatura? No, un risparmio da 100 milioni di euro

A ottobre ha fatto il suo ritorno, dopo i canonici sette mesi, l’ora solare. Spostando indietro le lancette di un’ora, si guadagna in luce la mattina presto. Per il ritorno all’ora legale (forse, visto che esiste l’ipotesi di eliminarla in tutti i paesi dell’Unione Europea) bisognerà attendere il prossimo 29 marzo 2020. Ma, oltre al fatto di dormire un’ora in più o meno, a seconda dei periodi, l’ora solare-legale porta dei vantaggi? Oppure per i cittadini ha solamente effetti simili al jet-lag?

Consumati 505 milioni di kilowattora in meno

Stando alle rilevazioni, lo spostamento indietro dell’ora porta diversi vantaggi, anche per le persone, in termini di consumi energetici e sostenibilità ambientale. Secondo le stime preliminari registrate da Terna dal 31 marzo 2019, grazie a quell’ora quotidiana di luce in più che ha portato a posticipare l’uso della luce artificiale, l’Italia ha risparmiato complessivamente 505 milioni di kilowattora (quanto il consumo medio annuo di elettricità di circa 190 mila famiglie), un valore corrispondente a minori emissioni di CO2 in atmosfera per 250 mila tonnellate. Considerando che nel periodo di riferimento un kilowattora è costato in media al cliente domestico tipo (secondo i dati dell’Arera) circa 20 centesimi di euro al lordo delle imposte, il risparmio economico per il sistema relativo al minor consumo elettrico nel periodo di ora legale per il 2019 è pari a circa 100 milioni di euro.

A aprile e ottobre il maggior vantaggio

Nei mesi di aprile e ottobre si è registrato, come di consueto, il maggior risparmio di energia elettrica. Il fenomeno, ricorda Italpress, è dovuto al fatto che questi due mesi hanno giornate più “corte” in termini di luce naturale, rispetto ai mesi dell’intero periodo. Spostando in avanti le lancette di un’ora, quindi, si ritarda l’utilizzo della luce artificiale in un momento in cui le attività lavorative sono ancora in pieno svolgimento. Nei mesi estivi come luglio e agosto, invece, poiché le giornate sono già più lunghe, l’effetto “ritardo” nell’accensione delle lampadine si colloca nelle ore serali, quando le attività lavorative sono per lo più terminate, e fa registrare risultati meno evidenti in termini di risparmio di elettricità. Dal 2004 al 2019, secondo i dati elaborati da Terna, il minor consumo di elettricità per il Paese dovuto all’ora legale è stato complessivamente di circa 9,6 miliardi di kilowattora e ha comportato in termini economici un risparmio per i cittadini di oltre 1 miliardo e 650 milioni. 


Il benessere aumenta la performance, anche al lavoro

Il benessere psicofisico aiuta ad alzare il livello di concentrazione e a gestire con serenità problemi e situazioni difficili. Non solo nella vita privata, ma anche al lavoro. Sembra banale, ma dormire bene e curare l’alimentazione aiutano a trovare l’energia necessaria ad affrontare le giornate lavorative. Chi non ha mai pensato di non riuscire a portare a termine un lavoro arenandosi in una situazione di sconforto? Tra stress, preoccupazioni e impegni può capitare di non rendere quanto si vorrebbe. E per aiutare i lavoratori a gestire al meglio i propri compiti Page Personnel, il brand di PageGroup, società di ricerca e selezione di personale qualificato, suggerisce sette semplici consigli per aumentare le performance sul lavoro.

Affrontare gli obiettivi con lucidità e fermezza

Passare in media 8 ore in ufficio genera di per sé un carico di stress, che si accumula con l’ansia per le attività complesse da svolgere, le deadline incombenti, e le responsabilità del proprio ruolo. “Se agli obiettivi sfidanti che l’azienda si aspetta da noi, aggiungiamo gli obiettivi di carriera personali, uno stile di vita non regolare, e intere giornate passate davanti al computer o ai meeting, il lavoro può davvero diventare snervante”, commenta Fabrizio Travaglini, Senior Executive Director di Page Personnel. Abituarsi a uno stile di vita sano e attivo è invece fondamentale. Non solo per ottenere risultati positivi ogni giorno, ma per riuscire a gestire i picchi di lavoro e gli incarichi complessi. Affrontare obiettivi personali e professionali con lucidità e fermezza è la chiave di molti professionisti di successo.

Giusto riposo, alimentazione equilibrata, attività fisica

Dormire bene dalle 7 alle 9 ore è un elemento chiave della produttività. Attenzione quindi al riposo: più si è riposati, maggiori saranno le probabilità di successo sul lavoro. Assicurare al proprio corpo la giusta quantità di nutrienti poi è essenziale per garantirsi la giusta dose di energia. Se si alimenta il corpo in maniera ottimale lo stesso avviene per la mente. E non si avranno cali di energia nei momenti meno opportuni. Poi, l’attività fisica è importante per tenersi in forma. Ma per fare attività fisica non è necessario un abbonamento in palestra, è sufficiente andare al lavoro a piedi o in bicicletta, o lasciare l’ufficio all’ora di pranzo per fare una passeggiata. In questo modo si può spezzare la giornata lavorativa per dedicare anche un po’ di tempo a se stessi. 

Obiettivi realistici, soft skills da coltivare, e tempo per sé

Fissare obiettivi irrealistici, suggeriscono gli esperti di Page Personnel, non solo esercita una pressione inutile, ma porterà a commettere errori. Fissare obiettivi raggiungibili giornalmente e per la settimana permette invece di eseguire bene i compiti aumentando le performance. Così come lavorare sulle proprie capacità. Che oltre a contribuire alla crescita professionale, è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi del team in cui si lavora. E se i periodi “di fuoco” non mancano mai, le classiche to-do-list sono ancore di salvezza, perché facilitano l’elaborazione delle mansioni da compiere e le priorità da tenere a mente. Inoltre, staccare la spina ogni tanto è una vera e propria necessità. Non si tratta di perdere tempo, ma di ricaricare le pile per aumentare la produttività una volta tornati operativi.

5 trucchi infallibili per riparare un’unghia rotta

La rottura di un unghia è uno degli incidenti più comuni e può anche essere molto doloroso, oltre che un inestetismo fastidioso. Può anche essere qualcosa di molto scomodo, perché un’unghia rotta è in grado di bloccarsi in qualsiasi tipo di tessuto provocando dolore e rovinando anche la nostra manicure per la quale abbiamo lavoriamo così duramente.

Quindi, la soluzione per risolvere autonomamente il problema è quella di frequentare un corso unghie per acquisire le conoscenze necessarie ad apportare tale riparazione, o quantomeno seguire i 5 consigli che seguono per tentare di risolvere.

1. Prevenzione

Sì, sappiamo che questo non è un modo per riparare l’unghia rotta bensì per impedire che ciò accada, ma è per questo che si trova in cima alla nostra lista dei suggerimenti. Tieni le unghie corte, perché  così hanno meno probabilità di rompersi e di rimanere bloccate in tutto quel che tocchi o con cui entri in contatto. Compra una lima di vetro e preferiscila a quelle di carta, perché non rovinano le unghie e durano più a lungo.

2. Con smalto gel trasparente

Dopo aver pulito accuratamente l’unghia, avendo cura che la parte spezzata non si incastri da qualche parte rovinandosi ancora di più, è possibile fissare l’unghia rotta con un po’ di colla per unghie, e applicare subito dopo uno strato di smalto trasparente con effetto gel che maschererà alla perfezione ogni piccolo segno di rottura.

 3. Risolvi con un unghia finta

Se una si è completamente rotta e dunque hai dovuto usare il tagliaunghie, procurati un pacchetto di unghie finte naturali. Posiziona l’unghia con un po’ di colla, puliscila e colorala in seguito dello stesso colore delle altre, nessuno noterà la differenza.

 4. Colla per unghie

Quando un’unghia si rompe quasi nel mezzo, tagliare è fuori dalle opzioni da prendere in considerazione. Usare la colla per tenerla ferma e non peggiorare le cose è il modo migliore per rimediare a questo tipo di inconveniente. Chiaramente bisogna prima verificare di non essere allergici agli acrilati, in quanto questi possono causare irritazione o dermatite.

 5. Usare un filtro da caffè

Pulisci l’unghia in modo che non vi siano residui di ogni tipo, e asciugala bene con un panno. Taglia un filtro di carta da caffè delle dimensioni di una piccola toppa che possa coprire la parte rotta dell’unghia (funziona anche una bustina di tè).

Applica sull’unghia rotta un generoso strato di smalto trasparente e posiziona immediatamente e delicatamente il pezzo di carta sulla parte rotta dell’unghia. Una volta che si asciuga, aggiungi uno o più strati di smalto trasparente. Vedrai che l’unghia tornerà ad essere solida e non si noterà più la linea di rottura.

Seguire questi semplici consigli ti consentirà di rimediare autonomamente ad un unghia rotta, sebbene si tratta di soluzioni temporanee. Seguendo invece uno specifico corso ti sarà possibile comprendere come prenderti cura delle tue unghie in maniera professionale e sfoggiare sempre unghie perfette.

Impianto ad osmosi inversa IWM

L’acqua è una risorsa essenziale per la vita, sia del nostro pianeta sia per tutti gli esseri viventi. Dall’utilità molteplice, senza questo elemento tutto andrebbe incontro al deperimento rapido, fino anche alla morte, laddove un organismo ne fosse privato. Questo vale soprattutto per l’uomo ma anche per le piante e gli animali. Per l’uomo l’acqua è necessaria per mantenere la giusta idratazione che serve per il corretto svolgimento delle funzioni organiche, fondamentale per espellere tutte le sostanze nocive e le tossine dal proprio organismo, per evitare che i reni siano sovraccaricati nel compito di eliminare, filtrando il sangue, le scorie, le quali, depositandosi, provocano la formazione di calcoli; fondamentale per ripristinare i sali minerali persi dopo un affaticamento, altrettanto come coadiuvante nel trattamento finanche delle allergie di stagione. Anche le piante sono fatte di acqua, ne costituisce la linfa; in quanti hanno notato tuttavia che, pur innaffiate regolarmente, non crescono come ci si aspetterebbe? Tutto dipende da che tipo di acqua diamo loro. Infatti per ottenere i massimi benefici da questo preziosissimo elemento, è necessario che sia un’acqua pura e ricca dei minerali essenziali alla salute, con un determinato pH e priva di tutte le scorie nocive che inevitabilmente la inquinano.

Ma quanto può costare l’approvvigionamento di questa risorsa essenziale, pur di essere sicuri di non nuocere a noi stessi e a ciò a cui teniamo? si pensi che la spesa stimata per il consumo di acqua imbottigliata è di circa 400 € al metro cubo. La soluzione ideale è quella di installare un purificatore d’acqua che consenta di avere in casa acqua pura come se sgorgasse direttamente da una sorgente, dunque con le stesse benefiche qualità. Ma non un purificatore qualsiasi, quanto un prodotto che davvero garantisca l’eccellenza e soprattutto che consenta un risparmio (ben 0,4 € al metro cubo) per chi acquista ed il beneficio affatto trascurabile di immettere nell’ecosistema meno plastica.

Oggi l’eccellenza ha un nome: IWM, International Water Machines, azienda leader nel trattamento delle acque potabili. Un’azienda premiata per l’impianto osmosi inversa domestico tecnologicamente più avanzato al mondo, producendo un’acqua dal pH elevato, biologicamente pura, leggera, alcalina e arricchita di tutti i sali minerali necessari al benessere del proprio organismo, dei nostri amici animali e delle nostre piante.Sul sito dell’ azienda si possono trovare molte altre informazioni, altrimenti basta chiamare il numero verde: 800 800 813 per avere a propria disposizione gentilezza, efficienza e celerità, nonché competenza.

Consumi alimentari e ambiente, vegani e vegetariani salveranno il pianeta?

Le sorti del pianeta dipendono da noi, e i consumi alimentari, così come tutto ciò che ruota attorno a essi, sono uno dei fattori che più impattano sull’ambiente. Aumentano quindi i segnali di attenzione verso la salute nostra e dell’ecosistema, e si afferma la consapevolezza nel valutare gli stili di vita anche in base alla loro ecosostenibilità. L’allevamento intensivo, ad esempio, è una delle principali fonti di inquinamento terrestre e determina importanti alterazioni del clima. Vegani vegetariani, e flexitariani, il movimento che applica una dieta che abbina alle proteine vegetali anche quelle animali, ma in percentuale molto ridotta, riusciranno a salvare il mondo?

Tutti i settori sono chiamati in causa

Secondo un’analisi di FutureBrand in Italia il numero di vegetariani e vegani è cresciuto del 7,3% rispetto al 2018. La domanda di piatti sani e sostenibili cresce, e i brand stanno già sperimentando prodotti e soluzioni per conquistare vegani, vegetariani e flexitariani.  A cambiare, però, non sono solo i consumi alimentari. Si impongono cambiamenti anche ad altri settori come, ad esempio, la moda. Orange Fiber, una startup italiana, produce tessuto ricavato dalla fibra delle arance di scarto, riporta Ansa. E in Thailandia alcuni supermercati hanno sostituito la plastica usata per confezionare i prodotti nel reparto ortofrutta con le foglie di banano. L’elenco di iniziative ecosostenibili è lungo e mostra come tutti i settori siano chiamati in causa.

Mangiare sano non è sufficiente

Ma tornando al settore alimentare basta la drastica diminuzione dei consumi di carne per salvare il pianeta? Per nulla. Mangiare sano non è sufficiente, anzi, può addirittura essere controproducente per l’ambiente. Usando il calcolatore sviluppato da BBC, si scopre quanto costa in termini di inquinamento addentare, per esempio, una mela. In termini di produzione di gas serra equivale a 51 km percorsi in auto in un anno, al riscaldamento per due giorni di un appartamento e ben 5.245 litri di acqua. L’attenzione è ancora interamente rivolta a equazioni tipo superfood uguale benefici per la salute, ma si omette di dire ad esempio, che le preziose bacche di Gojji per arrivare sulla nostra tavola hanno viaggiato dalla Cina e sono state imballate con materiale accoppiato non riciclabile.

I consumatori sono pronti a cambiare abitudini, ma i brand devono fare la loro parte

Servono quindi acquisti più consapevoli, e i brand devono fare la loro parte. Alcune risposte concrete arrivano dalla grande distribuzione, come in Francia, dove ha fatto scuola l’esperimento di Intermarché con la linea Moche, frutta e verdura buona ma salvata dalla pattumiera per sensibilizzare sullo spreco di cibo.  Secondo un’indagine dell’Osservatorio Giovani (Istituto Giuseppe Toniolo) l’80% degli intervistati si dichiara pronto a cambiare le proprie abitudini per contenere l’impatto dei cambiamenti climatici, ed è disponibile a ridurre al minimo gli sprechi alimentari. I giovani sono pronti a fare la loro parte, ma hanno bisogno di strumenti. Qualsiasi gesto pro-ecosistema, se ben comunicato, può produrre effetti positivi anche sul business. Oltre che su Madre Natura.

L’export italiano cresce, Milano è prima con 10,7 miliardi

Nei primi tre mesi del 2019 sono stati raggiunti 115 miliardi di euro di export, il 2,0% in più rispetto allo stesso periodo del 2018. Prima regione italiana per export è la Lombardia, con 31 miliardi, e in testa alla classifica delle città si piazza Milano, con 10,7 miliardi, pari all’1,0% di crescita. Seguono Torino, Vicenza, Brescia e Bergamo, ma nella top 20 anche Varese, Monza Brianza e Mantova. Le maggiori destinazioni sono la Germania, la Francia, e gli USA. E i nostri prodotti più esportati all’estero sono macchinari e apparecchiature, autoveicoli, prodotti della metallurgia, prodotti chimici, prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici.

La top 5 delle città che esportano di più

Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e di Promos Italia, la struttura del sistema camerale italiano a supporto dell’internazionalizzazione delle imprese: l’Italia nel primo trimestre del 2019 ha esportato prodotti per 114,7 miliardi, pari a 2,3 miliardi in più rispetto allo stesso periodo del 2018 (+ 2,0%). La top 5 delle città in classifica, dopo Milano, con 10,7 miliardi di euro circa (+1,0%), vede Torino, con 4,5 miliardi, Vicenza, con 4,4 miliardi, Brescia, con 4,1 miliardi, e Bergamo con 4 miliardi circa. Intorno ai 3 miliardi anche Bologna, Firenze, Treviso e Modena. Mentre fra le prime 20 anche le lombarde Varese e Monza Brianza, con oltre 2 miliardi, Mantova, con 2 miliardi.

L’Unione Europea copre il 57,6% del totale

Tra le regioni la Lombardia raggiunge quasi i 31 miliardi, un valore pari a oltre un quarto del totale italiano, ed è seguita dal Veneto e l’Emilia Romagna, con circa 16 miliardi. L’export italiano raggiunge soprattutto l’Unione Europea, con 63 miliardi, pari al 57,6% del totale (+1,5%). In particolare, all’interno dell’Unione si esporta soprattutto in Germania (14 miliardi) e in Francia (12 miliardi). Oltreoceano invece è l’America settentrionale, con gli Stati Uniti a guidare la classifica (11 miliardi), seguiti dal Canada (1 miliardo).

L’export italiano è guidato dal settore manifatturiero, soprattutto da macchinari, seguito dall’abbigliamento e i tessili, i mezzi di trasporto e i prodotti in metallo. Più nel dettaglio, tra i più esportati gli autoveicoli e i medicinali.

Quasi 107 miliardi di import, di cui con 8 dalla Cina

L’import nazionale, sempre nel periodo considerato, invece è di quasi 107 miliardi, per una crescita del +2,0%. Anche per quanto riguarda l’import prima regione la Lombardia, con 34 miliardi, seguita da Veneto, con 13 miliardi, Emilia Romagna, con 9 miliardi, Lazio con 9 miliardi, e Piemonte con 8 miliardi. Si distingue Milano, con 18 miliardi (+2%), seguita da Roma, con 5 miliardi, e Torino con 4 miliardi. Tra i primi prodotti importati i mezzi di trasporto, in particolare, gli autoveicoli, ma anche i prodotti dell’estrazione, soprattutto petrolio greggio, metalli e prodotti chimici.

Tra i maggiori partner, l’Unione Europea (58 miliardi), con Germania (17 miliardi) e Francia (8 miliardi), ma anche la Cina, con 8 miliardi.

Rivoluzione digitale e Risorse Umane: il futuro è agile e collaborativo

La rivoluzione digitale cambia le imprese e la gestione dei dipendenti. La direzione del cambiamento è quella del lavoro agile, tanto che nelle organizzazioni cosiddette agili a essere più motivato rispetto al proprio lavoro è l’85% dei dipendenti. Il triplo delle organizzazioni a gestione più tradizionale. Lo dimostra uno studio dell’Osservatorio Hr Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, secondo il quale il 54% delle direzioni Hr (Human Resources) delle aziende italiane ha una strategia mirata proprio in questa direzione.

“Un passaggio che tutte le realtà dovranno compiere per poter affrontare il futuro”

“La trasformazione verso modelli organizzativi più agili è un passaggio che tutte le realtà dovranno compiere per poter affrontare il futuro”, spiega Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio HR Innovation Practice. Uno scenario che non sfugge all’amministratore delegato di Q8 Italia, Giuseppe Zappalà che, intervistato dall’Adnkronos, sostiene che “in un mondo di profonda trasformazione con il digitale, l’innovazione, la competizione internazionale che incombono, le aziende ritengono sempre meno importante l’asset fisico, ma sempre più importante le persone”. Sono infatti proprio le persone che consentono di mantenere il contatto con il cliente, e i “veri patrimoni di un’azienda sono la clientela e le persone che riescono a soddisfarla”, aggiunge Zappalà.

Creare un ecosistema in cui condividere le idee

Per coniugare i tasselli strategici dell’organizzazione le aziende italiane iniziano quindi a orientarsi verso un’organizzazione più agile. E che la trasformazione digitale coinvolga gli uffici delle Risorse Umane ne è convinta anche la responsabile delle Hr di P&G South Europe, Francesca Sagramora. “Noi non pensiamo più di sviluppare piani di formazione interni – commenta – ma abbiamo aperto collaborazioni con università o startup, spesso realizzate da giovanissimi, creando un ecosistema in cui condividiamo idee. In un certo modo ci ‘contaminiamo’ – continua Sagramora – e, attraverso formule nuove, ci facciamo aiutare e condividiamo idee per trovare nuove soluzioni”.

La collaborazione resta al centro della strategia

In un mondo del lavoro in costante trasformazione tecnologica, secondo il direttore delle Risorse Umane di Microsoft Italia, Pino Mercuri, la componente strategica da mettere al centro è la collaborazione. E questo, evidenzia, “vale sia per il personale junior sia senior” visto che si lavora sempre di più con team virtuali, gruppi di lavoro collegati fra loro “da ogni parte del mondo”. Ma anche per il colosso dell’informatica, ai primi posti al mondo nei processi automatizzati, rimane la valorizzazione dell’elemento umano.

“Siamo produttori di tecnologia e siamo utilizzatori di tecnologia, ma – sottolinea Mercuri – crediamo in un mondo in cui la componente umana sarà sempre collegata alla componente digitale. Non crediamo a un’alternativa tra le due”.

Arrivano le nuove banconote da 100 e 200 euro: indistruttibili, “sopravvivono” anche alla lavatrice

Non hanno paura quasi di niente. Possono sopportare la centrifuga in lavatrice, l’asciugatura al sole e anche una passata di ferro da stiro: no, non si tratta di un tessuto, ma delle nuove banconote da 100 e 200 euro appena messe in circolazione. I nuovi biglietti, svelati a settembre 2018, andranno a completare l’emissione della serie ‘Europa’, “che offre una migliore protezione dalla falsificazione, rendendo le banconote in euro ancora più sicure”, si legge sul sito di Bankitalia. La loro resistenza, soprattutto, farà sì che ci sia la necessita di sostituirle con meno frequenza, a tutto vantaggio dei costi e dell’impatto ambientale. La Banca Centrale Europea, in un video, ha dimostrato come possano “sopravvivere” anche a trattamenti hard come lavaggi in lavatrice, abrasioni, esposizione alla luce del sole.

Quante e come sono

Le banconote da 100 e 200 euro sono ampiamente utilizzate sia come mezzo di pagamento sia come riserva di valore. A fine giugno 2018, riporta AdnKronos, circolavano 2,7 miliardi di banconote da 100 (13% di tutti i biglietti in euro in circolazione) contro 2,5 miliardi di banconote da 10 euro (12% circa del totale). In termini di valore la banconota da 100 è il secondo taglio più importante dopo quello da 50 e rappresenta quasi un quarto (23%) del valore di tutti i biglietti circolanti. Le banconote da 200 euro rappresentano invece l’1% del numero di biglietti in euro in circolazione e il 4% del valore totale. Come nuova caratteristica di sicurezza, queste banconote hanno un ologramma con satellite (apposto nella parte superiore della striscia argentata): muovendole appare il simbolo € che ruota attorno al numero. Simbolo che si distingue più chiaramente se esposto a luce diretta. Altra novità il numero verde smeraldo: muovendo una banconota, la cifra brillante nell’angolo inferiore sinistro produce l’effetto di una luce che si sposta in senso verticale; il numero inoltre cambia colore, passando dal verde smeraldo al blu scuro.

Riconoscibili anche per le persone ipovedenti

Infine, nella nuova serie Europa la Bce ha voluto tenere conto delle persone con problemi di vista, con le quali ha collaborato per crearle. Ecco perché ha messo a punto banconote dotate di caratteristiche particolari: i biglietti presentano grandi cifre in caratteri più marcati con tonalità maggiormente contrastanti per facilitarne il riconoscimento in base al colore. Ancora, lungo il bordo delle banconote sono stati predisposti dei segnali percepibili al tatto diversificati a seconda del taglio, 100 o 200 euro.

PA e interazione digitale, Italia agli ultimi posti in Europa

Se il valore medio dell’interazione digitale fra cittadini e Pubblica Amministrazione nell’Unione Europea è del 52%, in Italia nel 2018 solo il 24% dei cittadini dichiarava di aver interagito con la PA per via telematica, contro il 92% dei danesi, il 71% dei francesi, e il 57% degli spagnoli. Peggio di noi solo Bulgaria e Romania. Ma quali sono le ragioni di questo ritardo? Lo rivela il nuovo rapporto Agi-Censis realizzato nell’ambito del programma pluriennale Diario dell’Innovazione della Fondazione per l’Innovazione Cotec, che indaga la reazione degli italiani di fronte ai processi innovativi.

La trasformazione digitale è iniziata, ma gli italiani sono diffidenti

Secondo lo studio il rapporto tra cittadini e PA sta migliorando, ma indagando sui singoli servizi si scopre una scarsa conoscenza dei processi in atto: la popolazione italiana detiene un livello di competenze digitali decisamente basso, e una quota significativa di italiani vive in un mondo completamente “analogico”, riporta Adnkronos.

“La trasformazione digitale della PA è iniziata ed è possibile – commenta il direttore Agi Riccardo Luna -. Ma l’indagine registra anche una diffidenza degli italiani verso il nuovo che avanza: più che la curiosità, in molti vince la nostalgia. E non è un paradosso in un Paese in cui l’indice di vecchiaia è cresciuto di 25 punti percentuali in 10 anni, toccando il nuovo record storico”.

“Meno siti e tessere di plastica e molta più intelligenza”

“Da oltre trent’anni l’Italia spende tanta energia e moltissimi soldi per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, più di qualsiasi altro Paese europeo. Abbiamo aperto, per primi, cantieri innovativi su qualsiasi terreno digitale – spiega il segretario generale del Censis Giorgio De Rita -. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e questi dati rimarcano ancora una volta il gravissimo ritardo d’innovazione nelle piattaforme digitali pubbliche e nel funzionamento della burocrazia”. Secondo De Rita l’errore che ripetiamo inesorabilmente è puntare tutto sull’ultimo passo dei processi amministrativi, “il più visibile e spendibile sul fronte del consenso politico”, e rinunciamo a ogni innovazione negli schemi organizzativi e che traduca la complessità burocratica in interazioni semplici per imprese e cittadini. “Gli italiani si aspettano meno siti e tessere di plastica e molta più intelligenza”, aggiunge De Rita.

“Siamo solo all’inizio di un percorso lungo, ma decisivo”

“I dati del rapporto Agi-Censis documentano l’errore di chi nel passato sosteneva che la rivoluzione digitale nella PA fosse già avvenuta – commenta Giulia Bongiorno, Ministro per la Pubblica Amministrazione -. Quando mi sono insediata eravamo all’anno zero e sono stata costretta a emanare una circolare per sollecitare la nomina dei Responsabile per la Transizione al Digitale (RTD). Siamo quindi solo all’inizio di un percorso lungo, ma decisivo, per trasformare la Pubblica Amministrazione”.

Gli errori fanno bene: come sbagliare e avere successo

Sbagliando si impara e solo chi non fa non sbaglia. Sono massime consolatorie e luoghi comuni, che però regalano un briciolo di speranza a chi colleziona fallimenti e sconfitte. D’altronde, la consolazione arriva anche dall’esempio di falliti celebri del passato, come Henry Ford, che fu cacciato dalle industrie automobilistiche prima di costruire la prima Ford, Steve Jobs, licenziato agli albori, o Albert Einstein, pessimo studente. Per realizzarsi, nella vita professionale quanto in amore, ci vuole una profonda riflessione dedicata ai passaggi che portano all’errore che, per sua natura, si ripeterà. Tanto che gli errori divengono parte di un “metodo scientifico e didattico” secondo cui sbagliare diventa il punto di forza per una filosofia di vita che punta… al successo.

Il fallimento positivo

L’errore non porta a un vicolo cieco se analizzato in profondità. Al contrario, conduce a una nuova strada. Insomma, ognuno di noi ha un piano che, sbagli inclusi, prima o poi funzionerà. Non bisogno quindi rinunciare, ma guardare “dentro” a questi errori. Ma come? Le chiavi del fallimento positivo sono il fulcro del libro Elogio del fallimento. Perché sbagliare fa bene (Sperling & Kupfer) di Francesca Corrado, economista, ricercatrice ed ex-fallita, che nel 2017 a Modena ha fondato la Scuola di Fallimento.

“Guardare ai propri fallimenti significa lavorare sulla propria consapevolezza, sui propri sogni e obiettivi per fare accadere ciò che si ritiene abbia valore – spiega Francesca Corrado -. Il metodo del fallimento punta a fare emergere le potenzialità delle persone, rafforzandole col tempo”.

Ingranaggi rotti che si possono riparare

Insomma, il fallimento è un feedback per ripensare a ciò che si vuole davvero. “L’errore fa tornare indietro – continua Corrado – rivivere i vari passaggi vissuti, in modo scientifico, e aiuta a proseguire con più tenacia”.

Si può scoprire, ad esempio, di commettere sempre gli stessi errori, basati su una nostra debolezza, o una svista. Semplici ingranaggi rotti che però si possono riparare, e lavorare sull’errore fa diminuire la probabilità di un’ennesima sconfitta futura.

Un piano A, uno B e un piano Z

Per non rinunciare ai propri sogni inoltre è bene disporre contemporaneamente di un piano A, un piano B, e uno Z, riporta Ansa. Se il primo è l’obiettivo da raggiungere il secondo non è un piano alternativo se il primo fallisce, ma lo stesso piano da seguire cambiando le strategie. E il piano Z? È un piano a breve termine, che ha lo scopo di far recuperare le forze e le idee per elaborare un nuovo piano A se i primi due dovessero risultare fallimentari.

Avere un piano Z, quindi, consente di convivere con l’incertezza dei primi due. La cultura (sana) del fallimento, insomma, è la strada vincente per realizzarsi.