L’Italia più innovativa? E’ quella green 

Il nostro Paese, spesso un po’ bistrattato, scopre invece di avere un talento nascosto ma solidissimo: l’innovazione ambientale.

Il nuovo rapporto “Competitivi perché sostenibili”, firmato da Fondazione Symbola e Unioncamere, fotografa un’Italia che, lontano dai riflettori, si è piazzata tra i primi tre Paesi europei per numero di brevetti green e terza per quota di imprese brevettatrici: 16,5 ogni mille aziende. Fanno meglio solo Germania e Austria.

Il manifatturiero è la culla dei brevetti ambientali

L’innovazione “vera” non nasce nei laboratori, come invece tendiamo a pensare un po’ tutti. Il motore principale dei brevetti ambientali è il manifatturiero, che da solo pesa per il 59%. Seguono ricerca scientifica, tecnologie digitali, commercio all’ingrosso e costruzioni.

In pratica, sono le imprese – titolari di oltre l’80% delle domande – a trasformare idee e intuizioni in soluzioni concrete.

Il Nord fa incetta di brevetti

La geografia dell’innovazione vede Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte ai vertici  della classifica grazie a un mix ben rodato di industria, ricerca e capacità di fare rete. Qui la sostenibilità è già una leva competitiva.

L’Italia eccelle in tecnologie verdi

Ci sono settori in cui il contributo italiano pesa più della media europea: mobilità sostenibile, efficienza energetica negli edifici, gestione delle acque e dei rifiuti. E poi l’ICT applicato al clima, cresciuto addirittura del 270% in dieci anni.

Segnali di un ecosistema innovativo che lavora spesso sotto traccia ma produce risultati concreti.

Imprese green più forti e produttive

Il dato che fa drizzare le antenne agli economisti è un altro: le aziende che brevettano tecnologie verdi non sono solo più sostenibili, sono anche più competitive. Fatturano in media molto di più, esportano di più, attraggono capitali stranieri e hanno personale più qualificato.
In sostanza, innovare in chiave ambientale non è un costo etico: è una strategia industriale.

Le voci dei protagonisti

Secondo Ermete Realacci, presidente di Symbola, l’Italia possiede tutte le carte per diventare leader europeo dell’innovazione verde, ma serve un salto di scala negli investimenti e nel trasferimento tecnologico.

Sulla stessa linea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli, che ricorda come ogni brevetto nasca da ricerca e capitali, ma acquisti valore reale solo se protetto e riconosciuto anche dal sistema finanziario.

Come le app stanno cambiando il modo in cui viviamo gli spazi urbani

L’Intelligenza Artificiale, che è entrata così massicciamente nelle nostre vite, oggi disegna anche l’equilibrio degli spazi urbani. Per essere più chiari: tutte le volte che usiamo una app – come TripAdvisor o Google Maps – pensiamo di ricevere semplicemente dei suggerimenti utili. Ma in realtà non è proprio così: in realtà partecipiamo a un meccanismo più grande,  che in silenzio ridisegna le città. Senza cantieri, senza gru, ma con una quantità impressionante di dati.

A dirlo è una ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche e della Scuola Normale Superiore di Pisa, pubblicata sulla rivista Machine Learning. 

Un dialogo tra cittadini e algoritmi

La ricerca si basa su un presupposto semplice. Ogni suggerimento genera una scelta, ogni scelta produce dati, e quei dati tornano all’algoritmo che mette a punto i consigli successivi. Un circolo continuo che connette fra loro app, comportamenti individuali e trasformazioni della città.

Luca Pappalardo, ricercatore del Cnr-Isti di Pisa, lo definisce un vero e proprio ciclo di influenza reciproca. Non si tratta di stabilire se un’app sia “brava” a consigliare, ma di capire che tipo di città contribuisce a creare nel tempo, spostando persone, attenzioni e opportunità da una zona all’altra.

Siamo veramente liberi di scegliere?

Dal punto di vista pratico, siamo tutti contenti di ricevere buoni consigli dalle applicazioni. Ci aiutano a provare posti nuovi, ad allargare le abitudini, a uscire dai percorsi consueti. Ma se si cambia prospettiva il quadro è un po’ meno rassicurante.  

Secondo lo studio, a livello collettivo le scelte guidate dagli algoritmi tendono a far convergere flussi e visite sempre sugli stessi luoghi. Alcune aree diventano iper-frequentate, altre escono invece dalla geografia mentale delle persone. In questo modo nascono nuove disuguaglianze urbane, poco visibili ma molto reali.

Capire la città prima di gestirla

Per analizzare questi effetti, i ricercatori hanno costruito un simulatore capace di riprodurre il rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale nel contesto urbano. Un modello che non guarda solo al singolo utente, ma alle dinamiche collettive che emergono nel tempo: concentrazione, polarizzazione, perdita di varietà.

Giovanni Mauro, della Scuola Normale, parla di uno sguardo inedito sui sistemi di raccomandazione. E Marco Minici del Cnr-Icar sottolinea un passaggio chiave: l’algoritmo va considerato come un attore urbano, non come uno strumento neutro.

Una questione che riguarda tutti

La conclusione dello studio invita alla consapevolezza. Se le città vengono anche “suggerite”, allora progettare l’intelligenza artificiale diventa una scelta politica e culturale.

Uno strumento che, se pensato bene, può aiutare amministrazioni e cittadini a costruire spazi più equi, accessibili e vivi.

Starup Fintech & Insurtech: raccolti 202 milioni di euro, +29% di ricavi 

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano: a fine 2025 in Italia si contano 485 startup attive. Tra qualche nuova apertura, alcune chiusure e numerose M&A. rispetto alle 596 del 2024 risultano in diminuzione.
Nei primi dieci mesi del 2025 le Fintech e Insurtech italiane hanno raccolto complessivamente 202 milioni di euro tra equity e strumenti convertibili, -19% rispetto al 2024.

Ma le realtà esistenti rafforzano la propria posizione: ricavi in crescita, maggiore solidità finanziaria e migliore capacità di adattamento all’evoluzione competitiva.
Il valore mediano dei ricavi previsto per il 2025 è di 700.000 euro, in aumento rispetto ai 500.000 euro del 2024 (+29%) e i 350.000 euro del 2023 (+50%).

Il 46% ha già raggiunto il break-even

A confermarsi è anche la profittabilità. Il 46% ha già raggiunto il break-even, in linea con il 44% del 2024.
Per il 44% delle startup italiane Fintech e Insurtech la principale sfida per la crescita è nel trovare il funding.
Il 42% è in fase di ricerca attiva di capitale, ma il mercato è fortemente polarizzato. Da un lato, il 9% ricerca grandi round, superiori ai 5 milioni di euro, per rafforzare la crescita, e in prospettiva diventare unicorno.

Dall’altro, il 63%, punta a chiuderne quanto prima uno inferiore ai 2 milioni, per completare lo sviluppo del prodotto e rafforzare gli sforzi commerciali.
Il sentiment comunque è positivo. Il 62% guarda con ottimismo ai prossimi 12 mesi e il 73% ai prossimi tre anni.

L’internazionalizzazione è un driver strategico

Oggi solo il 32% delle Fintech e Insurtech serve almeno un altro Paese europeo, e solo il 2% dei ricavi è realizzato fuori dall’Italia. L’internazionalizzazione però è considerata un driver strategico. Il 79% delle startup in futuro intende aprire anche all’estero.

Nel settore si afferma poi l’AI, ormai centrale per elaborare rapidamente grandi volumi di dati, con il 51% delle realtà che usa l’AI di tipo analitico (Machine Learning e Big Data Analytics), e il 41% la GenerativeAI.

“L’ecosistema dell’innovazione vive una fase di assestamento”

“Oggi il Fintech non è più un settore a parte, ma una componente matura e integrata del sistema finanziario. E il contesto del 2025 ne è la prova: da un lato gli operatori tradizionali sono tornati protagonisti, forti di una marginalità ai massimi storici, e hanno ripreso in mano le redini del gioco, dall’altro l’ecosistema dell’innovazione vive un’intensa e necessaria fase di assestamento. Questo scenario alimenta un mercato dinamico in cui gli incumbent fanno ‘spesa’ di tecnologia e talento, mentre le startup più mature trovano nell’acquisizione una via strategica per lo scaling up – spiega Marco Giorgino, Responsabile Scientifico Osservatorio -. La sfida per la competitività del sistema sarà gestire il potere e le conseguenze sociali, etiche e competitive dell’AI, all’interno di un perimetro normativo che è al tempo stesso abilitatore e vincolo”.

Il digitale accorcia le distanze: la nuova ricerca sulla prossemica nella realtà virtuale

Le nuove tecnologie stanno disegnano un presente diverso, che ha effetti importanti anche nel mondo reale. Nelle relazioni, ad esempio, sta cambiando il nostro modo di incontrarci, imparare e condividere esperienze. Il digitale non è più uno strumento relegato alle macchine: è un vero e proprio ambiente di relazione, un luogo in cui si riversano culture, emozioni e comportamenti che fino a ieri pensavamo appartenessero solo alla vita “vera”.

In questo contesto si inserisce l’anticipazione della nuova ricerca realizzata da EY Italia insieme all’Istituto Italiano di Tecnologia e all’Università La Sapienza, che prova a rispondere a una domanda tutt’altro che banale: come cambiano le nostre distanze quando ci muoviamo in un mondo virtuale?

Dal Padiglione Italia Virtuale una lente sulle relazioni digitali

Il lavoro nasce da un’esperienza concreta. In occasione dell’Expo 2025 Osaka, EY ha partecipato allo sviluppo del Padiglione Italia Virtuale, una ricostruzione tridimensionale delle principali aree dell’esposizione fisica, visitata online da oltre sette milioni di utenti. Un ambiente ricco di stimoli, ideale per osservare come le persone si muovono e interagiscono quando non sono più limitate dalla fisicità.

Da qui ha preso forma lo studio Prossemica virtuale: influenza dei fattori corporei, sociali e culturali sulla modulazione della distanza interpersonale nella realtà virtuale immersiva, condotto su un campione di circa duecento partecipanti equamente divisi tra italiani e giapponesi.

Culture diverse, distanze diverse

I ricercatori hanno misurato quanto i partecipanti si avvicinassero o si allontanassero da avatar appartenenti ai due gruppi culturali, valutando anche percezioni di attrattività, fiducia e possibili bias impliciti.

I risultati parlano chiaro: il background culturale continua a orientare il comportamento anche quando ci muoviamo in uno spazio digitale. I partecipanti giapponesi mantengono mediamente una distanza di 161 centimetri, mentre gli italiani si fermano a 129. Una differenza di 32 centimetri che conferma come certe abitudini sociali non svaniscano entrando in un visore.

Il digitale non copia il reale: lo reinterpreta

Accanto a queste differenze, emerge un’altra dinamica affascinante. La percezione di attrattività e affidabilità degli avatar contribuisce a ridurre la distanza interpersonale. Ogni punto in più di attrattività comporta una contrazione di 0,27 centimetri, mentre un incremento della fiducia vale una riduzione di 0,17 centimetri.

Come ha sottolineato Giuseppe Perrone, AI & Data Consulting Leader di EY Italia, piccoli cambiamenti nella percezione possono accorciare lo spazio tra le persone, aprendo la strada a nuove possibilità di inclusione.

Verso Expo 2030 Riad

La realtà virtuale diventa così un laboratorio sociale, un luogo in cui possiamo sperimentare modi nuovi di avvicinarci all’altro e superare confini culturali.
Eventi globali come Expo 2030 Riad potrebbero diventare il terreno ideale per sfruttare questo potenziale, facendo del digitale non solo una vetrina, ma uno strumento concreto di dialogo e collaborazione tra i popoli.

Giovani del Nord Italia: perché andare a vivere da soli è così difficile?  

Un sogno che per tanti giovani italiani è destinato a rimanere tale. Andarsene di casa, trovare la propria autonomia abitativa, nel 2025 è ancora un passo molto complicato.

I dati Eurostat fotografano la situazione con una certa crudezza: in Italia l’età media per lasciare il tetto familiare supera i 30 anni, ben sopra la media europea. Una discrepanza che ha origini ben precise, soprattutto se guardiamo al Nord del Paese.

Il Nord corre, ma non abbastanza sul fronte della casa

A osservare questo scenario ci sono anche aziende come Starposa srl che, lavorando nel mondo delle ristrutturazioni, vedono da vicino come cambiano le esigenze abitative delle nuove generazioni.
In Lombardia, dove il mercato immobiliare è particolarmente complicato, l’età in cui si conquista una casa tutta propria arriva a sfiorare i 30 anni e mezzo. Milano, con i suoi affitti da capogiro, spiega bene perché tanti ragazzi restino ancora a casa con mamma e papà.

Il Piemonte presenta un quadro un po’ più favorevole. A Torino la media scende sotto i 30 anni, grazie a un mercato più abbordabile e alla presenza di molti studenti che sperimentano la vita in condivisione già durante l’università.
L’Emilia-Romagna, con Bologna capofila, mostra una maggiore dinamicità: qui l’età media per iniziare un percorso fuori dal nucleo familiare è di circa 29 anni e mezzo. Aiuta sicuramente una serie di politiche locali a sostegno dell’affitto, ma anche qui la vera autonomia arriva spesso solo dopo i 30.

Tra lavoro, prezzi e legami familiari

Il motivo di questo slittamento in avanti è un mosaico di fattori che si incastrano fin troppo bene: lavori precari, stipendi che arrancano e prezzi delle case che sembrano arrivare alle stelle.

A tutto ciò si aggiunge la tipica cultura familiare italiana, dove non è affatto raro che i figli restino più a lungo sotto lo stesso tetto. Non per dipendenza, ma perché rappresenta una sicurezza, un punto d’appoggio che difficilmente si vuole perdere.

Co-living e soluzioni “ponte”: un aiuto, ma non la soluzione

Per tirare avanti senza prosciugare lo stipendio, molti giovani si affidano a formule più leggere, come il co-living: appartamenti condivisi, spazi comuni e costi più bassi. Funziona bene nelle città più dinamiche come Milano, Torino e Bologna, dove sono nati progetti moderni e piuttosto attrattivi.

Poi ci sono gli affitti brevi, utili per chi si sposta spesso, ma difficili da trasformare in una base stabile su cui costruire una nuova vita.

La strada è ancora lunga

Nel 2025 alcune amministrazioni del Nord hanno iniziato a proporre contributi per l’affitto, agevolazioni per la prima casa e iniziative di housing sociale.
Segnali positivi, certo, ma che da soli non bastano a ribaltare la situazione.

Un traguardo che richiede tempo, coraggio e opportunità

La verità è che, nel Nord Italia, andare a vivere da soli resta un obiettivo che si raggiunge più tardi rispetto a quanto molti vorrebbero.

Non è solo una questione economica: è una combinazione di opportunità, aspettative e possibilità reali. E anche se oggi esistono nuove soluzioni abitative, il salto verso la piena autonomia richiede ancora tempo, stabilità e un futuro un po’ più solido.

Dlgs incentivi, Unioncamere: solo 1 impresa su 5 conosce le opportunità

Gli incentivi alle imprese ci sono, quello che manca è la conoscenza delle misure di sostegno. A dirlo è Unioncamere, che ha rilevato che soltanto una azienda su cinque è davvero a conoscenza delle misure disponibili per il proprio settore e territorio. Molte realtà, soprattutto le piccole e medie, vengono a sapere dell’esistenza dei bandi solo grazie al passaparola o al supporto di consulenti privati.

Il dato è stato presentato dal segretario generale Giuseppe Tripoli durante un’audizione alle commissioni Attività produttive della Camera e Industria del Senato, impegnate nell’esame del nuovo schema di decreto legislativo che introduce il codice degli incentivi.

Il ruolo delle Camere di commercio

Negli ultimi anni il sistema camerale ha cercato di colmare questo divario. Sportelli informativi, seminari, attività di supporto diretto: migliaia di imprese sono state accompagnate nel percorso di accesso alle agevolazioni. Nonostante ciò, il problema rimane. Troppe aziende, in particolare quelle medio-piccole, non riescono a orientarsi tra norme, scadenze e procedure.

“C’è un deficit di informazione e di assistenza operativa – ha sottolineato Tripoli – che rischia di escludere una parte importante del nostro tessuto produttivo”.

La proposta di un “punto di appoggio” stabile

Per Unioncamere serve una cabina di regia chiara e permanente. Tripoli ha parlato della necessità di un “last resort”: una struttura che segua l’intero percorso, dall’ideazione degli incentivi fino alla loro applicazione concreta, in grado di sostenere le imprese passo dopo passo.

“Il decreto è ben fatto, mette ordine tra le diverse priorità, ma va rafforzato nell’attuazione”, ha spiegato il segretario generale. “È fondamentale individuare un soggetto che segua l’intero ciclo di vita degli incentivi, dalla progettazione alla realizzazione. Unioncamere e il sistema camerale hanno le caratteristiche per svolgere questo compito”.

In ballo c’è la competitività delle imprese

Il tema non riguarda solo la burocrazia, ma la competitività stessa delle imprese. Per una piccola o media azienda, riuscire ad accedere a contributi e agevolazioni può significare crescere, innovare, investire in nuovi mercati. Al contrario, restare fuori da questi meccanismi rischia di frenare lo sviluppo.

Il Parlamento dovrà ora decidere come migliorare il testo del decreto e se accogliere la proposta di affidare a Unioncamere un ruolo centrale. 

Aziende e crisi: due terzi dei CEO e CFO puntano sul lavoro ibrido

Nove CEO e CFO su dieci sono preoccupati per l’impatto dell’instabilità macroeconomica sulle loro attività. Di conseguenza, stanno optando per il lavoro ibrido per consentire ai dipendenti di lavorare da più sedi. Una strategia per salvaguardare le proprie attività, ridurre i costi e migliorare la resilienza operativa.

I risultati dell’ultima ricerca dell’International Workplace Group (IWG) evidenziano infatti una chiara tendenza verso l’adozione di modalità di lavoro più flessibili, poiché quattro su cinque CEO e CFO (83%) affermano che il lavoro ibrido svolge un ruolo cruciale nelle strategie di risparmio sui costi, per attenuare l’attuale turbolenza economica. Inoltre, l’86% di CEO e CFO sta implementando misure finanziarie proattive per proteggere l’azienda.

La flessibilità aiuta a gestire l’incertezza economica

I dirigenti affermano che modelli di lavoro flessibili hanno migliorato la resilienza operativa, consentendo di ridurre significativamente i costi generali, come spazi ufficio, utenze e spese (77%), liberando risorse da reinvestire in altre aree aziendali o creando una riserva contro costi imprevedibili e future fluttuazioni del mercato.

Il 74% di CEO e CFO afferma inoltre che questi modelli hanno permesso di esplorare nuove sedi aziendali, offrendo maggiore flessibilità e potenziale di crescita e un notevole aumento della produttività dei dipendenti (83%). I vantaggi significano poi che il 79% sta valutando ulteriori spazi di lavoro flessibile per contribuire a gestire l’incertezza economica.

Un obiettivo strategico per le future assunzioni

Sebbene oltre due terzi di CEO e CFO (67%) stia ridimensionando o pianificando la riduzione dei costi operativi non perde di vista le persone. Molti CEO affermano che produttività (37%), benessere dei dipendenti (23%) e rafforzamento della fidelizzazione dei talenti a lungo termine (17%) siano essenziali in periodi di crisi economica.

Nell’ambito di questa attenzione al talento, l’88% dei dirigenti aziendali afferma che il lavoro ibrido aumenta la soddisfazione dei dipendenti, rendendolo un obiettivo strategico per le future assunzioni.

Affrontare l’incertezza promuovendo l’efficienza e la crescita aziendale

“In tempi di volatilità economica, i CEO stanno valutando attentamente come affrontare l’incertezza promuovendo al contempo l’efficienza e la crescita delle proprie aziende – commenta Mark Dixon, CEO e fondatore di International Workplace Group –, e riconoscono che la flessibilità è fondamentale non solo per salvaguardare le proprie attività, ma anche per migliorare la produttività dei team”.

Consentire ai team di lavorare più vicino a casa, in spazi di lavoro e uffici locali, consente alle aziende che operano con il modello ibrido di ridurre significativamente i costi e migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata dei dipendenti.

“Minaccia” GenAI: chi è più vulnerabile ai rischi? Le donne e i bambini

Sono le donne e i bambini le categorie più esposte ai rischi dell’Intelligenza artificiale generativa (GenAI): è quanto emerge dal rapporto sulla GenAI, la prima analisi completa del Centro comune di ricerca (Jrc, Joint Research Centre) dell’Unione Europea sull’impatto tecnico e socio – economico di questa tecnologia.

Sebbene questa tecnologia possa essere molto utile ai bambini, poiché permette di personalizzare le esperienze di apprendimento, sostenere l’espressione creativa e migliorare la comunicazione dei bambini, la GenAI comporta rischi di manipolazione e problemi di privacy. E le donne rischiano di trovarsi di fronte a disuguaglianze nelle assunzioni, perché gli algoritmi di AI favoriscono i candidati uomini rispetto alle candidate donne altrettanto qualificate.

Pregiudizi e stereotipi di genere negli algoritmi?

Se la GenAI potrebbe aiutare, in particolare, i minori con disabilità, o quelli che devono affrontare barriere linguistiche, al tempo stesso i minori sono più vulnerabili ai pericoli delle false informazioni perché le loro capacità cognitive sono ancora in fase di sviluppo.

Altri rischi sono legati ai sistemi che presentano pregiudizi e stereotipi, nel caso i loro dati riflettano disuguaglianze storiche e sistemiche.
Un esperimento del Jrc ha riscontrato pregiudizi di genere nei modelli di AI utilizzati per il processo decisionale finanziario, con un divario di circa il 4% a favore degli uomini. Un risultato simile ad altri studi sui modelli utilizzati dalle banche per effettuare valutazioni del rischio.

Cina e USA dominano per investimenti. UE al terzo posto

Sempre secondo il rapporto sulla GenAI del Centro comune di ricerca, il panorama competitivo globale della GenAI è dominato dalla Cina e dagli Stati Uniti. In particolare, la Cina contribuisce per il 60% e gli Stati Uniti per il 12%.

La Ue si colloca al terzo posto, contribuendo al 7% delle attività globali di GenAI, ossia ricerca, nuovi brevetti, operazioni commerciali e investimenti nella tecnologia. 

L’Europa produce il 21% degli articoli scientifici a livello mondiale

Secondo i ricercatori, l’Europa è al secondo posto a livello globale nelle pubblicazioni di ricerca sulla GenAI, producendo il 21% degli articoli a livello mondiale, oltre 3.000 nel 2023.

Tuttavia, riporta Ansa, i brevetti depositati nella Ue rappresentano solo il 2% della quantità globale. Questo sottolinea la necessità di investimenti in soluzioni innovative di GenAI.
Inoltre, osservano gli esperti, le startup europee che si occupano di GenAI hanno difficoltà ad accedere al capitale di rischio. E con un divario notevole di finanziamenti rispetto agli Usa.

Intelligenza artificiale: meglio parlare con un operatore “umano” 

È quanto emerge dalla nuova ricerca del Pulsee Luce e Gas Index in collaborazione con NielsenIQ: il 73% degli italiani ammette di fare uso dell’Intelligenza artificiale con frequenza, il 47% quotidianamente o diverse volte alla settimana. Le finalità dell’utilizzo? Sono soprattutto personali e ricreative (68%), ma si scontrano con un minore apprezzamento quando l’Intelligenza artificiale diventa un interlocutore a cui richiedere assistenza o supporto per esigenze concrete.

L’Intelligenza artificiale è ormai parte integrante della nostra vita quotidiana, ma l’interazione umana sotto forma di intelligenza emotiva ed empatia rimane ancora, per alcuni aspetti, insostituibile. Anche nell’ambito del customer care.

Quasi 9 italiani su 10 pensano che l’AI non riesca a interpretare le necessità dei clienti

‘La persona con cui ho parlato è stata estremamente gentile e comprensiva delle mie richieste. Credo che l’interazione umana sia un valore aggiunto’: è solo una delle svariate recensioni Trustpilot su Pulsee Luce e Gas che confermano questo aspetto.
L’interazione con una persona reale resta importante per la grande maggioranza degli intervistati (83%), soprattutto nell’ambito del customer care.

Per quasi 9 italiani su 10 infatti l’AI non riesce a interpretare le necessità quanto un operatore umano, e per quasi un italiano su due offre un livello di comprensione e supporto inferiore.
Come conseguenza, nel caso dei servizi di assistenza, quasi il 90% del campione dichiara di aver abbandonato una conversazione con l’AI per incomprensione della richiesta (37%), mancanza di proposte utili per la risoluzione di un problema (22%) e frustrazione per la tipologia di conversazione intrapresa (17%).

Superiore per velocità di calcolo ma inferiore per comprensione di emozioni e sentimenti

Nel confronto tra Intelligenza artificiale e umana, la prima è considerata superiore per velocità di calcolo e analisi dei dati (82% delle preferenze) e automazione di compiti complessi (70%). La seconda si posiziona al di sopra dell’AI nella capacità di comprendere emozioni e sentimenti (83% degli intervistati), interazione sociale e comunicazione empatica (75%), etica e moralità (72%).
I più ottimisti credono che l’AI colmerà il divario con l’empatia umana, ma non prima di 15 anni.

In ogni caso, si riscontra una certa apertura verso modelli ibridi, come i servizi clienti che combinano un operatore umano con l’AI (53%), mentre una quota ridotta degli italiani (4%) dichiara di preferire un servizio clienti totalmente automatizzato.

Utile per semplificare le attività della vita quotidiana, ma meglio non condividere dati personali

Un altro tema critico riguarda la fiducia. Solo un italiano su dieci si fida a condividere dati personali con l’AI.
Analogamente, in una prospettiva di miglioramento del servizio clienti, la maggior parte (59%) preferisce aziende che puntano sulle persone rispetto all’automazione.

Oltre al tema dell’assistenza clienti, tuttavia, l’AI viene considerata uno strumento utile per semplificare alcune attività della vita quotidiana, anche in termini di sostenibilità e risparmio.
Il 61% degli intervistati infatti considera l’AI una risorsa funzionale all’ottimizzazione dei consumi, grazie al contributo di assistenti virtuali, sistemi di domotica intelligente e app di gestione energetica.

Imprese e istituzioni finanziarie: le aspettative di innovazione dei CFO  

Lo conferma l’edizione 2024 dell’Osservatorio Innovazione Finanziaria – Verticale Imprese di AIFIn, The Financial Innovation Think Tank: i Chief Financial Officer (CFO) italiani riconoscono il ruolo fondamentale svolto dalle istituzioni finanziarie nel supportare e finanziare con servizi a valore aggiunto le imprese.
In questo contesto, emerge anche un forte interesse verso l’applicazione dell’AI per migliorare i processi analitici e decisionali, pur ribadendo l’importanza di preservare un adeguato livello di interazione umana, soprattutto nelle valutazioni più complesse. In particolare, nella concessione del credito.

Allo stesso tempo, i CFO segnalano l’esigenza di una personalizzazione dell’offerta, una maggiore rapidità e trasparenza nei processi, nonché un rafforzamento delle competenze tecniche e settoriali da parte dei diversi operatori del sistema finanziario.
Particolare attenzione viene rivolta alla necessità di semplificare la gestione operativa e alla sviluppare soluzioni finanziarie più flessibili e coerenti con le specificità aziendali, soprattutto le Pmi. 

Aumenta la rilevanza dei criteri ESG

Per i CFO la dimensione ESG rappresenta un ambito di crescente rilevanza.
Le imprese manifestano la volontà di integrare la sostenibilità nei propri modelli di sviluppo e riconoscono il potenziale strategico del dialogo con il sistema finanziario. Tuttavia, sottolineano la necessità di un’offerta più accessibile e calibrata, accompagnata da strumenti di rendicontazione chiari, standardizzati e coerenti con la struttura organizzativa delle aziende, in particolare delle realtà di dimensioni minori.

Anche sul fronte della finanza per la crescita e l’innovazione, il sistema bancario è visto come un interlocutore centrale. Tuttavia, si riscontra un crescente interesse per soluzioni alternative e complementari, come la finanza agevolata, il private equity o altri strumenti finanziari specifici per questi obiettivi.

Rafforzare un dialogo fondato sulla comprensione delle strategie

In questo scenario, i CFO auspicano un rafforzamento del dialogo con il sistema finanziario fondato su una maggiore comprensione delle strategie delle imprese.

Sulla base delle evidenze raccolte, AIFIn propone alcune direttrici strategiche per l’evoluzione della value proposition delle istituzioni finanziarie e delle banche verso il segmento imprese. Ovvero, promuovere l’innovazione dei modelli relazionali e di servizio, rafforzare l’offerta ESG, investire nella digitalizzazione dei processi e favorire l’introduzione graduale e responsabile dell’intelligenza artificiale. Inoltre, adottare un approccio forward-looking e un utilizzo più ampio di dati prospettici e KPI evoluti.

Favorire un confronto costruttivo con le banche

L’obiettivo dell’indagine è approfondire il punto di vista delle imprese in merito all’evoluzione dell’offerta e della relazione con le istituzioni finanziarie, in particolare le banche, favorendo un confronto costruttivo sui temi innovazione, sostenibilità e sviluppo.

La ricerca ha coinvolto un panel di CFO e responsabili dell’area amministrazione e finanza di imprese di diversi settori produttivi e dimensioni.
Ulteriore obiettivo dell’indagine, raccogliere le aspettative di innovazione delle imprese verso il sistema bancario e finanziario. Infatti, l’indagine si inserisce all’interno di un percorso più ampio promosso da AIFIn, e finalizzato a sensibilizzare e stimolare, in modo indipendente, un approccio stakeholder-driven all’innovazione bancaria, assicurativa e finanziaria.