Il lavoro riparte dopo le vacanze: quali sono le figure digital più ricercate?

Le prossime settimane rappresentano un ottimo periodo per cercare lavoro. “Ogni anno, tra luglio e agosto, il mercato del lavoro tende a rallentare – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati -: da una parte le aziende affrontano importanti periodi di chiusura, dall’altra i candidati sono meno propensi a candidarsi. In queste settimane, invece, le aziende stanno riprendendo tutti i processi che erano stati messi in pausa prima dell’arrivo dell’estate”.
Dopo i mesi estivi, a settembre e ottobre il mercato del lavoro quindi riprende vita. “Il periodo favorevole va fino alla metà di novembre – continua Adami -, quando iniziano fisiologicamente a calare le ricerche da parte delle aziende, in vista del blocco natalizio e della chiusura dell’anno e dei progetti in corso”.
E tra le figure professionali più ricercate, ci sono quelle digital.

Le aziende tecnologiche cercano personale qualificato o altamente qualificato

A dominare il mercato sono infatti soprattutto le figure digital, anche grazie al continuo processo di modernizzazione digitalizzazione delle imprese italiane. “Il comparto tecnologico continua a essere estremamente vivace – conferma l’head hunter -, con le aziende del settore alla costante ricerca di personale qualificato o altamente qualificato”.
Si parla quindi, ad esempio, del programmatore informatico. “Il mercato del lavoro è alla continua ricerca di figure in grado di sviluppare software e app, con aziende, che per via del numero ridotto di candidati, hanno molto spesso difficoltà nel portare a termine in modo efficace il processo di selezione del personale”, puntualizza Adami.

A caccia di professionisti in grado di creare algoritmi

Quanto le qualifiche più specifiche, e le nicchie destinate a diventare sempre più importanti, sta crescendo il numero di ricerche di ingegneri esperti nel campo del machine learning e dell’Intelligenza artificiale.
“Molte aziende italiane e tante multinazionali hanno bisogno di professionisti in grado di creare algoritmi capaci di rendere autonomi i sistemi digitali, e non solo, per le applicazioni nelle più diverse attività industriali e commerciali”.

Dispositivi connessi e sicurezza: servono esperti 

Restando nel campo delle professioni più cercate negli ultimi anni, l’head hunter cita poi lo specialista di Internet of Things, “una figura professionale con le competenze necessarie per trasformare in realtà l’Internet delle Cose, dando alle aziende la possibilità di sfruttare in modo efficace il sempre più vasto ecosistema IoT”.
Di certo, considerato il continuo espandersi dei dispositivi connessi e la sempre maggiore centralità delle reti, non può che essere sempre più ricercata anche la figura dell’esperto in cybersecurity. A spingere in questa direzione sono sia le minacce informatiche sempre più presenti, sia l’evoluzione delle normative per quanto riguarda la privacy e il web.

Viaggi sul web: poco meno della metà degli utenti si “stufa” dopo una sola pagina

Il settore dei viaggi è uno dei comparti più interessanti sul web, specie per i risvolti commerciali che presenta. Il settore travel gode infatti di un elevato tasso di conversione medio pari al 3,9% a livello globale (1,65% quello relativo all’Italia) e superiore del 70% rispetto a quello registrato per altri comparti (pari al 2,3%), attestandosi come settore strategico su cui investire per migliorare l’esperienza digitale degli utenti. E’ questo solo uno dei dati emersi dal nuovo Travel Digital Experience Benchmark Report di Contentsquare, leader nella digital experience analytics che ha esaminato punti di forza e criticità dei portali travel nell’intento di offrire alle aziende del settore indicazioni utili per l’ottimizzazione della digital experience a supporto della ripartenza del comparto. L’analisi ha preso in esame oltre 2,7 miliardi di sessioni di navigazione Web (di cui 31 milioni in Italia) evidenziando gli aspetti della user experience di cui tener conto per favorire la crescita delle aziende del comparto turismo e hospitality. 

Bounce rate e tempo medio

Un altro elemento strategico per l’analisi della digital experience è rappresentato dal bounce rate dove anche in questo caso il comparto travel gode di un ottimo posizionamento attestandosi al 42% a livello globale (41,2% per l’Italia), secondo solo al settore energetico (38%).
Un aspetto invece meritevole di attenzione è il tempo medio di caricamento delle pagine web che si attesta a 1,65 secondi a livello globale e a 2,17 secondi per i portali italiani. Dato che evidenzia la necessità di analizzare la UX per offrire un’esperienza digitale più gratificante e tale da favorire i processi di acquisto dei clienti.
Un elemento da analizzare attentamente è il tempo medio trascorso sulle pagine web. Dal Travel Digital Experience Benchmark Report di Contentsquare è emerso che a livello globale un utente medio trascorre all’incirca 5 minuti e 15 secondi per sessione, dato in crescita se comparato ai 4 minuti e 49 secondi registrati in media nel 2020.
Questo fattore è un elemento chiave che indica la necessità di realizzare contenuti in grado di coinvolgere l’utente, veloci nei tempi di caricamento e che rispondano efficacemente alle sue richieste.

Il 42% dei clienti perde subito interesse

Eppure il 42% dei clienti del settore viaggi perde interesse dopo aver visualizzato una sola pagina, evidenzia il report.  
“La user experience sta diventando sempre più un elemento differenziante nel favorire la crescita o il fallimento di un brand” ha commentato Marco Ferraris, country manager per l’Italia di Contentsquare. “Possiamo dire che oggi stia realmente plasmando le prospettive future della relazione che si costruisce online tra aziende e pubblico di riferimento, attestandosi sempre più come un terreno che determinerà i leader di mercato. Ancor più in un comparto strategico nel nostro paese come quello del turismo e dell’hospitality che deve essere maggiormente sostenuto a seguito degli effetti della pandemia”. 

Turismo: flussi positivi, ma il vero banco di prova sarà l’autunno

Il turismo è in ripresa, i flussi sono positivi, ma la vera partita si giocherà in autunno. È quanto spiega all’Adnkronos Vittorio Messina, presidente di Assoturismo Confesercenti: “Anche nel 2020 abbiamo avuto, nel periodo più buio della pandemia, quasi cinque settimane di overbooking e nel 2021 siamo passati a sei settimane. Quindi le previsioni estive quest’anno sono in grande ripresa e in alcuni casi la domanda supera l’offerta”. Ma, avverte Messina, “la nostra speranza è il mese di settembre, quando ci sarà un vero banco di prova, perché se i flussi turistici dovessero confermarsi, allora vorrà dire che avremo veramente imboccato la strada della ripresa”.

Riscoperto il piacere delle isole

Le isole sembrano essere una delle mete più interessanti. “È qualcosa che avevamo cominciato a notare prima del Covid, nell’estate del 2019 – conferma Messina -. Durante la pandemia, con il turismo di prossimità, gli italiani hanno riscoperto il piacere delle isole e questo è un segnale importantissimo. C’è una ripresa delle presenze in Sardegna e in Sicilia, ma anche nelle isole minori”.
A fare la parte del leone sono anche le isole straniere. “Siamo completamente sold out anche e soprattutto per le mete a lungo raggio – commenta Marco Ferrini, responsabile commerciale booking della rete consulenti Cartorange -. Non si trova più niente in Polinesia francese, Zanzibar o alle Maldive, dove siamo fuori stagione, eppure a luglio e ad agosto sono strapiene, così come le Mauritius e le Seychelles. Per quanto riguarda il Mediterraneo abbiamo le Baleari, Minorca e Maiorca soprattutto, e ci sono isole della Grecia dove non troviamo più nemmeno uno spillo”.

Il trend delle prenotazioni è molto alto

Anche gli operatori del settore sono ottimisti, Guardando ai mesi passati, “marzo, aprile, maggio e giugno hanno raggiunto i livelli pre-Covid, con maggio e giugno che li hanno superati – continua Ferrini -. Il trend delle prenotazioni è molto alto. C’è una voglia di viaggiare che oserei dire quasi irrazionale. Una voglia che si scontra anche con richieste che non sono realizzabili. Richieste, ad esempio, per destinazioni in cui il clima non è l’ideale in questo momento”.

La domanda sta superando l’offerta

In questo scenario, spiega però Ferrini, “c’è però un turismo spezzato a metà: tantissime persone stanno facendo la corsa a prenotare, ma ce e sono molte che prenoteranno sotto data. È tornato il last minute, con richieste a luglio di partenze per luglio e ci aspettiamo lo stesso ad agosto. La sensazione è che il turismo non fosse pronto a questi numeri, è come se si fosse formato un collo di bottiglia, con una domanda che sta superando l’offerta ed è la prima volta nella storia del settore – aggiunge Ferrini -. Per tornare a soddisfare completamente la domanda dovremo aspettare anche tutto il 2024”.

Inflazione: la preoccupazione degli italiani per l’aumento dei prezzi

A maggio 2022 è l’inflazione la principale preoccupazione avvertita dai cittadini a livello internazionale, superando sia i timori per il Covid-19 sia quelli per la guerra. Negli ultimi mesi l’inflazione è infatti cresciuta in modo esponenziale, diventando una delle preoccupazioni maggiormente avvertite dalla popolazione, superando anche i timori per il Covid-19 e per la guerra Russia-Ucraina. L’apprensione per l’aumento dei prezzi registra un aumento per il decimo mese consecutivo, e risulta essere la prima preoccupazione a livello internazionale, condivisa dal 34% dei cittadini che la reputa uno dei principali problemi che interessa il proprio Paese. In Italia, a spaventare la maggior parte dei cittadini però è la disoccupazione.

Preoccupano anche la povertà e la violenza

A rilevarlo è il sondaggio mensile di Ipsos, dal titolo What Worries the World, condotto in collaborazione con il World Economic Forum. L’obiettivo è analizzare l’opinione pubblica sulle più importanti questioni sociali e politiche in 27 Paesi. Dopo l’inflazione, con pochi punti di differenza, si colloca il tema della povertà/disuguaglianza sociale, che preoccupa il 31% degli intervistati. In terza posizione, con una percentuale del 27%, gli intervistati indicano il problema della disoccupazione e della criminalità/violenza. Infine, nella Top 5 delle preoccupazioni a livello internazionale, si posiziona la corruzione finanziaria/politica, con il 24% degli intervistati che si dichiara preoccupato.

Gli italiani temono la disoccupazione

L’inflazione, e il relativo aumento del costo della vita, preoccupa circa un terzo degli italiani (27%). La preoccupazione per l’inflazione è maggiormente avvertita in Argentina (66%), Polonia (60%) e Turchia (55%. Minori timori si registrano in Arabia Saudita (12%), Sud Africa (15%) e Israele (16%). Tra i 27 mercati esaminati, il nostro Paese si colloca in 18a posizione, subito dopo Sud Corea (30%), Colombia (31%) e Francia (32%). Gli italiani mostrano livelli di preoccupazione molto più elevati per la possibilità di perdere il lavoro. Infatti, la disoccupazione è un problema avvertito a livello internazionale dal 27% dei cittadini, ma dal 45% degli italiani, subito dopo Spagna (47%) e Sud Africa (66%).

Aumento dei prezzi, le strategie adottate dai consumatori

Il sondaggio internazionale di Ipsos ha indagato anche le opinioni, le preoccupazioni e le aspettative dei cittadini in merito all’inflazione, rivelando le principali strategie messe in atto dai consumatori per rispondere e contrastare l’aumento dei prezzi. In linea generale, la maggioranza degli italiani si aspetta un aumento dei prezzi nel corso del 2022, soprattutto per quanto riguarda la spesa alimentare e il costo delle utenze, come luce e gas. Per fronteggiare l’aumento del costo della vita, i cambiamenti di comportamenti più comuni degli italiani riguardano la diminuzione della spesa per attività di socializzazione (43%), spendere di meno per le vacanze (37%), e ritardare importanti decisioni d’acquisto (36%). Al contrario, piccole quote di intervistati affermano che chiederebbero un aumento di stipendio al proprio datore di lavoro (5%) o cercherebbero un lavoro maggiormente remunerativo (6%). 

Gli ‘autonomi’ pagano più tasse di pensionati e dipendenti

È la Cgia di Mestre a rileggere lo squilibrio del carico fiscale legato all’Irpef: secondo gli ultimi dati Mef disponibili sui redditi relativi al 2018, emerge che mediamente i pensionati pagano un’Irpef netta annua di 3.173 euro, i lavoratori dipendenti di 4.006 euro, e gli imprenditori/lavoratori autonomi di 5.741 euro. In pratica, i lavoratori autonomi pagano mediamente più tasse di pensionati e dipendenti, abitualmente indicati dal dibattito politico-sindacale come i più fedeli al fisco. 
“Si stima che l’evasione fiscale in Italia ammonti a 105 miliardi di euro all’anno e nel dibattito politico-sindacale si ripete ormai come un mantra che l’imposta sul reddito delle persone fisiche sarebbe pagata per quasi il 90% da pensionati e lavoratori dipendenti”, ricorda la Cgia.

Uno squilibrio del carico fiscale legato all’Irpef 

Secondo la Cgia, si tratta di un’affermazione del tutto fuorviante, che riproduce gli effetti di un grave abbaglio statistico/interpretativo. Se, infatti, “è palese che oltre l’82% dell’Irpef, e non il 90%, è versata all’erario da pensionati e lavoratori dipendenti, questo avviene perché queste 2 categoria rappresentano quasi l’89% del totale dei contribuenti Irpef presenti in Italia” si legge ancora nella nota del Centro studi dell’associazione.
Per dimostrare lo squilibrio del carico fiscale legato all’Irpef, la metodologia ‘corretta’ dovrebbe consistere nel calcolare l’importo medio versato da ciascun contribuente facente parte di ognuna delle 3 principali tipologie che pagano l’imposta sulle persone fisiche: autonomi, dipendenti e pensionati.
Quindi, è applicando tale metodica che per la Cgia si ribaltano i risultati.

Flop di Cashback e lotteria degli scontrini

Intanto, si registra il deciso flop di Cashback e lotteria degli scontrini. Se infatti il cashback è stato ‘archiviato’ dal governo Draghi, che a partire dal giugno 2021, ne ha sospeso l’applicazione per manifesta incapacità di perseguire l’obiettivo, anche la lotteria degli scontrini non sembra aver sortito grande interesse tra i contribuenti/consumatori.
“Stando ai dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, se a marzo del 2021 gli scontrini mensili associati alla lotteria avevano sfiorato il picco massimo di 25 mila unità, successivamente c’è stata una costante contrazione; lo scorso autunno il numero mensile è sceso poco sopra le 5 mila unità”, ricorda la Cgia.

Intanto l’evasione prospera

A dover essere utilizzate con i miliardi di informazioni che arrivano in funzione anti evasione, invece, dovrebbero essere le 162 banche dati di cui dispone lo Stato, che però solo in piccola parte riesce a ‘utilizzare’, , riferisce Adnkronos.
“È vero che a breve queste banche dati dovrebbero cominciare a dialogare fra loro, ovvero a essere interoperabili – sottolinea la Cgia -. Tuttavia, se ogni anno il popolo degli evasori sottrae al fisco 105 miliardi di euro, e i nostri 007 riuscivano a recuperarne, nel periodo pre Covid, tra i 18 e i 20, vuol dire che potenzialmente sappiamo vita, morte e miracoli di chi è conosciuto al fisco, mentre brancoliamo nel buio nei confronti di chi non lo è, con il risultato che l’evasione prospera”.

Voli europei, tariffe quasi raddoppiate: +91% rispetto allo scorso anno

L’estate sta per arrivare, e si preannuncia un’ondata di caro-aerei in Italia. Per i voli europei le tariffe sono infatti quasi raddoppiate rispetto allo scorso anno, ma crescono anche i prezzi dei voli intercontinentali e nazionali. Unica buona notizia, a scendere sono i prezzi dei treni. Chi decide di spostarsi in aereo per raggiungere mete europee quest’anno dovrà mettere mano al portafoglio, e pagare tariffe che sono quasi il doppio rispetto al 2021. Nell’ultimo mese le tariffe dei voli europei hanno subito un incremento del +91% rispetto allo stesso periodo del 2021, mentre i voli intercontinentali sono rincarati del +35,7% e il prezzo di quelli nazionali risulta in crescita del 15,2%. Lo afferma il Codacons, che denuncia il fenomeno del caro-aerei in Italia.

I prezzi dei biglietti aerei sono schizzati alle stelle

Insomma, con l’arrivo del caldo e l’aumento degli spostamenti degli italiani, i prezzi dei biglietti aerei sono schizzati alle stelle, spiega l’associazione dei consumatori, che ha rielaborato gli ultimi dati forniti dall’Istat. Si tratta di un aumento generalizzato delle tariffe aeree che risente anche della crescita dei listini dei carburanti e delle conseguenze del caro-bollette, e che si riflette in modo diretto sulle tasche dei consumatori.

Ma i prezzi dei biglietti ferroviari scendono del -9,9%

Ma rincari, avverte il Codacons, si registrano anche sul versante dei trasporti marittimi: nell’ultimo mese le tariffe dei traghetti sono aumentate del +19,4% rispetto allo stesso periodo del 2021. Di contro, si riducono i prezzi dei biglietti ferroviari, che scendono del -9,9% su base annua, come effetto delle minori limitazioni sui treni legate al Covid e del ritorno di offerte e sconti praticati dalle società. Il Codacons, inoltre, ha svolto alcune comparazioni per verificare quanto costi oggi acquistare un volo aereo andata/ritorno per trascorrere qualche giorno all’estero.

Quanto costa un volo andata/ritorno per trascorrere qualche giorno all’estero?

Ipotizzando le date dal 10 al 12 giugno (partenza in mattinata ritorno pomeriggio/sera), per andare a Parigi servono in economy almeno 355 euro partendo da Fiumicino e atterrando allo scalo di Charles de Gaulle, mentre da Milano Malpensa a Lisbona si spende da 364 euro.
Per raggiungere Londra (Heathrow) da Roma Fiumicino occorre spendere almeno 399 euro, prezzo che scende a 271 euro se si è disposti a partire da Linate e atterrare al ritorno a Malpensa. Per Roma-Madrid si parte invece da 240 euro. E per le tratte nazionali, il volo Roma-Milano costa 128 euro (andata e ritorno) contro i 79,80 euro del treno.

Città Intelligente, cresce l’interesse dei comuni italiani

Negli ultimi tre anni, quasi un comune italiano su tre, il 28%, ha avviato almeno un progetto di Smart City. Percentuale che sale al 50% nei comuni con oltre 15mila abitanti. Ma la percentuale è destinata a crescere ancora nel prossimo triennio, con il 33% dei comuni che vuole investire nelle città intelligenti entro il 2024. Anche sulla spinta del PNRR, che prevede oltre 10 miliardi di finanziamenti dedicati all’interno delle diverse missioni. Insomma, da parte dei comuni italiani cresce l’interesse per la Città Intelligente. Lo conferma la ricerca dell’Osservatorio Smart City della School of Management del Politecnico di Milano.

I progetti non sono più semplici sperimentazioni

Metà dei progetti di Smart City in Italia si trova in fase esecutiva: nel 2020 erano solo 1 su 4, segnale di un consolidamento delle soluzioni, che non sono più semplici sperimentazioni. I progetti attivi riguardano in maggioranza la sicurezza e il controllo del territorio (58% di quelli censiti), la smart mobility (57%) e l’illuminazione pubblica (56%). A fronte di questo aumento di interesse, restano però barriere che fanno sì che il potenziale di questa rivoluzione sia colto solo in parte. I principali ostacoli riscontrati nella realizzazione di progetti smart per la città sono la mancanza di competenze, che interessa il 47% dei comuni italiani, e la mancanza di risorse economiche (43%), mentre hanno un peso inferiore le complessità burocratiche (24%), le difficoltà di coordinamento con altri attori (14%), e le resistenze interne al comune (9%).

Grazie al PNRR, più digitalizzazione e infrastrutture sostenibili

La maggioranza delle amministrazioni comunali (69%) è pronta a ricorrere ai fondi del PNRR per la Smart City, investendo soprattutto in interventi di digitalizzazione e innovazione (76%), infrastrutture sostenibili (61%) e transizione ecologica (56%). I fondi di certo non mancano. Secondo la stima dall’Osservatorio, i finanziamenti dedicati alle città intelligenti superano i 10 miliardi di euro. In dettaglio, nella Missione 2 sono previsti interventi per lo sviluppo di un trasporto pubblico locale più sostenibile, il rafforzamento della mobilità ciclistica, il trasporto rapido di massa e le infrastrutture di ricarica elettrica.

Smart Building e Smart Metering

Progetti di Smart City, in particolare di Smart Building, rientrano anche nei fondi stanziati per l’efficienza energetica e la riqualificazione di edifici pubblici, come scuole, sedi giudiziarie e unità abitative pubbliche, in cui tecnologie IoT e di Smart Metering saranno impiegate per ridurre i relativi consumi energetici. La Missione 5 prevede inoltre lo sviluppo di piani urbani integrati, che prevedono progetti di rigenerazione urbana con l’obiettivo di trasformare territori vulnerabili in città smart e sostenibili.

Contratti collettivi, sono 34 quelli in attesa di rinnovo

Tra le varie analisi condotte dall’Istat, l’Istituto nazionale di Statistica, c’è anche quello che riguarda lo stato dell’arte dei contratti collettivi nel nostro Paese. Quello che emerge è un quadro con luci e ombre, con tempi di attesa decisamente lunghi per i rinnovi e preoccupazioni legate all’attuale situazione economica. Sostanzialmente, spiega una nota dell’Istat, l’aumento della spinta inflazionistica nel 2022 “porterebbe a una perdita di potere d’acquisto valutabile in quasi cinque punti percentuali”.

Contratti e dipendenti

Le ultimi rilevazioni si riferiscono al primo trimestre di quest’anno. Alla fine di marzo 2022, i 39 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica riguardano il 44,6% dei dipendenti – circa 5,5 milioni di persone– e corrispondono al 45,7% del monte retributivo complessivo. Nel corso del primo trimestre 2022 sono stati recepiti cinque contratti. Si tratti di quelli riferiti a scuola privata religiosa, cemento, calce e gesso, edilizia, mobilità – attività ferroviarie e Rai. I contratti che, a fine marzo 2022, sono in attesa di rinnovo salgono a 34 e coinvolgono circa 6,8 milioni di dipendenti, il 55,4% del totale. Si tratta di un numero decisamente importante di contratti ancora in stand-by.

Tempi e retribuzioni

Tra le voci più negative dello scenario analizzato dall’Istat  spicca invece il tempo medio del rinnovo dei contratti, che si è allargato e anche di molto. Come riporta la nota dell’Istituto, il tempo medio di attesa di rinnovo per i lavoratori con contratto scaduto, tra marzo 2021 e marzo 2022, è aumentato da 22,6 a 30,8 mesi, mentre per fortuna diminuisce lievemente per il totale dei dipendenti (da 17,7 a 17,0 mesi). Qualche segnale ottimistico, anche se di lievissima entità, arriva dall’andamento delle retribuzioni, anche se si tratta di una crescita resta contenuta. La retribuzione oraria media nel periodo gennaio-marzo 2022 è dello 0,6% più elevata rispetto allo stesso periodo del 2021. L’indice delle retribuzioni contrattuali orarie a marzo 2022 segna un aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,7% rispetto a marzo 2021. In particolare, l’aumento tendenziale è stato dell’1,6% per i dipendenti dell’industria, dello 0,4% per quelli dei servizi privati ed è stato nullo per i lavoratori della pubblica amministrazione. I settori che presentano gli aumenti tendenziali più elevati sono quelli delle farmacie private (+3,9%), dell’edilizia (+3,3%), delle telecomunicazioni (+2,5%) e del legno, carta e stampa (+2,3%). L’incremento è invece nullo per il commercio, i servizi di informazione e comunicazione, il credito e assicurazioni e la pubblica amministrazione.

I valori del post pandemia: ambiente, famiglia e senso civico

Quali sono gli aspetti importanti della vita nel post pandemia? Salute, famiglia, amore e vita affettiva, qualità dell’ambiente in cui si vive, sicurezza per il futuro, lavoro, ordine e rispetto delle leggi, amicizia e impegno in favore dell’ambiente. A illustrare quali valori sono più importanti per gli italiani nel post pandemia è l’edizione 2022 di Civicness, l’appuntamento biennale con l’Osservatorio sul senso civico degli italiani di Comieco (Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica), in collaborazione con Ipsos. Questa edizione dell’Osservatorio restituisce l’immagine di una società che dopo due anni di emergenza sanitaria torna a rivolgersi alle certezze della sfera privata. Ma ciò che preoccupa dell’eredità del Covid è un peggioramento generalizzato di alcuni indicatori del senso civico, con un calo di fiducia nella classe politica ma anche della tolleranza.

Maggiore consapevolezza dell’impegno collettivo

A bilanciare il fenomeno, l’Osservatorio da un lato conferma una stabile sensibilità verso l’ambiente, dall’altro, mostra una maggiore consapevolezza dell’impegno collettivo, che passa dal 49% pre-pandemia al 62%. È significativo, inoltre, che le violazioni del distanziamento sociale siano ai primi posti nella lista dei comportamenti considerati inaccettabili, ma che allo stesso tempo, al rispetto delle restrizioni si accompagni la convinzione che le altre persone le rispettino solo perché obbligate e non perché autenticamente persuase della loro utilità.

La classifica dei comportamenti ritenuti inaccettabili 

“Ai primi posti dei comportamenti ritenuti inaccettabili – ha spiegato il presidente di Ipsos, Nando Pagnoncelli – sono stati rilevati l’abbandonare i rifiuti in un luogo pubblico, danneggiare i beni pubblici, utilizzare un Green pass falsificato, uscire di casa quando si è positivi al Covid”.
Nel gradino più accettabile dei comportamenti si colloca invece avere rapporti sessuali senza essere sposati. Al contempo, torna a crescere il cosiddetto familismo amorale: per il 26% degli intervistati la principale responsabilità della persona è verso la propria famiglia e i propri figli, e non verso la collettività.

Si rivaluta la figura del Presidente della Repubblica

La famiglia si conferma come il principale contesto formativo del senso civico degli italiani, riporta Ansa. Ma se gli italiani vedono una matrice individuale nel proprio senso civico, nella loro visione è parimenti importante anche l’appartenenza territoriale, che li definisce a livello valoriale. Per quanto riguarda l’influenza delle istituzioni, la scuola resta saldamente al primo posto nell’alimentare la civicness. Rispetto al 2020 emergono la rivalutazione della figura del Presidente della Repubblica (per il 53% un’istituzione fondamentale per lo stimolo al senso civico degli italiani), e il contemporaneo arretramento dei mezzi di informazione (radio, televisione) e del governo.

Parità di genere nelle aziende italiane: il futuro è donna?

Anche se oggi al vertice di molte istituzioni ci sono delle donne, nella normale routine delle aziende non è sempre così. Se con l’entrata in vigore della Legge Golfo-Mosca del 2011 si è prodotto un incremento della presenza femminile negli organi di amministrazione delle società quotate (dal 7,4% del 2011 al 36,5% del 2019) e negli organi di controllo (dal 6,5% al 38,8%), solo l’1,7% delle donne ricopre il ruolo di AD nelle società quotate e solo lo 0,7% nelle banche. E negli ultimi due anni, complice la crisi economica legata alla pandemia, il divario di genere nel mondo del lavoro è cresciuto ulteriormente. Dalla recente indagine effettuata da EY con SWG emergono dati su cui riflettere. La ricerca evidenzia per esempio come l’obiettivo della parità di genere nei ruoli dirigenziali sia tutt’altro che semplice da raggiungere nel breve termine: per il 35% delle dirigenti intervistate ci vorranno più di 10 anni, mentre per il 16% sarà del tutto irraggiungibile. Come se non bastasse, la metà delle lavoratrici intervistate ritiene presente uno squilibrio nella possibilità di carriera e di compensi rispetto ai colleghi uomini. 

Ancora squilibri di genere

Un quadro della situazione attuale delle aziende italiane su temi come leadership femminile e ruolo delle donne emerge dalla ricerca EY e SWG effettuata a febbraio 2022. Si tratta di un’indagine quantitativa condotta mediante una rilevazione online con il metodo CAWI (Computer Assisted Web Interview) su tre diversi target di riferimento: 514 donne lavoratrici di età tra 30 e 50 anni; 104 donne impiegate come dirigenti, manager, imprenditrici e quadri; 103 uomini impiegati come dirigenti, manager, imprenditori e quadri. Rispetto al vissuto nel contesto lavorativo emergono forti squilibri di genere con una decisa penalizzazione delle donne. In particolare, il 30% delle lavoratrici tra 30 e 50 anni afferma che la posizione professionale occupata non è in linea con le proprie competenze e aspettative, mentre il 40% ritiene che la propria retribuzione non sia adeguata al lavoro svolto. Inoltre, il 52% dichiara che nella propria azienda uomini e donne non hanno le stesse opportunità di fare carriera. A supporto dei dati appena citati, emerge che nella percezione sia delle lavoratrici che dei dirigenti (donne e uomini) interpellati, solo in un terzo delle aziende è presente una parità di genere per quanto riguarda i ruoli dirigenziali e laddove le donne occupino ruoli dirigenziali, si trovano a gestire una quantità di risorse inferiori rispetto ai colleghi. Un altro dato significativo circa le difficoltà con cui si devono misurare le lavoratrici riguarda la maternità: oltre la metà delle intervistate ha dichiarato di aver ricevuto durante il primo colloquio di lavoro domande sul fatto di avere figli o di volerne in futuro. Dunque, la maternità appare ancora un elemento di ostacolo nei percorsi di ingresso nel mondo del lavoro e nella possibilità di fare carriera. 

Un buon leader non è legato al genere

E’ interessante però notare che la percezione generalizzata sul fatto che le caratteristiche di un buon leader non siano legate al genere. Il 75% dei dirigenti intervistati, infatti, ritiene che un’azienda con una leadership più equilibrata tra uomini e donne conduca a risultati più performanti. Tra le motivazioni alla base della minore diffusione della leadership femminile, appare definitivamente tramontato il luogo comune che fare carriera non rientri tra i desideri delle donne. Una volontà di carriera però spesso rallentata principalmente da due fattori: predominanza maschile nei ruoli chiave con ridotte possibilità di affermazione per le donne (indicata dal 75% delle lavoratrici) e difficoltà a conciliare lavoro e famiglia o attività di cura (indicata dal 84% delle lavoratrici). Emerge inoltre con decisione, sia tra le lavoratrici che tra le dirigenti, il gradimento per una legge che renda vincolante per le aziende raggiungere obiettivi di identità di genere. A livello di iniziative per ridurre il gender gap, nella percezione degli intervistati risultano ancora poche le aziende italiane che si sono dotate di un struttura organizzativa ad hoc per affrontare temi come gender equality e inclusione. Nello specifico, il 68% delle aziende non è dotato di una struttura ad hoc che si occupi di inclusione e solo il 21% ha previsto di crearne una prossimamente.  In particolare risultano mancare soprattutto le strutture in favore di un corretto equilibrio tra lavoro e famiglia, oltre a sistemi per la misurazione della gender equality. Un dato che fa particolarmente riflettere è quello sulla diversa percezione tra dirigenti uomini e donne in fatto di effettiva equità nel trattamento: per il 76% dei dirigenti uomini c’è parità di trattamento, contro il 50 % dei dirigenti donne.