Vacanze in autunno? Preferite le mete italiane e culturali

Già in occasione delle vacanze estive 2021 l’indagine Ipsos Future4Tourism faceva emergere segnali incoraggianti anche in merito alle vacanze autunnali degli italiani, con 4 italiani su 10 che ipotizzavano di concedersi un long week-end o una vacanza più lunga tra ottobre e dicembre. La nuova rilevazione conferma come il 61% degli italiani preveda di fare almeno un periodo di vacanza tra ottobre e dicembre, e quanto alla scelta della destinazione, per l’autunno 2021 il 70% dei viaggiatori sceglierà di rimanere in Italia. Rispetto alle vacanze che hanno caratterizzato il 2020-2021 per l’autunno si riscontra però una differenza, ovvero la ripresa delle vacanze culturali, delle visite a borghi e città d’arte.

La Toscana raccoglie il maggior numero di preferenze

I viaggi culturali durante la pandemia hanno registrato le maggiori flessioni. I viaggiatori, hanno infatti preferito dirottare le preferenze su destinazioni di mare o montagna, cioè mete all’aria aperta, in grado di adempiere idealmente al rassicurante distanziamento. Per il periodo ottobre-dicembre, invece si è tornati ai livelli pre-pandemia: il 44% dei viaggiatori italiani sceglierà mete culturali. Tra chi viaggerà in Italia la Toscana è la regione che raccoglie il maggior numero di preferenze (16%), seguita da Trentino, Lombardia, Puglia e Sicilia, con percentuali tra il 7% e il 9% ciascuna. Difficilmente la presenza degli italiani riuscirà però a sopperire alla mancanza di turismo internazionale, ma il fatto che si torni a prendere in considerazione anche il turismo in città d’arte, fa ben sperare per il medio termine e per la ripresa degli scambi turistici tra Paesi.

Si concretizza la speranza di tornare a viaggiare oltre i confini nazionali

Anche l’outlook per il periodo gennaio-marzo è positivo: il 39% degli italiani già a fine settembre dichiara che farà una vacanza nel primo trimestre del 2022, il dato più alto registrato dalla nascita del Future4Tourism per le vacanze invernali. In questo caso, la speranza che la pandemia sia effettivamente alle spalle o comunque le iniziative di contrasto abbiano esplicato il loro ruolo, fa sì che si concretizzi la speranza di poter tornare a viaggiare oltre i confini nazionali, con timidi segnali di ripresa delle mete Europee (24% di preferenze tra i viaggiatori invernali) ed extra-Europee (12%). Ovviamente i prossimi mesi saranno cruciali per confermare queste aperture relativamente al turismo oltre confine.

Le vacanze di Natale e sulla neve

Per il periodo natalizio sarà il 21% a concedersi un periodo di vacanza lontano da casa. Circa la metà, il 46%, includerà nel periodo di vacanza la notte dell’ultimo dell’anno, che tra le festività risulta quella più gettonata. Relativamente ai pernottamenti il periodo privilegia le sistemazioni ‘in casa’, di proprietà, di amici, o in affitto (45% delle preferenze) rispetto alle sistemazioni alberghiere (32%). Inoltre, il 94% degli italiani è sicuro che l’inverno 2021-2022 vedrà l’apertura degli impianti di risalita, anche se per la maggior parte (80%) con le necessarie limitazioni. Insomma, la voglia di vacanze e viaggi degli italiani è innegabile. Le previsioni non possono essere che positive, sempre che la pandemia sia in fase di duraturo contenimento.

Dal lancio di nuovi prodotti al contenimento delle spese: le strategie delle Pmi per resistere alla crisi

Come hanno risposto le piccole e medie imprese italiane alla crisi innescata dalla pandemia? Lanciando nuovi prodotti nel 30% dei casi. Lo rivela un recente studio di Kaspersky, evidenziando come la proposta di novità sia stata una delle strategie di risposta alle difficoltà imposte dal Covid-19 per il 30% delle piccole imprese italiane. I vari lockdown hanno avuto un impatto negativo sul benessere economico della maggior parte delle PMI italiane (62%), che hanno dovuto adottare molte misure di riduzione dei costi. Lanciare nuove offerte e opportunità di business, così come altre misure adottate, hanno consentito alle aziende di sopravvivere.

Le altre strategie di sopravvivenza

Non c’è solo il lancio di nuovi prodotti tra le azioni di risposta alla crisi da parte delle Pmi tricolori. Tra le altre mosse, spicca il fatto che quasi un’azienda su cinque (18,5%) è entrata in nuovi settori di business. Per le imprese operanti in settori quali eventi, intrattenimento, arte e cultura, o anche nel settore sanitario, questo può voler dire offrire un’alternativa digitale alle attività fisiche proposte. Oppure, negozi e ristoranti possono ampliare la loro offerta abilitando le vendite online e a domicilio. Le aziende produttrici invece potrebbero iniziare a produrre mascherine, disinfettanti e altri prodotti sanitari o concentrarsi su beni per il comfort domestico. Insomma, le imprese resilienti sono quelle che hanno saputo diversificare la loro attività.

Tagli alle spese, a tutti i livelli

Non sono ovviamente mancate decisioni più drastiche e dolorose, mirate al contenimento dei costi. Tra le misure più comuni ci sono stati i tagli al budget aziendale (37%) e l’introduzione del lavoro da remoto per quasi tutti i dipendenti (36%). Sempre per contenere le spese, le piccole aziende italiane hanno anche dovuto ridurre gli stipendi o gli orari di lavoro (27%) e riorganizzazione il budget o ancora bloccare i piani di investimento (35%). Un’azienda italiana su venti ha dovuto adottare anche misure più severe come il licenziamento dei dipendenti (5%) o l’interruzione del pagamento delle fatture (13%).
“Anche se alcune decisioni sono state difficili da prendere, erano necessarie. Fortunatamente, il sentimento generale riguardo a come è stata affrontata la pandemia è alquanto positivo tra le piccole imprese: Il 68% ha affermato che la loro attività ha risposto bene alla situazione di crisi. Questa esperienza ci aiuterà ad affrontare meglio le sfide future, a potenziare i piani e i processi di investimento, ad andare incontro alle novità senza paura e a diventare più digitali. Inoltre, i prodotti e i servizi lanciati durante la pandemia continuano ad essere rilevanti perché le restrizioni anti-Covid-19 sono ancora in vigore e le persone continuano a seguire le abitudini digitali acquisite durante la pandemia” ha detto Andrey Dankevich, Senior Product Marketing Manager di Kaspersky.

L’automobile si cambia 5 volte nel corso della vita

Nell’arco della propria vita gli italiani sostituiscono la propria auto 5 volte. In media, ne acquistano una nuova ogni 7 anni e mezzo.
Un’indagine commissionata da Facile.it e MiaCar agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat ha scoperto che a livello nazionale il 15% degli automobilisti cambia l’auto ogni 5-6 anni, e il 12,5% ogni 7-8 anni. Il 5,3% degli automobilisti dichiara invece di sostituire la propria vettura con maggior frequenza, ovvero, al massimo ogni 2 anni, mentre il 19% lo fa non prima che siano trascorsi almeno 10 anni.

L’automobile nuova si acquista più spesso nel Nord Italia 

I dati rilevati dalla ricerca però variano a seconda del genere e dell’area geografica di residenza degli automobilisti. Gli uomini, ad esempio, cambiano l’auto ogni 6 anni e mezzo, più frequentemente rispetto alle donne, che invece tendono a sostituire il proprio veicolo solo dopo 8 anni e mezzo. A livello territoriale, invece, emerge che gli automobilisti residenti nel Nord Italia cambiano l’auto più spesso, in media, prima del suo settimo compleanno, mentre al Sud e nelle Isole ogni 7 anni e mezzo, e nel Centro Italia addirittura ogni 8 anni e 3 mesi. 

L’età del mezzo è la ragione principale per sostituirlo 

In generale, la prima ragione che spinge gli italiani ad acquistare un nuovo modello è l’età del mezzo. Il 55% dei rispondenti dichiara infatti di cambiare la propria auto solo quando questa diventa vecchia. Il 36% degli intervistati, invece, spiega di aver sostituito l’auto perché la precedente aveva fatto troppi chilometri, mentre il 25,6% perché non era più adatta alle esigenze familiari. E se il 17,6% ha dovuto comprare un nuovo veicolo perché il precedente si era danneggiato a causa di un sinistro, non mancano coloro che cambiano l’auto abitualmente solo dopo pochi anni perché vogliono guidare un mezzo sempre nuovo (10,8%).

In media la prima auto si compra a 26 anni e mezzo

Se è vero che la patente di guida si prende normalmente intorno ai 20 anni, e che all’inizio molti utilizzano un veicolo di famiglia, per l’acquisto della prima auto gli italiani attendono, in media, fino a 26 anni e mezzo. Sebbene non vi siano differenze significative tra uomini e donne l’età varia in modo più marcato a livello territoriale. Nel Nord la prima vettura si acquista a 25 anni, nel Centro dopo i 26 anni e al Sud e nelle Isole addirittura solo dopo il 27 anni. In media, poi, questo veicolo lo si cambia dopo 8 anni e mezzo, con differenze tra uomini e donne. I primi cambiano la prima auto, in media, dopo 7 anni e 4 mesi, mentre le donne solo dopo quasi 10 anni.  A livello geografico, invece, la prima auto dura più nel Centro Italia (9 anni e 8 mesi) e al Sud e nelle Isole (poco più di 8 anni e 7 mesi), mentre nel Nord viene sostituita, in media, prima degli 8 anni di età.

Conoscersi online: il difficile rapporto tra gli italiani e le app di dating

Il 38% degli italiani ha paura di usare le app di incontri perché teme di poter essere raggirato da truffatori, mentre il 37% non si fida delle persone incontrate tramite queste applicazioni. Insomma, nel nostro Paese la ricerca dell’anima gemella online è ancora percepita all’insegna dell’incognita e del pericolo, come dimostrano i dati raccolti da Kaspersky. La nota azienda russa specializzata in cyber sicurezza ha infatti commissionato un sondaggio globale per indagare sul ruolo delle app di incontri e della tecnologia nelle relazioni amorose.

Dall’amore… alla truffa

Le persone che utilizzano app di incontri e social media per trovare un partner sono ormai milioni in tutto il mondo. Spesso però quello che trovano non è l’amore, ma malintenzionati che mirano al loro denaro. I criminali informatici sfruttano questi servizi perché sono consapevoli del fatto che la ricerca di legami interpersonali sia un fattore su cui si può facilmente fare leva per raggiungere i loro obiettivi. Tra i diversi tipi di truffe che si possono trovare nelle app di incontri, gli utenti italiani hanno riscontrato più spesso il catfishing (54%) seguito da link o allegati dannosi (20%) e furto d’identità (18%).

I consigli per non cadere nella rete

Dall’indagine è emerso come prestare attenzione e conoscere le tattiche dei truffatori aiuti gli utenti a non cadere nel tranello di malintenzionati. Ad esempio, non lasciarsi convincere a versare del denaro ha evitato al 54% degli italiani di essere truffato mentre prestare attenzione e rendersi conto che il profilo fosse falso ha evitato brutte sorprese al 47% degli intervistati. Il 43%, invece, non ha dato seguito ai messaggi sospetti mentre il 9% ha dubitato di fronte al rifiuto di fare una videochiamata.
Per evitare truffe durante gli incontri online, Kaspersky consiglia di controllare sempre le impostazioni sulla privacy dei propri account social media e app di incontri, per assicurarsi che i dati sensibili, come l’indirizzo di casa o il luogo di lavoro, non siano resi pubblici.
Un’altra buona dritta da seguire è quella di utilizzare una soluzione di sicurezza efficace che offra una protezione avanzata su diversi dispositivi, gestendo nel modo più veloce e sicuro le autorizzazioni e proteggendo dal phishing e da altre minacce.
Infine, è sempre meglio non condividere il proprio numero di telefono o il contatto di un’app di messaggistica. È più sicuro utilizzare le piattaforme di messaggistica integrate nelle app di incontri, almeno finché non si è sicuri di potersi fidare della persona con cui si sta chattando.

Assenza di privacy?

Un ulteriore problema per le app di incontri è l’assenza di privacy. Il 23% degli intervistati italiani, infatti, teme che i propri dati personali vengano diffusi online mentre il 14% degli utenti ha rimosso il proprio profilo dall’app di dating per mantenere private le proprie informazioni personali.

Giochi Olimpici e frodi online: ecco i rischi

Della serie: non si può mai stare tranquilli. Un evento bello e tanto atteso (solo adesso si possono svolgere le Olimpiadi estive di Tokyo 2020) porta inevitabilmente con sé dei rischi legati all’online. Il fatto che i Giochi siano senza pubblico ha sì ridotto il pericolo di contagi e di “furti” attraverso i Wi-Fi pubblici, ma non ha certo azzerato le insidie legate alla mediaticità della competizione e quindi ai rischi di pishing sul web. Insomma, anche quando si parla di Giochi Olimpici bisogna stare attenti, avvisano gli esperti di Kaspersky: gli analisti hanno infatti individuato pagine web false che offrono la visione di vari eventi olimpici in streaming, siti che vendono biglietti per competizioni che non avranno spettatori, finti giveaway e persino la prima valuta virtuale falsa dei Giochi Olimpici.

Tecniche sempre più sofisticate

 “I criminali informatici sfruttano gli eventi sportivi popolari come esca per i loro attacchi. Quest’anno le Olimpiadi non avranno spettatori, quindi non ci aspettiamo un gran numero di attacchi correlati. Tuttavia, sappiamo che i truffatori non hanno limiti quando si tratta di trovare nuovi modi per trarre dei vantaggi. Ad esempio, quest’anno abbiamo scoperto un’interessante pagina di phishing che vende il token ufficiale dei Giochi Olimpici. Non esistono altre truffe simili, il che significa che i criminali informatici non usano sempre le stesse tecniche, ma elaborano anche nuove idee più sofisticate”, ha commentato Olga Svistiunova, security expert di Kaspersky.

Dove si nasconde il pericolo

Dirette streaming, biglietti falsi, entità legate ai Giochi, omaggi e token: sono questi i principali ambiti in cui i criminali informatici si sono sbizzarriti. Ad esempio, per quanto concerne le dirette, gli esperti avvisano che esistono varie pagine di phishing che offrono la visione dei Giochi Olimpici in streaming. Alcune di queste pagine richiedono una registrazione prima di poter guardare la diretta. Di solito, una volta che l’utente immette le proprie credenziali, viene reindirizzato a una pagina contenente file dannosi che hanno l’obiettivo di installare malware sui dispositivi degli utenti e permettere ai criminali informatici di acquisire le loro informazioni personali e utilizzarle per scopi fraudolenti o venderle nel Dark Web. Ancora, sebbene non siano previsti spettatori dal vivo, c’è già un commercio di biglietti falsi e di altrettanto falsi rimborsi legati a ticket già venduti. Per non parlare dei siti fraudolenti che in realtà sono pagine di phishing mascherate da organizzazioni olimpiche ufficiali come ad esempio un sito web ufficiale per le Olimpiadi di Tokyo 2020 e una finta pagina del Comitato Olimpico Internazionale. Ma la creatività si è spinta fino alla possibilità di vincere omaggi legati ai Giochi (come una TV che non arriverà mai a casa del presunto vincitore) così come una valuta virtuale inventata ad hoc, spacciata come un fondo (ovviamente falso) a sostegno degli atleti olimpici.

Come proteggersi 

Le regole sono poche e sono sempre le stesse: gli utenti dovrebbero, oltre a installare sistemi di sicurezza sui loro dispositivi, controllare sempre le URL dei siti sospetti e soprattutto verificare l’autenticità dei siti Web prima di inserire i dati personali.

Telefonia mobile, la spesa media in Italia è di 126 euro l’anno

Qual è la spesa media in Italia per la telefonia mobile? Risponde alla domanda, indicando come valore medio pro capite 126 euro l’anno, la ricerca che Facile.it ha commissionato agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale. Analizzando più da vicino il campione emerge che il 17% dei rispondenti, pari a circa 5,1 milioni di italiani, spende decisamente meno, vale a dire 72 euro l’anno; solo per il 5% dei clienti il costo supera i 240 euro annui.

I giovani campioni di risparmio
Come evidenzia la ricerca, il prezzo medio varia a seconda della fascia anagrafica. La bolletta più pesante è quella dei 65-69enni (156 euro l’anno) e quella dei 70-74enni (138 euro l’anno). Chi spende meno, invece, sono i 25-34enni e i 35-44enni; in media, rispettivamente, 119 euro e 115 euro l’anno. Per quanto riguarda il traffico dati, emerge che gli italiani in media  possono contare su 41,7 GB al mese. E se, da un lato, l’11% del campione dispone di solo 5 o meno GB al mese, dall’altro ci sono 3,4 milioni di italiani che hanno offerte con traffico dati superiore ai 70 GB mensili. Nonostante un volume di dati mediamente importante, non sempre i GB a disposizione sono sufficienti. Infatti, il 20% dei rispondenti, pari a poco meno di 6 milioni di individui, ha detto di fare fatica ad arrivare a fine mese con la propria offerta, dovendo così centellinare l’uso dei dati, per evitare di finirli. 

Il primo telefonino a 12 anni 

L’indagine ha messo in luce come negli ultimi 20 anni, cioè da quando i telefonini sono diventati prodotti di massa, l’età in cui se ne entra in possesso sia continuamente calata. Se i quarantacinquenni di oggi – per forza di cose – hanno ricevuto il primo cellulare intorno ai 23-24 anni, i venticinquenni lo hanno avuto a 14 anni e i diciottenni addirittura a 12 anni. Facile immaginare che l’età media continuerà ad abbassarsi in futuro.

In media 1,3 telefonini a testa

L’amore degli italiani per gli smartphone è cosa nota e l’indagine realizzata per Facile.it da mUp Research e Norstat lo conferma: in media ogni italiano ha 1,3 telefoni cellulari a testa. Il che significa che la quasi totalità della popolazione è dotata di un dispositivo mobile e che ci sono addirittura 7,3 milioni di italiani che ne hanno 2. Ancora, ben 1,7 milioni che ne possiedono 3 o più. 

Nell’anno del Covid il conto è salato per le imprese italiane

Il 2020 si è chiuso con un numero di nuove imprese decisamente più basso rispetto a quello del 2019, il 17%in meno, pari a -30 mila nuove iscrizioni. Lo stesso però è avvenuto con riferimento alle cessazioni di impresa (-16%), e tale fenomeno di “congelamento” delle chiusure, piuttosto omogeneo sul territorio italiano, riflette lo stato di profonda incertezza nel quale versano gli operatori economici. I ristori tengono in vita imprese oramai di fatto “inattive”, stimate in almeno 175.000, di cui 150.000 solo nel terziario, e si teme una forte contrazione del tessuto imprenditoriale nel 2021. In pratica, oggi chiudere un’impresa presenta costi a tratti insostenibili. Si tratta di alcuni risultati che emergono dall’Osservatorio Congiunturale Format Research, realizzato da Format Research nel mese di febbraio 2021.

Imprese del commercio in agonia: -13.130 rispetto al 2019

Malgrado il contesto complessivo di apparente stallo, il commercio fa registrare già 13.130 imprese attive in meno rispetto al 2019, segno dell’agonia alla quale le imprese del settore sono soggette da un anno. E se le misure adottate a contrasto della pandemia hanno coinvolto fortemente il tessuto imprenditoriale in Italia il prolungato periodo di chiusura ha annientato la ripresa della fiducia registrata in estate, e l’ottimismo delle imprese da qui al 30 giugno 2021 risulta solo moderato. La situazione si conferma decisamente più preoccupante presso gli operatori del terziario, che fa registrare un indicatore dei ricavi di 9 punti inferiore rispetto a quello dell’industria.

Calo dei ricavi più intenso nel Mezzogiorno

Le limitazioni alle attività disposte nell’ultima parte del 2020 hanno infatti contribuito negativamente al trend dell’indicatore dei ricavi, in particolar modo per specifici settori di attività economica, tutti riconducibili al comparto del terziario. Ricezione turistica (-67%), ristorazione (-62%) e commercio al dettaglio non alimentare (-43%) sono i settori per i quali si stimano le perdite più forti rispetto al 2019. Il calo dei ricavi è più intenso presso le imprese operative nel Mezzogiorno, dove la variazione rispetto al 2019 è pari a -38%, e lo scenario dal punto di vista del mercato del lavoro è preoccupante.

Occupazione: le previsioni degli imprenditori sono critiche

L’introduzione di ammortizzatori a difesa del lavoro ha solo in parte limitato l’impatto della crisi sull’occupazione in Italia, e le previsioni degli imprenditori sono critiche da qui al 30 giugno 2021. I dati ufficiali circa gli effetti della pandemia sull’occupazione confermano il trend negativo: nei primi nove mesi del 2020 sono state 1,9 milioni le assunzioni in meno in Italia rispetto allo stesso periodo del 2019 (-34% in un anno).

Inoltre, la prossima sospensione del blocco dei licenziamenti rischia di ridurre significativamente gli organici delle imprese, stimati in un -14% sul totale delle imprese, e addirittura -18% presso il solo terziario.

Italia zona bianca: più di 63mila senza connessione

Il problema delle zone bianche in Italia non è nuovo. Si tratta delle zone dove Internet non arriva, ma la soluzione non è semplice perché in questi territori le compagnie di telecomunicazione spesso non hanno interesse a investire, in quanto sarebbe difficile rientrare delle spese. Si tratta infatti di zone di difficile accesso o scarsamente popolate, dove le tecnologie per banda larga non sono state installate. Di fatto, più di 63mila italiani abitano in zone definite bianche, costrette quindi a restare senza connessione. Per 16mila di loro poi si tratta anche di restare senza campo con il cellulare.

Nel 2020 una famiglia su tre non ha accesso a Internet né dispone di device

Sono i dati forniti da uno studio del ministero dell’Innovazione e l’Agcom, secondo cui nel 2020 una famiglia su tre non aveva accesso a internet né a device per poter lavorare in smart working o permettere ai figli di seguire la didattica a distanza. Secondo l’ottava edizione del Rapporto sul benessere equo e sostenibile pubblicato dall’Istat, a non disporre di connessione a Internet e pc sono il 12,6% delle famiglie in cui è presente almeno un minore, e il 70% delle famiglie composte da soli anziani. Ad aumentare, riporta Affaritaliani, è anche lo svantaggio delle famiglie del Mezzogiorno: nel 2020 il gap rispetto alle famiglie del Nord è di 10 punti percentuali, 3 in più rispetto al 2010.

Le categorie svantaggiate usano lo smartphone

Nel corso degli ultimi anni i cellulari e gli smartphone si sono sempre più connotati come fattori di traino nell’accesso al web, e in molti casi rappresentano l’unica modalità, soprattutto tra quei segmenti di popolazione che sono caratterizzati anche da un minor utilizzo di Internet: per oltre la metà delle persone con basso titolo di studio e per una quota consistente dei residenti nel Mezzogiorno l’accesso a internet avviene esclusivamente attraverso lo smartphone. Tuttavia questa tipologia di dispositivo se da un lato può agevolare una diffusione ampia dell’accesso alla rete e uno svolgimento agevole di alcune attività, dall’altro non garantisce di per sé lo sviluppo di competenze digitali più complesse.

Il divario tecnologico I dati sulla disponibilità in famiglia di almeno un computer (inclusi i tablet) e della connessione a internet consentono di monitorare le situazioni di esclusione o difficoltà per la piena fruizione delle opportunità offerte dal digitale. Nel 2020, in Italia, il 66,7% delle famiglie dispone di un accesso a Internet e di almeno un computer. Rispetto al 2019 si registra un aumento del 1,6%, dovuto esclusivamente all’incremento delle famiglie che dispongono di un accesso a Internet, che passano dal 76,1% al 79,6%. mentre non si osservano variazioni significative per quanto riguarda la disponibilità di un pc. Si conferma poi un generale vantaggio delle regioni del centro e del nord Italia, mentre l’impatto del livello di istruzione dei componenti della famiglia sulle dotazioni e l’utilizzo delle Ict è molto forte, così come la presenza di almeno un minore in famiglia

Il lockdown ha fatto bene all’ambiente: gas serra giù del 9,8%

Tra i tanti problemi provocati dalla pandemia di Covid-19 e dai conseguenti periodi di lockdown c’è anche un aspetto positivo, e riguarda la salute del nostro pianeta. A voler essere ottimisti – e soprattutto a voler vedere il bicchiere mezzo pieno  – per il 2020 è previsto un taglio del 9,8% di gas serra a livello nazionale rispetto al 2019. Il dato relativo alla salubrità dell’atmosfera arriva dall’Ispra, l’Istituto per la protezione e la ricerca ambientale, che ha infatti stimato “una consistente riduzione delle emissioni di gas serra a livello nazionale”.

Consistente riduzione di emissioni

“Sulla base dei dati disponibili per il 2020, si stima una consistente riduzione delle emissioni di gas serra a livello nazionale, prevalentemente a causa delle restrizioni dovute al Covid-19” spiega infatti l’Istituto in una nota. “Anche se si è ancora in attesa di avere tutte le informazioni necessarie per una stima definitiva, nello scorso anno le emissioni nel nostro Paese sono state inferiori del 9,8% rispetto al 2019 a fronte di una riduzione prevista del Pil pari all’8,9%”. Insomma, le difficoltà vissute dal nostro Paese hanno avuto almeno un riverbero positivo sotto il profilo ambientale.

Quali sono stati i “risparmi” maggiori?

Ma la riduzione di emissione a cosa, o meglio a chi è dovuta? Risponde sempre l’Ispira, precisando che “l’andamento stimato è dovuto alla riduzione delle emissioni per la produzione di energia elettrica” con un “meno 12,6%”. Ma anche “per la minore domanda di energia”, e per “la riduzione dei consumi energetici anche negli altri settori” come nell’industria con un “meno 9,9%”, nei trasporti con un “meno 16,8%” a causa della riduzione del traffico privato nelle città, e per il riscaldamento con un “meno 5,8%” per via della chiusura parziale o totale degli edifici pubblici e delle attività commerciali. Meno attività, quindi meno consumi e conseguentemente meno emissioni.

Ambiente ed economia sembrano muoversi su binari differenti

C’è un’ultima annotazione dell’Istituto che risulta particolarmente interessante.I dati ufficiali definitivi dell’Ispra per il 2019 mostrano “una diminuzione delle emissioni di gas serra rispetto al 2018 del 2,4%, mentre nello stesso periodo si è registrato una crescita del Pil pari allo 0,3%”. Confrontando questo elemento con la stima di riduzione delle emissioni per il 2020 e il Pil – spiega l’Istituto – “si conferma, in linea generale, il disaccoppiamento tra l’andamento delle emissioni e la tendenza dell’indice economico”.

Acquisire competitività con i laser industriali

Riuscire a rimanere competitivi sul mercato è l’obiettivo di tantissime aziende che desiderano continuare ad offrire i propri prodotti senza per questo dover partecipare alla guerra dei prezzi. In questo senso, la soluzione è decisamente quella di aumentare la qualità del prodotto finale. Il cliente chiaramente, a parità di prezzo, è naturalmente portato a scegliere per quella soluzione in grado di offrire un prodotto qualitativamente migliore.

Laser industriali e produttività

I laser industriali rappresentano ad oggi la risposta più efficace a quanti desiderano individuare delle risorse che consentano di aumentare il livello di qualità della propria produzione nonché la velocità della stessa. Si tratta infatti di uno strumento grazie al quale è possibile rispondere adeguatamente alle richieste di mercato, anche per quel che riguarda i tempi di produzione e consegna dei prodotti.

Laser industriali: quali sono i vantaggi?

Ci sono diversi vantaggi che i moderni laser industriali presentano rispetto i metodi tradizionali o i laser di vecchia generazione. Uno dei più importanti è rappresentato dalla grande pecisione di taglio,altrimenti impossibile da ottenere con qualsiasi altro tipo di laser o strumento esistente in commercio. Grazie ai moderni laser industriali è possibile anche andare ad effettuare dei tagli particolarmente complessi in maniera molto rapida e precisa, come ad esempio curvature e altro tipo di marcatura o effetto particolarmente difficile da ottenere.

I vantaggi per l’azienda che si dota di tale soluzione sono soprattutto economici, in quanto i tempi di lavoro chiaramente si velocizzano e diminuisce così la necessità di manodopera, con tutti i vantaggi che ne derivano per quel che riguarda i costi di produzione. Infine è bene ricordare che questo tipo di tecnologia non ha bisogno dell’impiego di sostanze chimiche o materiali inquinanti, per cui è possibile definirla una tecnologia pulita che concorre a rispettare l’ambiente ed il mondo che ci circonda.