5 trucchi infallibili per riparare un’unghia rotta

La rottura di un unghia è uno degli incidenti più comuni e può anche essere molto doloroso, oltre che un inestetismo fastidioso. Può anche essere qualcosa di molto scomodo, perché un’unghia rotta è in grado di bloccarsi in qualsiasi tipo di tessuto provocando dolore e rovinando anche la nostra manicure per la quale abbiamo lavoriamo così duramente.

Quindi, la soluzione per risolvere autonomamente il problema è quella di frequentare un corso unghie per acquisire le conoscenze necessarie ad apportare tale riparazione, o quantomeno seguire i 5 consigli che seguono per tentare di risolvere.

1. Prevenzione

Sì, sappiamo che questo non è un modo per riparare l’unghia rotta bensì per impedire che ciò accada, ma è per questo che si trova in cima alla nostra lista dei suggerimenti. Tieni le unghie corte, perché  così hanno meno probabilità di rompersi e di rimanere bloccate in tutto quel che tocchi o con cui entri in contatto. Compra una lima di vetro e preferiscila a quelle di carta, perché non rovinano le unghie e durano più a lungo.

2. Con smalto gel trasparente

Dopo aver pulito accuratamente l’unghia, avendo cura che la parte spezzata non si incastri da qualche parte rovinandosi ancora di più, è possibile fissare l’unghia rotta con un po’ di colla per unghie, e applicare subito dopo uno strato di smalto trasparente con effetto gel che maschererà alla perfezione ogni piccolo segno di rottura.

 3. Risolvi con un unghia finta

Se una si è completamente rotta e dunque hai dovuto usare il tagliaunghie, procurati un pacchetto di unghie finte naturali. Posiziona l’unghia con un po’ di colla, puliscila e colorala in seguito dello stesso colore delle altre, nessuno noterà la differenza.

 4. Colla per unghie

Quando un’unghia si rompe quasi nel mezzo, tagliare è fuori dalle opzioni da prendere in considerazione. Usare la colla per tenerla ferma e non peggiorare le cose è il modo migliore per rimediare a questo tipo di inconveniente. Chiaramente bisogna prima verificare di non essere allergici agli acrilati, in quanto questi possono causare irritazione o dermatite.

 5. Usare un filtro da caffè

Pulisci l’unghia in modo che non vi siano residui di ogni tipo, e asciugala bene con un panno. Taglia un filtro di carta da caffè delle dimensioni di una piccola toppa che possa coprire la parte rotta dell’unghia (funziona anche una bustina di tè).

Applica sull’unghia rotta un generoso strato di smalto trasparente e posiziona immediatamente e delicatamente il pezzo di carta sulla parte rotta dell’unghia. Una volta che si asciuga, aggiungi uno o più strati di smalto trasparente. Vedrai che l’unghia tornerà ad essere solida e non si noterà più la linea di rottura.

Seguire questi semplici consigli ti consentirà di rimediare autonomamente ad un unghia rotta, sebbene si tratta di soluzioni temporanee. Seguendo invece uno specifico corso ti sarà possibile comprendere come prenderti cura delle tue unghie in maniera professionale e sfoggiare sempre unghie perfette.

Impianto ad osmosi inversa IWM

L’acqua è una risorsa essenziale per la vita, sia del nostro pianeta sia per tutti gli esseri viventi. Dall’utilità molteplice, senza questo elemento tutto andrebbe incontro al deperimento rapido, fino anche alla morte, laddove un organismo ne fosse privato. Questo vale soprattutto per l’uomo ma anche per le piante e gli animali. Per l’uomo l’acqua è necessaria per mantenere la giusta idratazione che serve per il corretto svolgimento delle funzioni organiche, fondamentale per espellere tutte le sostanze nocive e le tossine dal proprio organismo, per evitare che i reni siano sovraccaricati nel compito di eliminare, filtrando il sangue, le scorie, le quali, depositandosi, provocano la formazione di calcoli; fondamentale per ripristinare i sali minerali persi dopo un affaticamento, altrettanto come coadiuvante nel trattamento finanche delle allergie di stagione. Anche le piante sono fatte di acqua, ne costituisce la linfa; in quanti hanno notato tuttavia che, pur innaffiate regolarmente, non crescono come ci si aspetterebbe? Tutto dipende da che tipo di acqua diamo loro. Infatti per ottenere i massimi benefici da questo preziosissimo elemento, è necessario che sia un’acqua pura e ricca dei minerali essenziali alla salute, con un determinato pH e priva di tutte le scorie nocive che inevitabilmente la inquinano.

Ma quanto può costare l’approvvigionamento di questa risorsa essenziale, pur di essere sicuri di non nuocere a noi stessi e a ciò a cui teniamo? si pensi che la spesa stimata per il consumo di acqua imbottigliata è di circa 400 € al metro cubo. La soluzione ideale è quella di installare un purificatore d’acqua che consenta di avere in casa acqua pura come se sgorgasse direttamente da una sorgente, dunque con le stesse benefiche qualità. Ma non un purificatore qualsiasi, quanto un prodotto che davvero garantisca l’eccellenza e soprattutto che consenta un risparmio (ben 0,4 € al metro cubo) per chi acquista ed il beneficio affatto trascurabile di immettere nell’ecosistema meno plastica.

Oggi l’eccellenza ha un nome: IWM, International Water Machines, azienda leader nel trattamento delle acque potabili. Un’azienda premiata per l’impianto osmosi inversa domestico tecnologicamente più avanzato al mondo, producendo un’acqua dal pH elevato, biologicamente pura, leggera, alcalina e arricchita di tutti i sali minerali necessari al benessere del proprio organismo, dei nostri amici animali e delle nostre piante.Sul sito dell’ azienda si possono trovare molte altre informazioni, altrimenti basta chiamare il numero verde: 800 800 813 per avere a propria disposizione gentilezza, efficienza e celerità, nonché competenza.

La qualità  ed il design delle proposte Leon Louis

Oggi più che mai i giovani sono particolarmente attenti nello scegliere cosa indossare, perché dall’abbigliamento dipende buona parte della prima impressione che gli altri si fanno di noi al primo sguardo. Per questo motivo si tende sempre più ad indossare capi che richiamino in qualche maniera il proprio stile di vita nonché la personalità, così da comunicare a chi ci osserva tratti del nostro modo di fare e di essere semplicemente comunicandolo tramite ciò che si indossa. Ecco il motivo per il quale le nuove generazioni sono sempre più selettive nel decidere quali capi d’abbigliamento acquistare, pur non rinunciando alla qualità di tessuti e lavorazioni. Leon Louis è uno di quei marchi in grado di abbinare stile e design ad una eccezionale qualità generale del prodotto, e riscuote da anni un successo che continua a registrare numeri al rialzo tanto da collocare questo prestigioso marchio in cima alle preferenze di giovani e meno giovani.

Presente sul mercato dal 2010, anno in cui Leon Louis presentò ufficialmente le sue collezioni al mondo, questo prestigioso marchi è oggi un punto di riferimento per giovani e meno giovani, i quali hanno precise idee in fatto di stile e design e accolgono favorevolmente un brand che consenta loro di ottenere esattamente l’impronta stilistica desiderata senza alcun compromesso. Puoi farti un’idea delle creazioni Leon Louis su www.revolutionconceptstore.it, e visionare in dettagli tantissime proposte in fatto di bermuda, pantaloni, giubbini e tanti altri capi selezionati appositamente per offrire una risposta concreta a quanti amano vestire in maniera ricercata e particolare. Ogni articolo è accompagnato da ampia galleria fotografica grazie alla quale è possibile scoprire in anteprima ogni dettaglio, e verificare la qualità della lavorazione. Aggiunta la merce al carrello ed effettuato il pagamento, si riceverà il proprio ordine direttamente a casa entro un paio di giorni lavorativi.

Gli italiani ed il rituale del caffè

La passione che gli italiani hanno per il caffè è un qualcosa che va ben oltre il semplice apprezzare il gusto di una buonissima bevanda: è a tutti gli effetti un rituale di piacere e benessere da concedersi anche più volte al giorno, da soli o in compagnia per scambiare due chiacchiere. Che sia al mattino appena svegli, in ufficio, al bar nel corso della giornata o a casa dopo cena, ogni momento è quello adatto per concedersi l’amata tazzina, magari con le persone alle quali teniamo di più. Oggi esistono capsule con miscele e aromi di ogni tipo, ma bisogna assicurarsi che la qualità del prodotto che si va a scegliere sia veramente elevata, se si desidera provare ogni volta quella piacevole sensazione che è possibile vivere quando si prende un caffè al bar. Ad influire è certamente la qualità della materia prima, la miscela, la tostatura e l’intero processo di lavorazione. Soltanto il caffè di prima scelta, lavorato secondo la più antica delle tradizioni, può dare vita ad un prodotto di assoluta qualità, in grado di regalare piacevoli sensazioni ad ogni sorso.

La capsule Lavazza a Modo Mio by Cialdamia sono le più amate dagli italiani proprio per l’indiscutibile qualità delle miscele adoperate, tangibilmente di altissimo livello ed in grado di soddisfare i desideri di ciascuno grazie alla grande varietà di scelta. Scegliendo queste ottime capsule, si avrà la possibilità di provare miscele dal gusto più intenso o delicato in base ai propri gusti, tantissime miscele appositamente selezionate ed in grado di stupire sorso dopo sorso. La loro assoluta convenienza inoltre, rende queste cialde ancora più oggetto del desiderio agli occhi di ogni intenditore: gusto, qualità e convenienza quindi, per un prodotto in grado di regalare piacevoli sensazioni al palato sorso dopo sorso, tazzina dopo tazzina.

Consigli per la tua casa: cucine Pedrazzini Arreda

Oggi in casa trascorriamo tantissimo tempo all’interno della cucina. A differenza di ciò che avveniva sino a qualche decennio fa, quando questo ambiente era perlopiù destinato alla servitù e serviva unicamente alla preparazione dei pasti, oggi la cucina ha assunto un ruolo decisamente diverso nella considerazione collettiva. Oggi è qui che si ricevono gli ospiti, si fa conversazione e si consumano i pasti, è qui che si sperimentano nuove ricette in presenza degli amici ed è qui che si beve un buon bicchiere di vino. Proprio dal ruolo che questo ambiente domestico ha assunto nel tempo, ed in relazione alla grande importanza che riveste nella società odierna, nasce l’esigenza di fare della cucina un ambiente elegante e raffinato, in cui chi cucina possa sentirsi a proprio agio e soprattutto un luogo in cui sia un piacere invitare gli ospiti, che garantisca comfort in un ambiente moderno ed accogliente.

Le cucine Pedrazzini sono tutto questo e molto di più: eleganza e raffinatezza, unite ad una facilità d’uso che ti consentirà di fare della tua nuova cucina un vero e proprio ambiente polivalente, un ambiente in cui creare piatti nuovi e intrattenere gli ospiti. Pedrazzini Arreda, con sede trova in Via Leone Tolstoi 81 a San Giuliano Milanese, è esclusivista di zona per i marchi Veneta Cucine e Arredo 3, e ti offre tutta la qualità e l’affidabilità di questi prodotti, destinati inevitabilmente a durare nel tempo. Il personale ti seguirà in tutte le fasi del processo d’acquisto, consigliandoti al meglio e risolvendo ogni dubbio legato alla fattibilità o all’effetto di ogni singola soluzione, aiutandoti ad individuare quella perfettamente in grado di incontrare i tuoi desideri e soddisfare le tue esigenze. Visita di persona lo showroom così da verificare di persona la qualità delle cucine Milano proposte, e la grande competenza che da sempre distingue Pedrazzini Arreda nel settore.

Gli italiani pazzi per il podcast: sono 12 milioni gli ascoltatori

Gli italiani hanno un nuovo amore: il podcast. Sono infatti ben 12 milioni, con un incremento di quasi due milioni di persone rispetto al 2018, i nostri connazionali che vogliono solo… ascoltare. Grazie anche all’abitudine allo streaming, gli italiani si sono abituati a nuove forme di fruizione dei contenuti, a partire dalle grandi piattaforme come YoTube, Netflix, Prime Video Amazon e RaiPlay. Si tratta di un pubblico slegato dalla televisione tradizionale e dal telecomando, e che ha imparato a districarsi perfettamente tra app e tecnologie digitali. Lo rivela un recente rapporto Nielsen, aggiornato a ottobre 2019, che ha messo in luce quanto sia forte la passione tra italiani e voce.

Cosa vogliono gli utilizzatori?

In un mondo iperconnesso, i fruitori di podcast cercano sostanzialmente contenuti di qualità. I driver, anche in questo caso, sono informarsi, rilassarsi, divertirsi, scoprire nuove cose.  In sintesi, afferma la ricerca Nielsen commissionata da Audible, contenuti originali (44%) che lo attraggono, specie se appartiene al target giovane che ama divertirsi con i programmi radiofonici. Infatti è proprio la musica è il contenuto più richiesto (45%), ma anche news (42%), seguono intrattenimento (37%) e approfondimenti (33%). C’è anche una discreta quota, nel target 18-24 anni, che usa i podcast in inglese per perfezionare lo studio della lingua.

I luoghi dell’ascolto

E’ interessante anche scoprire quali siano i luoghi in cui le persone utilizzano il podcast. In primis c’è la casa, con il 71% delle preferenze, ma è rilevante anche la percentuale di chi ascolta in macchina (34%) e in autobus (22%). Per quanto riguarda il genere, i fruitori sono in egual misura uomini e donne mentre è davvero sorprendente il dato relativo all’età:  il 68% ha tra i 25 e 34 anni, ma il 59% è ultrasessantenne. Non esistono perciò grandi divari né di età né di genere sessuale. Quanto alla frequenza, i giovani sotto i 24 anni lo ascoltano 4.8 volte al mese, rispetto ad una media di 3.7 (lo scorso anno era 2.7) e circa 23 minuti è la lunghezza media contro i 19 di un anno fa.

Tre profili di ascoltatori

La ricerca Nielsen ha evidenziato tre profili di ascoltatori.  L’abitudinario è quel tipo di persona che ama i podcast e ne fa uso regolare, con una media che arriva fino a più ascolti a settimana. L’ascoltatore seriale, invece, vive di podcast, non può farne a meno, tanto da ascoltarli almeno una volta al giorno ovunque si trovino. Infine l’ascoltatore potenziale, colui che non ascolta podcast per il semplice fatto che non sa di cosa si stia parlando. Infatti, il 49% degli intervistati ha ammesso di non conoscere questo tipo di servizio, seguito a ruota da un 36% che preferisce altre modalità di informazione e intrattenimento.

L’ora solare una seccatura? No, un risparmio da 100 milioni di euro

A ottobre ha fatto il suo ritorno, dopo i canonici sette mesi, l’ora solare. Spostando indietro le lancette di un’ora, si guadagna in luce la mattina presto. Per il ritorno all’ora legale (forse, visto che esiste l’ipotesi di eliminarla in tutti i paesi dell’Unione Europea) bisognerà attendere il prossimo 29 marzo 2020. Ma, oltre al fatto di dormire un’ora in più o meno, a seconda dei periodi, l’ora solare-legale porta dei vantaggi? Oppure per i cittadini ha solamente effetti simili al jet-lag?

Consumati 505 milioni di kilowattora in meno

Stando alle rilevazioni, lo spostamento indietro dell’ora porta diversi vantaggi, anche per le persone, in termini di consumi energetici e sostenibilità ambientale. Secondo le stime preliminari registrate da Terna dal 31 marzo 2019, grazie a quell’ora quotidiana di luce in più che ha portato a posticipare l’uso della luce artificiale, l’Italia ha risparmiato complessivamente 505 milioni di kilowattora (quanto il consumo medio annuo di elettricità di circa 190 mila famiglie), un valore corrispondente a minori emissioni di CO2 in atmosfera per 250 mila tonnellate. Considerando che nel periodo di riferimento un kilowattora è costato in media al cliente domestico tipo (secondo i dati dell’Arera) circa 20 centesimi di euro al lordo delle imposte, il risparmio economico per il sistema relativo al minor consumo elettrico nel periodo di ora legale per il 2019 è pari a circa 100 milioni di euro.

A aprile e ottobre il maggior vantaggio

Nei mesi di aprile e ottobre si è registrato, come di consueto, il maggior risparmio di energia elettrica. Il fenomeno, ricorda Italpress, è dovuto al fatto che questi due mesi hanno giornate più “corte” in termini di luce naturale, rispetto ai mesi dell’intero periodo. Spostando in avanti le lancette di un’ora, quindi, si ritarda l’utilizzo della luce artificiale in un momento in cui le attività lavorative sono ancora in pieno svolgimento. Nei mesi estivi come luglio e agosto, invece, poiché le giornate sono già più lunghe, l’effetto “ritardo” nell’accensione delle lampadine si colloca nelle ore serali, quando le attività lavorative sono per lo più terminate, e fa registrare risultati meno evidenti in termini di risparmio di elettricità. Dal 2004 al 2019, secondo i dati elaborati da Terna, il minor consumo di elettricità per il Paese dovuto all’ora legale è stato complessivamente di circa 9,6 miliardi di kilowattora e ha comportato in termini economici un risparmio per i cittadini di oltre 1 miliardo e 650 milioni. 


Il benessere aumenta la performance, anche al lavoro

Il benessere psicofisico aiuta ad alzare il livello di concentrazione e a gestire con serenità problemi e situazioni difficili. Non solo nella vita privata, ma anche al lavoro. Sembra banale, ma dormire bene e curare l’alimentazione aiutano a trovare l’energia necessaria ad affrontare le giornate lavorative. Chi non ha mai pensato di non riuscire a portare a termine un lavoro arenandosi in una situazione di sconforto? Tra stress, preoccupazioni e impegni può capitare di non rendere quanto si vorrebbe. E per aiutare i lavoratori a gestire al meglio i propri compiti Page Personnel, il brand di PageGroup, società di ricerca e selezione di personale qualificato, suggerisce sette semplici consigli per aumentare le performance sul lavoro.

Affrontare gli obiettivi con lucidità e fermezza

Passare in media 8 ore in ufficio genera di per sé un carico di stress, che si accumula con l’ansia per le attività complesse da svolgere, le deadline incombenti, e le responsabilità del proprio ruolo. “Se agli obiettivi sfidanti che l’azienda si aspetta da noi, aggiungiamo gli obiettivi di carriera personali, uno stile di vita non regolare, e intere giornate passate davanti al computer o ai meeting, il lavoro può davvero diventare snervante”, commenta Fabrizio Travaglini, Senior Executive Director di Page Personnel. Abituarsi a uno stile di vita sano e attivo è invece fondamentale. Non solo per ottenere risultati positivi ogni giorno, ma per riuscire a gestire i picchi di lavoro e gli incarichi complessi. Affrontare obiettivi personali e professionali con lucidità e fermezza è la chiave di molti professionisti di successo.

Giusto riposo, alimentazione equilibrata, attività fisica

Dormire bene dalle 7 alle 9 ore è un elemento chiave della produttività. Attenzione quindi al riposo: più si è riposati, maggiori saranno le probabilità di successo sul lavoro. Assicurare al proprio corpo la giusta quantità di nutrienti poi è essenziale per garantirsi la giusta dose di energia. Se si alimenta il corpo in maniera ottimale lo stesso avviene per la mente. E non si avranno cali di energia nei momenti meno opportuni. Poi, l’attività fisica è importante per tenersi in forma. Ma per fare attività fisica non è necessario un abbonamento in palestra, è sufficiente andare al lavoro a piedi o in bicicletta, o lasciare l’ufficio all’ora di pranzo per fare una passeggiata. In questo modo si può spezzare la giornata lavorativa per dedicare anche un po’ di tempo a se stessi. 

Obiettivi realistici, soft skills da coltivare, e tempo per sé

Fissare obiettivi irrealistici, suggeriscono gli esperti di Page Personnel, non solo esercita una pressione inutile, ma porterà a commettere errori. Fissare obiettivi raggiungibili giornalmente e per la settimana permette invece di eseguire bene i compiti aumentando le performance. Così come lavorare sulle proprie capacità. Che oltre a contribuire alla crescita professionale, è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi del team in cui si lavora. E se i periodi “di fuoco” non mancano mai, le classiche to-do-list sono ancore di salvezza, perché facilitano l’elaborazione delle mansioni da compiere e le priorità da tenere a mente. Inoltre, staccare la spina ogni tanto è una vera e propria necessità. Non si tratta di perdere tempo, ma di ricaricare le pile per aumentare la produttività una volta tornati operativi.

Consumi alimentari e ambiente, vegani e vegetariani salveranno il pianeta?

Le sorti del pianeta dipendono da noi, e i consumi alimentari, così come tutto ciò che ruota attorno a essi, sono uno dei fattori che più impattano sull’ambiente. Aumentano quindi i segnali di attenzione verso la salute nostra e dell’ecosistema, e si afferma la consapevolezza nel valutare gli stili di vita anche in base alla loro ecosostenibilità. L’allevamento intensivo, ad esempio, è una delle principali fonti di inquinamento terrestre e determina importanti alterazioni del clima. Vegani vegetariani, e flexitariani, il movimento che applica una dieta che abbina alle proteine vegetali anche quelle animali, ma in percentuale molto ridotta, riusciranno a salvare il mondo?

Tutti i settori sono chiamati in causa

Secondo un’analisi di FutureBrand in Italia il numero di vegetariani e vegani è cresciuto del 7,3% rispetto al 2018. La domanda di piatti sani e sostenibili cresce, e i brand stanno già sperimentando prodotti e soluzioni per conquistare vegani, vegetariani e flexitariani.  A cambiare, però, non sono solo i consumi alimentari. Si impongono cambiamenti anche ad altri settori come, ad esempio, la moda. Orange Fiber, una startup italiana, produce tessuto ricavato dalla fibra delle arance di scarto, riporta Ansa. E in Thailandia alcuni supermercati hanno sostituito la plastica usata per confezionare i prodotti nel reparto ortofrutta con le foglie di banano. L’elenco di iniziative ecosostenibili è lungo e mostra come tutti i settori siano chiamati in causa.

Mangiare sano non è sufficiente

Ma tornando al settore alimentare basta la drastica diminuzione dei consumi di carne per salvare il pianeta? Per nulla. Mangiare sano non è sufficiente, anzi, può addirittura essere controproducente per l’ambiente. Usando il calcolatore sviluppato da BBC, si scopre quanto costa in termini di inquinamento addentare, per esempio, una mela. In termini di produzione di gas serra equivale a 51 km percorsi in auto in un anno, al riscaldamento per due giorni di un appartamento e ben 5.245 litri di acqua. L’attenzione è ancora interamente rivolta a equazioni tipo superfood uguale benefici per la salute, ma si omette di dire ad esempio, che le preziose bacche di Gojji per arrivare sulla nostra tavola hanno viaggiato dalla Cina e sono state imballate con materiale accoppiato non riciclabile.

I consumatori sono pronti a cambiare abitudini, ma i brand devono fare la loro parte

Servono quindi acquisti più consapevoli, e i brand devono fare la loro parte. Alcune risposte concrete arrivano dalla grande distribuzione, come in Francia, dove ha fatto scuola l’esperimento di Intermarché con la linea Moche, frutta e verdura buona ma salvata dalla pattumiera per sensibilizzare sullo spreco di cibo.  Secondo un’indagine dell’Osservatorio Giovani (Istituto Giuseppe Toniolo) l’80% degli intervistati si dichiara pronto a cambiare le proprie abitudini per contenere l’impatto dei cambiamenti climatici, ed è disponibile a ridurre al minimo gli sprechi alimentari. I giovani sono pronti a fare la loro parte, ma hanno bisogno di strumenti. Qualsiasi gesto pro-ecosistema, se ben comunicato, può produrre effetti positivi anche sul business. Oltre che su Madre Natura.

L’export italiano cresce, Milano è prima con 10,7 miliardi

Nei primi tre mesi del 2019 sono stati raggiunti 115 miliardi di euro di export, il 2,0% in più rispetto allo stesso periodo del 2018. Prima regione italiana per export è la Lombardia, con 31 miliardi, e in testa alla classifica delle città si piazza Milano, con 10,7 miliardi, pari all’1,0% di crescita. Seguono Torino, Vicenza, Brescia e Bergamo, ma nella top 20 anche Varese, Monza Brianza e Mantova. Le maggiori destinazioni sono la Germania, la Francia, e gli USA. E i nostri prodotti più esportati all’estero sono macchinari e apparecchiature, autoveicoli, prodotti della metallurgia, prodotti chimici, prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici.

La top 5 delle città che esportano di più

Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e di Promos Italia, la struttura del sistema camerale italiano a supporto dell’internazionalizzazione delle imprese: l’Italia nel primo trimestre del 2019 ha esportato prodotti per 114,7 miliardi, pari a 2,3 miliardi in più rispetto allo stesso periodo del 2018 (+ 2,0%). La top 5 delle città in classifica, dopo Milano, con 10,7 miliardi di euro circa (+1,0%), vede Torino, con 4,5 miliardi, Vicenza, con 4,4 miliardi, Brescia, con 4,1 miliardi, e Bergamo con 4 miliardi circa. Intorno ai 3 miliardi anche Bologna, Firenze, Treviso e Modena. Mentre fra le prime 20 anche le lombarde Varese e Monza Brianza, con oltre 2 miliardi, Mantova, con 2 miliardi.

L’Unione Europea copre il 57,6% del totale

Tra le regioni la Lombardia raggiunge quasi i 31 miliardi, un valore pari a oltre un quarto del totale italiano, ed è seguita dal Veneto e l’Emilia Romagna, con circa 16 miliardi. L’export italiano raggiunge soprattutto l’Unione Europea, con 63 miliardi, pari al 57,6% del totale (+1,5%). In particolare, all’interno dell’Unione si esporta soprattutto in Germania (14 miliardi) e in Francia (12 miliardi). Oltreoceano invece è l’America settentrionale, con gli Stati Uniti a guidare la classifica (11 miliardi), seguiti dal Canada (1 miliardo).

L’export italiano è guidato dal settore manifatturiero, soprattutto da macchinari, seguito dall’abbigliamento e i tessili, i mezzi di trasporto e i prodotti in metallo. Più nel dettaglio, tra i più esportati gli autoveicoli e i medicinali.

Quasi 107 miliardi di import, di cui con 8 dalla Cina

L’import nazionale, sempre nel periodo considerato, invece è di quasi 107 miliardi, per una crescita del +2,0%. Anche per quanto riguarda l’import prima regione la Lombardia, con 34 miliardi, seguita da Veneto, con 13 miliardi, Emilia Romagna, con 9 miliardi, Lazio con 9 miliardi, e Piemonte con 8 miliardi. Si distingue Milano, con 18 miliardi (+2%), seguita da Roma, con 5 miliardi, e Torino con 4 miliardi. Tra i primi prodotti importati i mezzi di trasporto, in particolare, gli autoveicoli, ma anche i prodotti dell’estrazione, soprattutto petrolio greggio, metalli e prodotti chimici.

Tra i maggiori partner, l’Unione Europea (58 miliardi), con Germania (17 miliardi) e Francia (8 miliardi), ma anche la Cina, con 8 miliardi.

Rivoluzione digitale e Risorse Umane: il futuro è agile e collaborativo

La rivoluzione digitale cambia le imprese e la gestione dei dipendenti. La direzione del cambiamento è quella del lavoro agile, tanto che nelle organizzazioni cosiddette agili a essere più motivato rispetto al proprio lavoro è l’85% dei dipendenti. Il triplo delle organizzazioni a gestione più tradizionale. Lo dimostra uno studio dell’Osservatorio Hr Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, secondo il quale il 54% delle direzioni Hr (Human Resources) delle aziende italiane ha una strategia mirata proprio in questa direzione.

“Un passaggio che tutte le realtà dovranno compiere per poter affrontare il futuro”

“La trasformazione verso modelli organizzativi più agili è un passaggio che tutte le realtà dovranno compiere per poter affrontare il futuro”, spiega Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio HR Innovation Practice. Uno scenario che non sfugge all’amministratore delegato di Q8 Italia, Giuseppe Zappalà che, intervistato dall’Adnkronos, sostiene che “in un mondo di profonda trasformazione con il digitale, l’innovazione, la competizione internazionale che incombono, le aziende ritengono sempre meno importante l’asset fisico, ma sempre più importante le persone”. Sono infatti proprio le persone che consentono di mantenere il contatto con il cliente, e i “veri patrimoni di un’azienda sono la clientela e le persone che riescono a soddisfarla”, aggiunge Zappalà.

Creare un ecosistema in cui condividere le idee

Per coniugare i tasselli strategici dell’organizzazione le aziende italiane iniziano quindi a orientarsi verso un’organizzazione più agile. E che la trasformazione digitale coinvolga gli uffici delle Risorse Umane ne è convinta anche la responsabile delle Hr di P&G South Europe, Francesca Sagramora. “Noi non pensiamo più di sviluppare piani di formazione interni – commenta – ma abbiamo aperto collaborazioni con università o startup, spesso realizzate da giovanissimi, creando un ecosistema in cui condividiamo idee. In un certo modo ci ‘contaminiamo’ – continua Sagramora – e, attraverso formule nuove, ci facciamo aiutare e condividiamo idee per trovare nuove soluzioni”.

La collaborazione resta al centro della strategia

In un mondo del lavoro in costante trasformazione tecnologica, secondo il direttore delle Risorse Umane di Microsoft Italia, Pino Mercuri, la componente strategica da mettere al centro è la collaborazione. E questo, evidenzia, “vale sia per il personale junior sia senior” visto che si lavora sempre di più con team virtuali, gruppi di lavoro collegati fra loro “da ogni parte del mondo”. Ma anche per il colosso dell’informatica, ai primi posti al mondo nei processi automatizzati, rimane la valorizzazione dell’elemento umano.

“Siamo produttori di tecnologia e siamo utilizzatori di tecnologia, ma – sottolinea Mercuri – crediamo in un mondo in cui la componente umana sarà sempre collegata alla componente digitale. Non crediamo a un’alternativa tra le due”.

Arrivano le nuove banconote da 100 e 200 euro: indistruttibili, “sopravvivono” anche alla lavatrice

Non hanno paura quasi di niente. Possono sopportare la centrifuga in lavatrice, l’asciugatura al sole e anche una passata di ferro da stiro: no, non si tratta di un tessuto, ma delle nuove banconote da 100 e 200 euro appena messe in circolazione. I nuovi biglietti, svelati a settembre 2018, andranno a completare l’emissione della serie ‘Europa’, “che offre una migliore protezione dalla falsificazione, rendendo le banconote in euro ancora più sicure”, si legge sul sito di Bankitalia. La loro resistenza, soprattutto, farà sì che ci sia la necessita di sostituirle con meno frequenza, a tutto vantaggio dei costi e dell’impatto ambientale. La Banca Centrale Europea, in un video, ha dimostrato come possano “sopravvivere” anche a trattamenti hard come lavaggi in lavatrice, abrasioni, esposizione alla luce del sole.

Quante e come sono

Le banconote da 100 e 200 euro sono ampiamente utilizzate sia come mezzo di pagamento sia come riserva di valore. A fine giugno 2018, riporta AdnKronos, circolavano 2,7 miliardi di banconote da 100 (13% di tutti i biglietti in euro in circolazione) contro 2,5 miliardi di banconote da 10 euro (12% circa del totale). In termini di valore la banconota da 100 è il secondo taglio più importante dopo quello da 50 e rappresenta quasi un quarto (23%) del valore di tutti i biglietti circolanti. Le banconote da 200 euro rappresentano invece l’1% del numero di biglietti in euro in circolazione e il 4% del valore totale. Come nuova caratteristica di sicurezza, queste banconote hanno un ologramma con satellite (apposto nella parte superiore della striscia argentata): muovendole appare il simbolo € che ruota attorno al numero. Simbolo che si distingue più chiaramente se esposto a luce diretta. Altra novità il numero verde smeraldo: muovendo una banconota, la cifra brillante nell’angolo inferiore sinistro produce l’effetto di una luce che si sposta in senso verticale; il numero inoltre cambia colore, passando dal verde smeraldo al blu scuro.

Riconoscibili anche per le persone ipovedenti

Infine, nella nuova serie Europa la Bce ha voluto tenere conto delle persone con problemi di vista, con le quali ha collaborato per crearle. Ecco perché ha messo a punto banconote dotate di caratteristiche particolari: i biglietti presentano grandi cifre in caratteri più marcati con tonalità maggiormente contrastanti per facilitarne il riconoscimento in base al colore. Ancora, lungo il bordo delle banconote sono stati predisposti dei segnali percepibili al tatto diversificati a seconda del taglio, 100 o 200 euro.

PA e interazione digitale, Italia agli ultimi posti in Europa

Se il valore medio dell’interazione digitale fra cittadini e Pubblica Amministrazione nell’Unione Europea è del 52%, in Italia nel 2018 solo il 24% dei cittadini dichiarava di aver interagito con la PA per via telematica, contro il 92% dei danesi, il 71% dei francesi, e il 57% degli spagnoli. Peggio di noi solo Bulgaria e Romania. Ma quali sono le ragioni di questo ritardo? Lo rivela il nuovo rapporto Agi-Censis realizzato nell’ambito del programma pluriennale Diario dell’Innovazione della Fondazione per l’Innovazione Cotec, che indaga la reazione degli italiani di fronte ai processi innovativi.

La trasformazione digitale è iniziata, ma gli italiani sono diffidenti

Secondo lo studio il rapporto tra cittadini e PA sta migliorando, ma indagando sui singoli servizi si scopre una scarsa conoscenza dei processi in atto: la popolazione italiana detiene un livello di competenze digitali decisamente basso, e una quota significativa di italiani vive in un mondo completamente “analogico”, riporta Adnkronos.

“La trasformazione digitale della PA è iniziata ed è possibile – commenta il direttore Agi Riccardo Luna -. Ma l’indagine registra anche una diffidenza degli italiani verso il nuovo che avanza: più che la curiosità, in molti vince la nostalgia. E non è un paradosso in un Paese in cui l’indice di vecchiaia è cresciuto di 25 punti percentuali in 10 anni, toccando il nuovo record storico”.

“Meno siti e tessere di plastica e molta più intelligenza”

“Da oltre trent’anni l’Italia spende tanta energia e moltissimi soldi per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, più di qualsiasi altro Paese europeo. Abbiamo aperto, per primi, cantieri innovativi su qualsiasi terreno digitale – spiega il segretario generale del Censis Giorgio De Rita -. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e questi dati rimarcano ancora una volta il gravissimo ritardo d’innovazione nelle piattaforme digitali pubbliche e nel funzionamento della burocrazia”. Secondo De Rita l’errore che ripetiamo inesorabilmente è puntare tutto sull’ultimo passo dei processi amministrativi, “il più visibile e spendibile sul fronte del consenso politico”, e rinunciamo a ogni innovazione negli schemi organizzativi e che traduca la complessità burocratica in interazioni semplici per imprese e cittadini. “Gli italiani si aspettano meno siti e tessere di plastica e molta più intelligenza”, aggiunge De Rita.

“Siamo solo all’inizio di un percorso lungo, ma decisivo”

“I dati del rapporto Agi-Censis documentano l’errore di chi nel passato sosteneva che la rivoluzione digitale nella PA fosse già avvenuta – commenta Giulia Bongiorno, Ministro per la Pubblica Amministrazione -. Quando mi sono insediata eravamo all’anno zero e sono stata costretta a emanare una circolare per sollecitare la nomina dei Responsabile per la Transizione al Digitale (RTD). Siamo quindi solo all’inizio di un percorso lungo, ma decisivo, per trasformare la Pubblica Amministrazione”.