Viaggi d’affari e sicurezza dei dati: il 65% dei viaggiatori non si sente al sicuro

Solo il 35% dei viaggiatori d’affari si sente molto sicuro di non compromettere la sicurezza dei dati della propria azienda durante la trasferta. E se i viaggiatori americani risultano molto più tranquilli (46%) rispetto a quelli dell’Asia Pacifico (28%) o dell’Europa (27%), la percentuale scende addirittura al 22% per i viaggiatori d’affari italiani. Secondo il CWT Safety & Security Study, una ricerca ideata da Carlson Wagonlit Travel e condotta da Artemis Strategy Group sui viaggi d’affari e la sicurezza dei dati, c’è ancora molto da fare per educare i viaggiatori su come proteggere i dati della loro azienda.

Solo il 3% degli intervistati provenienti dal nostro Paese si preoccupa

Solo il 3% degli intervistati italiani si dichiara preoccupato, ma la loro percezione del problema è abbastanza simile a quella dei colleghi stranieri. In generale le tre situazioni percepite come più pericolose dagli intervistati sono il furto o la perdita dei computer portatili o di altri dispositivi mobili (29%), l’uso di un Wi-Fi pubblico (21%), e il lavoro sul proprio laptop o dispositivo in luoghi non protetti (9%). A queste fanno seguito la condivisione involontaria di documenti aziendali (9%), l’accesso alle e-mail aziendali (8%), l’apertura di un file o di un sito non consentito (8%) e la disponibilità di documenti cartacei (6%).

Quasi la metà dei viaggiatori d’affari ha vissuto una violazione della sicurezza

Quasi la metà dei viaggiatori d’affari (46%) ha vissuto una violazione della sicurezza, percentuale che si riduce al 37% per i viaggiatori d’affari della Penisola. Inoltre, il 37% degli intervistati (36% per gli italiani) ha ammesso di aver scaricato file da mittenti non identificati, e la stessa percentuale ha aperto un’email di phishing (27% per gli italiani).

Fortunatamente, la maggior parte dei viaggiatori ha preso provvedimenti quando è venuta a conoscenza di una violazione della sicurezza o dei dati. Il 37% degli intervistati italiani ha notificato tempestivamente l’evento al dipartimento IT e il 31% ha spento subito il dispositivo, mentre il 25% ha riportato tutto all’azienda. Il 67% degli intervistati italiani inoltre ha confermato di saper segnalare un’email di phishing in modo appropriato.

“Consapevolezza e la formazione sono fondamentali per difendersi dalle violazioni”

“La consapevolezza e la formazione sono fondamentali per difendersi da possibili violazioni della sicurezza”, dichiara Andrew Jordan, Executive Vice President e Chief Technology Officer di CWT. Ma, sempre secondo la ricerca, meno del 20% dei viaggiatori d’affari ha dichiarato di aver ricevuto dalla propria azienda diverse comunicazioni formali o indicazioni sulla sicurezza dei dati e di Internet. E appena il 34% ha ricevuto alcune indicazioni su cosa non fare.

Per l’Italia quest’ultima percentuale sale al 41%, mentre si riduce all’11% quella di chi dichiara di ricevere comunicazioni formali e frequenti.

Come sopravvivere in ufficio quando tutti sono in vacanza

Se Facebook trabocca di foto di amici al mare, i colleghi sono partiti e la città è semideserta: rimanere al proprio posto dietro la scrivania può essere frustrante. In estate è difficile riuscire a mantenere la concentrazione al lavoro, soprattutto se il capo o i colleghi sono già partiti per le vacanze. Ma niente paura: a prestare soccorso a chi deve affrontare la permanenza in ufficio nei mesi più caldi c’è Hays Response, la divisione della societá di ricerca e selezione del personale dedicata ai profili junior.

Concedersi una work routine più leggera

Hays Response ha elaborato 5 consigli utili per chi deve lavorare durante i mesi estivi. Il primo è concedersi una work routine più leggera e organizzare le proprie giornate lavorative in modo più rilassato. Magari pianificando una to-do-list che includa solo le attività che devono essere portate a termine entro la giornata, e concedendosi pause di relax tra un compito e l’altro.

Anche organizzare una pausa pranzo diversa dal solito. (2) può essere utile. Anziché pranzare in ufficio meglio uscire a prendere una boccata d’aria, magari mangiando al parco, o scegliendo ristoranti che abbiano un dehors o una terrazza. Una pausa pranzo all’aperto migliora l’umore e aiuta ad affrontare il pomeriggio lavorativo.

Ricaricarsi durante il weekend

Se il proprio lavoro lo permette, è utile staccare la spina e rilassarsi durante il weekend (3) dimenticando gli impegni professionali. Se possibile, quindi, è bene spegnere il telefono aziendale, non controllare la posta elettronica ed evitare di portarsi a casa il lavoro nel fine settimana. Questo permetterà di rientrare il lunedì in ufficio con le batterie ricaricate e affrontare al meglio la settimana lavorativa.

Fare sport e adottare un abbigliamento più casual

Fare sport o meditazione prima di andare in ufficio (4) sarebbe certamente d’aiuto per arrivare al lavoro con una marcia in più. Una corsa o una nuotata al mattino, infatti, libera le endorfine e aiuta a ottenere un umore migliore.

Per i meno dinamici, può essere efficace anche la meditazione, utile per liberare la mente e ricaricarsi in vista di una nuova giornata in ufficio. Ma anche solo adottare un abbigliamento più casual (5) può essere utile. Pur mantenendo un dress code adatto al proprio ambiente lavorativo d’estate ci si può concedere un look più casual, senza cravatta per gli uomini e scarpe più comode per le donne.

Un abbigliamento confortevole ci fa sentire più a nostro a proprio agio. E ci fa affrontare meglio la calura estiva in città.

La qualità  ed il design delle proposte Leon Louis

Oggi più che mai i giovani sono particolarmente attenti nello scegliere cosa indossare, perché dall’abbigliamento dipende buona parte della prima impressione che gli altri si fanno di noi al primo sguardo. Per questo motivo si tende sempre più ad indossare capi che richiamino in qualche maniera il proprio stile di vita nonché la personalità, così da comunicare a chi ci osserva tratti del nostro modo di fare e di essere semplicemente comunicandolo tramite ciò che si indossa. Ecco il motivo per il quale le nuove generazioni sono sempre più selettive nel decidere quali capi d’abbigliamento acquistare, pur non rinunciando alla qualità di tessuti e lavorazioni. Leon Louis è uno di quei marchi in grado di abbinare stile e design ad una eccezionale qualità generale del prodotto, e riscuote da anni un successo che continua a registrare numeri al rialzo tanto da collocare questo prestigioso marchio in cima alle preferenze di giovani e meno giovani.

Presente sul mercato dal 2010, anno in cui Leon Louis presentò ufficialmente le sue collezioni al mondo, questo prestigioso marchi è oggi un punto di riferimento per giovani e meno giovani, i quali hanno precise idee in fatto di stile e design e accolgono favorevolmente un brand che consenta loro di ottenere esattamente l’impronta stilistica desiderata senza alcun compromesso. Puoi farti un’idea delle creazioni Leon Louis su www.revolutionconceptstore.it, e visionare in dettagli tantissime proposte in fatto di bermuda, pantaloni, giubbini e tanti altri capi selezionati appositamente per offrire una risposta concreta a quanti amano vestire in maniera ricercata e particolare. Ogni articolo è accompagnato da ampia galleria fotografica grazie alla quale è possibile scoprire in anteprima ogni dettaglio, e verificare la qualità della lavorazione. Aggiunta la merce al carrello ed effettuato il pagamento, si riceverà il proprio ordine direttamente a casa entro un paio di giorni lavorativi.

Fisco, non tornano i conti con la rottamazione delle cartelle

La Corte dei Conti lancia l’allarme sui conti della rottamazione delle cartelle fiscali. E non è un gioco di parole. Stando ai numeri rilevati, mancherebbero alle casse 9,6 miliardi di mancati versamenti all’Erario. Insomma, i conti pubblici si confermano “fragili”.

La relazione della magistratura contabile

La Relazione sul rendiconto generale dello Stato, condotta dalla magistratura contabile, parla di una”preoccupazione” per le condotte fiscali che si risolvono nel mancato versamento delle imposte evidenziate nelle dichiarazioni tributarie. Queste le affermazioni della Corte dei Conti, riprese dallAdnKronos: “A fronte di un ammontare lordo complessivo dei crediti rottamati di 31,3 miliardi, l’introito atteso per effetto della rottamazione” introdotta con le norme del 2016 “ammonta a 17,8 miliardi”. Di tale importo sono stati riscossi nei termini “solo 6,5 miliardi, comprensivi degli interessi per pagamento rateale. A tale somma introitata deve aggiungersi la parte rateizzata ancora da riscuotere pari a 1,7 miliardi comprensivi di interessi pertanto dei 17,8 mld previsti a seguito delle istanze di definizione pervenute, 9,6 miliardi non sono stati riscossi o costituiscono versamenti omessi”. Ancora, dalla finanza pubblica emergono “indicazioni positive, ma anche elementi critici connessi sia al quadro internazionale che a nuove fragilità sulle tendenze di medio-lungo termine dei nostri conti pubblici”.

I fattori di incertezza

La magistratura contabile evidenzia poi che “Numerosi si rivelano poi i fattori di incertezza”, quali gli affari internazionali, il protezionismo commerciale Usa e l’atteso esaurimento del Qe della Bce e, sul piano interno, l’insuccesso del rilancio degli investimenti pubblici e “la precarietà dell’assetto di un sistema fiscale che in quest’ultimo decennio di urgenze e di emergenze è stato sottoposto a stress continui che ne hanno offuscato i principi ispiratori”. E prosegue: “I più recenti indicatori sulla congiuntura internazionale è italiana riflettono un peggioramento del quadro generale. In particolare sembra da osservare con attenzione l’evidente flessione delle nostre esportazioni”.

Le scelte da adottare

Alla luce di queste considerazioni, la Corte dei Conti segnala che “si rafforza la necessità di effettuare scelte molto caute e interventi di politica economica selettivi”. Tra queste, l’efficienza della spesa. “L’orientamento verso una maggiore efficienza nella gestione delle risorse è reso urgente dal rischio che interventi di ulteriore compressione della spesa si traducano ormai in un progressivo scadimento della qualità dei servizi resi alla collettività”, avverte la Corte. E aggiunge: “è mediante interventi sulla qualità della spesa, oltre a quelli altrettanto importanti che mirano alla sua riduzione, che è possibile incidere concretamente sulla ripresa”.

Passione web per i musei italiani

Cresce la presenza e l’attività sul web e sui social dei musei italiani. Anche se il punto di partenza evidenzia un certo ritardo, la situazione in ambito digital delle istituzioni culturali italiane sta rapidamente cambiando, adattandosi a quello che succede nel resto d’Europa e del mondo. Ha fatto il punto sulla trasformazione dell’offerta museale tricolore la seconda edizione dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e da poco presentato nella città lombarda.

Solo il 30% degli spazi museali offre servizi digitali in loco

I dati dell’ultimo Censimento ISTAT sui musei rivelano come, tra i quasi cinquemila presenti in Italia, solo il 30% offra oggi almeno un servizio digitale in loco (tra app, QR code, ma anche wifi e le più tradizionali audioguide) e almeno uno online (sito web, account social, biglietteria online). E la percentuale si riduce all’11% se si considerano le istituzioni culturali che offrono almeno due servizi insieme. Se per alcuni musei questo può essere il frutto di una precisa scelta strategica, in tanti casi si tratta di un problema di risorse economiche e di mancata consapevolezza dei costi e benefici che derivano dall’innovazione digitale.

Beni e Attività Culturali, segnali di miglioramento dal secondo Osservatorio Innovazione
I dati della seconda edizione dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali, relativi alla presenza online di circa 500 musei distribuiti in tutta Italia, evidenziano una leggera crescita del numero di istituzioni culturali con un sito web proprietario (43% rispetto al 42% dello scorso anno) e passi avanti sul fronte dei servizi messi a disposizione: la biglietteria online è presente nel 23% di questi (+3 %  rispetto allo scorso anno), il 67% ha in homepage icone per l’accesso facilitato alle pagine social (+4%) e il 55% consente l’accesso alla collezione virtuale (+3%).

Cresce la presenza sui canali non proprietari

A crescere con tasso più sostenuto è invece la presenza sui canali non proprietari: il 75% dei musei coinvolti nell’indagine è su Tripadvisor (+20% rispetto a fine 2016) ed è in aumento il numero di account ufficiali dei musei su tutti i maggiori canali social, in particolare su Instagram (la copertura è passata dal 15% all’attuale 23%). In contemporanea è anche cresciuto il numero di musei che hanno scelto di utilizzare Facebook, Twitter e Instagram (dal 13% al 18%), mentre la percentuale di musei senza un account social scende dal 46% al 43%.

Carte di credito, con la tecnologia diremo addio alla firma sulla ricevuta

La firma sulla ricevuta dopo i pagamenti effettuati con la carta di credito potrebbe presto diventare solo un ricordo. Si tratta di un’evoluzione dovuta in primo luogo alla tecnologia, che renderà obsoleta la firma a cui siamo tutti abituati. In effetti, in alcune aree del mondo tale procedura è già realtà. Questa novità è stata introdotta da poche settimane dai principali operatori, MasterCard, Visa e American Express, per ora solo nel Nord America. Ma il cambiamento in corso potrebbe coinvolgere a breve anche l’Italia.

Carte di credito, cosa cambia e cosa resta

Una delle prime realtà a mettere in atto i cambiamenti in merito all’utilizzo della carta di credito è stata American Express, che ha abolito l’obbligo di firma per le transazioni con carta per tutti i suoi utenti in ogni angolo del mondo, quindi anche per gli utilizzatori italiani. Però, se dal punto di vista tecnologica questa novità è già perfettamente attuabile, non è ancora detto che si potrà dire addio in maniera definitiva alla firma sulle carte di credito. Le questioni sul tavolo, infatti, sono diverse.

Sarà un’opzione facoltativa?

La possibilità di utilizzare la firma o meno sarà un’opzione per lo più facoltativa per i punti vendita. In ogni caso, l’utente finale non ha il diritto di rifiutarsi di firmare qualora il rivenditore lo richieda. In questo scenario è la tecnologia, e la sua evoluzione continua, a rivestire il ruolo principale: Visa ha già eliminato l’obbligo di firma per le transazioni tramite carte con chip, di ultima generazione, e per i pagamenti contactless. La tendenza all’abbandono dell’uso della firma è in corso da diverso tempo: secondo Visa, ad oggi oltre il 75% delle transazioni sulle sue carte in Nord America non richiede una firma a causa dell’esenzione prevista su valori limitati.

Pericolo frodi? Nuove tecnologie hi-tech mettono al riparo dalle truffe

Questa ondata di novità non deve però mettere in allarme: non ci sarà un numero maggiore di frodi o truffe. A tutelare la sicurezza dei capitali dei clienti intervengono ora delle nuove tecnologie, come chip, dati biometrici e altri metodi per verificare l’identità di chi esegue le transazioni. L’operazione delle grandi società di carte di credito e pagamenti si spiega, infine, con la volontà di alimentare il numero di transazioni compiute dai clienti, eliminando processi superflui e aumentando gli introiti per chi gestisce la rete. Insomma, l’addio alla firma si dovrebbe tradurre in minori costi, più praticità e sicurezza ugualmente tutelata.

Facebook, in Italia sono 214mila i profili condivisi con Cambridge Analytica

In Italia i profili di Facebook condivisi in modo improprio con Cambridge Analytica sarebbero più di 214mila, in particolare 214.123. E a livello globale si è arrivati al numero di 87 milioni, ben 37 milioni in più dei 50 milioni di cui si era parlato subito dopo lo scandalo.

I dati aggiornati figurano nel penultimo paragrafo del blogpost pubblicato dal chief technology officer di Facebook, Mike Schroepfer, dove si illustrano i cambiamenti adottati dal social media per proteggere informazioni e dati degli utenti.

“In totale, crediamo che le informazioni di Facebook relative a 87 milioni di persone, prevalentemente negli States, possano essere state impropriamente condivise con Cambridge Analytica”, scrive Schroepfer nel testo.

In Italia 57 persone hanno installato ThisIsYourDigitalLife e hanno coinvolto la loro rete di amicizie

Attraverso un test di personalità, Cambridge Analytica era riuscita ad accedere a informazioni come la città indicata sul profilo degli utenti, o ai contenuti ai quali avevano reagito, riporta QuiFinanza. Circa 320 mila persone sono state pagate tra 2 e 5 dollari per rispondere al quiz, cui si poteva accedere autenticandosi con le credenziali di Facebook. L’app raccoglieva anche altre informazioni, come i like e i dati personali dall’account Facebook, così come quelli degli amici di chi si era sottoposto al test. In Italia le 57 persone che hanno installato ThisIsYourDigitalLife, l’app di Aleksandr Kogan, hanno coinvolto la loro rete di amicizie, arrivando appunto a coinvolgere 214.123 profili.

Zuckerberg: “la responsabilità è mia”

In una conference call con i media Mark Zuckerberg ha ammesso che la società ha commesso un “enorme errore” a non adottare ulteriori misure per proteggere i dati e la privacy dei propri utenti, riferisce Adnkronos. Alla domanda se qualcuno di Facebook fosse stato licenziato in seguito allo scandalo di Cambridge Analytica, Zuckerberg ha detto che la vicenda è una sua responsabilità. “Non ho intenzione di licenziare qualcuno per gli errori che abbiamo commesso qui”.

Per la CE l’accesso ai dati personali e l’uso improprio degli stessi non è accettabile

Per la Commissione Europea, dichiara Christian Wigand, portavoce della CE, “l’accesso ai dati personali e il successivo uso improprio degli stessi appartenenti a utenti Facebook non è accettabile. La commissaria Vera Jourova – continua il portavoce – ha mandato una lettera a Facebook la settimana scorsa, per chiedere ulteriori chiarimenti entro due settimane. Nel frattempo Facebook si è già messa in contatto con noi e dimostrato la volontà di confrontarsi: ora stiamo organizzando contatti ad alto livello nei prossimi giorni”.

Diesel, il bando inizia dalla Germania

Le auto alimentate a diesel saranno via via messe al band sulle strade d’Europa. Lo stop è partito dalle città tedesche: lo ha deciso, per tutelare la qualità dell’aria, il Tribunale amministrativo federale di Lipsia. Al centro del caso ci sono Duesseldorf e Stoccarda, ma la pronuncia del tribunale apre la strada al divieto anche in altre città. E non solo in Germania, perché è arrivato anche l’annuncio del sindaco di Roma Virginia Raggi: a partire dal 2024, nel centro della Capitale sarà vietato l’uso di automobili diesel.

Il rapporto di Greenpeace

Stando agli ultimi report di Greenpeace, Roma è una delle quattro città italiane (insieme a Milano, Torino e Palermo), più colpite dall’inquinamento da biossido di azoto, che negli ambienti urbani proviene per il 70-80% dai trasporti, e in massima parte proprio dai diesel. In base al report dell’associazione ambientalista, come riporta Adnkronos, 39 monitoraggi sui 40 realizzati nei pressi di altrettante scuole, tra asili ed elementari, hanno rilevato concentrazioni di NO2 superiori ai valori limite per la salute umana, individuati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in 40 microgrammi per metro cubo. La situazione peggiore è quella registrata a Torino e Milano dove i valori hanno superato gli 80 microgrammi per metro cubo, cioè più del doppio rispetto alla soglia sanitaria. Ma a Palermo e Roma la situazione è appena meno grave: con valori compresi tra i 70 e i 60 microgrammi per metro cubo.

In Italia valori pericolosi per la salute

“Quello della Raggi è un annuncio che risponde positivamente alla campagna che Greenpeace sta portando avanti da mesi, rivolta proprio al governo capitolino, oltre che a Milano, Torino e Palermo Abbiamo chiesto un segnale chiaro, una data di scadenza per la tecnologia motoristica più inquinante e nociva per l’ambiente e la salute, che servisse prima di tutto a orientare il mercato. Questo segnale è arrivato e speriamo dissuada fin d’ora i cittadini romani dal comprare ancora auto diesel; così come speriamo misure analoghe vengano presto adottate da tutte le altre città italiane” ha detto Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace Italia.

L’annuncio di Virginia Raggi

Annunciando lo stop delle auto diesel nel centro città dal 2024, la sindaca di Roma Virginia Raggi ha scritto su Facebook: “I cambiamenti climatici stanno modificando le nostre abitudini di vita. Le nostre città rischiano di trovarsi di fronte a sfide inattese. Assistiamo sempre più spesso a fenomeni estremi: siccità per lunghi periodi, come sta avvenendo nel Lazio; precipitazioni che in un giorno possono riversare sul terreno la pioggia di un mese intero; o anche nevicate inusuali a bassa quota come quelle che in questi giorni stanno investendo l’Italia”. “Per questo dobbiamo agire velocemente. Insieme alle altre grandi capitali mondiali – annuncia Raggi – Roma ha deciso di impegnarsi in prima linea e a Città del Messico, durante il Convegno C40, ho annunciato che, a partire dal 2024, nel centro della città di Roma sarà vietato l’uso di automobili diesel”.

Italia, a energia siamo messi male

Povera Italia, e soprattuto povera Italia… al freddo. Il nostro Paese, infatti, sta vivendo un momento di difficoltà energetica. Lo rivela l’Osservatorio Ue sulla povertà energetica, che segnala quanto lo Stivale sia messo maluccio rispetto alle altre nazioni del Vecchio Continente. Qualche dato per comprendere la gravità del fenomeno: dalle nostre parti, il 14,6% delle persone ha difficoltà a scaldare, il 9,1% ritarda nei pagamenti delle bollette, addirittura i morti in più in inverno toccano il 14% .

Luce e gas, un  problema per le famiglie

L’Italia è tra i Paesi europei dove le famiglie hanno più difficoltà a scaldare le proprie case e a pagare le bollette di luce e gas. E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio Ue sulla povertà energetica, una nuova iniziativa che per la prima volta raccoglie online in modo aggregato e comparabile i dati di tutti i Paesi europei relativi ai diversi aspetti del problema. Per consolarci un po’, si può considerare che l’Italia non è all’ultimo posto in nessuno degli indicatori presi in esame, però il nostro paese si piazza comunque nella fascia medio-bassa della classifica europea. Ad esempio, dall’analisi emerge che il 14,6% delle famiglie italiane non riesce a mantenere la propria casa riscaldata in modo adeguato: peggio di noi, che siamo in 20a posizione, fanno solo altri 8 paesi Ue. Un altro numero significativo è che solo l’85,4% delle case è dotato di un riscaldamento sufficientemente efficiente a mantenere l’abitazione al caldo. D’altro canto, quasi la totalità delle casse del Belpaese (il 95,2%) è dotata di un sistema di riscaldamento.

Prezzi alti e troppa umidità

Sebbene da noi i prezzi dell’elettricità e del gas siano i terzi più cari dell’Ue insieme rispettivamente all’Irlanda (più cari solo in Danimarca e Germania), e alla Spagna (precedute da Svezia e Portogallo), è sempre in Italia che si riscontra un’altissima percentuale di abitazioni umide, con perdite e riparazioni da fare a tetti e infissi (23%, sesta su 28). Anche per queste problematiche, l’Italia ha un alto numero di decessi in eccesso rispetto alla media invernale (il 14%), posizionandosi in questa triste classifica al 7° posto.

“Nel 2018 problema inaccettabile”

“La povertà energetica è una questione che riguarda tutti i nostri stati membri, anche quelli più grandi e che stanno meglio” e questo “ancora nel 2018, è un problema inaccettabile” anche perché “riduce l’inclusione sociale e aumenta i problemi di salute”, ha detto il vicepresidente della Commissione Ue all’unione dell’energia Maros Sefcovic nel presentare l’Osservatorio.

 

Pensioni, chi sì, chi no, quando?

La buona notizia è che arriverà un mini aumento delle pensioni: per effetto dell’inflazione relativa al 2017, stimata provvisoriamente attorno all’1%, l’assegno pensionistico sarà infatti leggermente rivalutato. Questo rialzo, che riguarda le pensioni fino a tre volte il minimo (per le cifre maggiori l’incremento sarà invece più basso in modo progressivo), rappresenta solo una delle novità del 2018 che coinvolge il sistema previdenziale italiano.

Uomini e donne, tutti in pensione a 66 anni e 7 mesi

Tra le novità più significative spicca sicuramente quella che equipara i requisiti d’accesso alla pensione di vecchiaia per le lavoratrici del settore privato, che saranno allineati a quelli previsti per gli uomini. L’età minima, 66 anni e 7 mesi, sarà uguale per tutti. Finora alle lavoratrici del settore privato erano sufficienti 65 anni e 7 mesi se dipendenti e 66 anni e 1 mese se autonome.

Esenzione per 15 categorie di lavoratori

La Manovra 2018 prevede poi l’esenzione di 15 categorie di lavoratori dall’aumento dell’età pensionabile, lo ‘sconto’ contributivo riservato alle donne per accedere all’anticipo pensionistico e l’istituzione di un fondo ad hoc per l’Ape social. Sono appunto 15 le categorie di lavoratori esentati dall’automatismo che lega l’aumento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita e che, come prevede la riforma Fornero, porterà a 67 anni l’accesso alla pensione dal 2019. Oltre alle undici categorie già beneficiarie dello ‘sconto contributivo’ (insegnanti di asilo nido e scuola materna, infermieri e ostetriche con lavoro organizzato in turni, macchinisti, conduttori di gru, camion e mezzi pesanti, operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici, facchini, badanti che assistono persone non autosufficienti, addetti alle pulizie, operatori ecologici e conciatori di pelli), l’ape sociale apre anche a braccianti, marittimi, pesatori e siderurgici.

“Sconti” per le signore

Per quanto riguarda le donne lavoratrici, sale a un anno per ogni figlio lo ‘sconto contributivo’ al quale hanno diritto le donne per accedere all’Ape sociale. La riduzione dei requisiti contributivi previsti per le donne per accedere all’anticipo pensionistico viene ampliata da 6 mesi a un anno, nel limite massimo di due anni.

Fondo Ape Sociale

Si tratta di un fondo che dovrà fungere da cassa per i soldi necessari a coprire la misura dal 2019. Il fondo è infatti stato istituito ”ai fini del concorso al finanziamento dell’eventuale estensione del beneficio” a nuovi accessi con decorrenza successiva al 31 dicembre 2018. Fino a oggi, l’Ape sociale prevede l’uscita anticipata dal lavoro a 63 anni, con uno sconto di 3 anni e 7 mesi rispetto all’età di vecchiaia.