Quali sono le domande più frequenti poste ad Alexa?

Amazon conosce l’importanza della voce, per questo l’ha resa il cuore di Alexa, uno dei suoi servizi principali. Con il solo utilizzo della voce Alexa infatti semplifica l’organizzazione delle nostre giornate, scioglie molti dubbi, e ci aggiorna su quanto succede nel mondo. Gli ingegneri linguistici di Amazon lavorano costantemente affinché la voce di Alexa risulti sempre più naturale, piacevole e amichevole. In questi 3 anni e mezzo dal suo arrivo in Italia, Alexa ha infatti imparato a parlare la nostra lingua rispettandone ritmo, punteggiatura, e imparando a riconoscere gli accenti e i dialetti delle varie regioni. Ma quali sono le domande più frequenti poste dagli utenti italiani a cui Alexa ha risposto nei primi mesi del 2022?

Da “quando è stata distrutta Pompei?” a “chi ha vinto Sanremo?”

Tra le domande più gettonate ci sono quelle di stampo storico, come ad esempio, “Alexa, quando è stata distrutta Pompei?”, oppure “quanti anni ha la regina Elisabetta?”. Ma Sanremo è stato tra i topic più discussi, e la domanda più frequente è stata chi ha vinto Sanremo, o anche qual è l’età di Gianni Morandi, Blanco e Ornella Muti. Molte le domande anche su eventi di attualità e politica, come ad esempio in occasione della rielezione del Presidente della Repubblica, quando tanti utenti hanno chiesto quanti anni ha Mattarella. Più di recente, molti hanno chiesto ad Alexa cosa sta succedendo in Ucraina, chi è Putin e cosa ne pensa Alexa di questa situazione.

Tra quesiti sportivi e imitazioni di coccodrilli

Molte richieste degli utenti in Italia hanno riguardato gli eventi in calendario e le vacanze. Tra le domande più comuni, “quanto manca all’estate”, “quando è Pasqua?” e “quando è la Festa della Mamma?”. Anche gli eventi sportivi hanno suscitato molta curiosità: gli utenti hanno chiesto infatti come sono andate le Olimpiadi, “quando gioca la Juve? e “quando gioca il Napoli?”.
Ma Alexa è riuscita ad accontentare anche le richieste dei più piccoli, tra imitazioni di leoni e coccodrilli e la riproduzione di canzoni per bambini. Tra le richieste più curiose c’è sicuramente “Alexa, smonta l’albero di Natale’, l’unica a non essere stata esaudita.

Il numero di utenti attivi è cresciuto dell’80%

“Alexa è entrata nelle case dei clienti in Italia poco più di 3 anni fa, diventando giorno dopo giorno un vero e proprio membro aggiuntivo della famiglia – spiega Giacomo Costantini, Business Development Manager di Amazon Alexa -. Lo dimostrano le interazioni, oltre 5 miliardi nel 2021 in Italia, e il numero di utenti attivi, cresciuto dell’80% anno su anno. I clienti si affidano ad Alexa per rispondere ad alcune loro curiosità, ma anche per tenersi aggiornati su ciò che accade in tema di attualità. Sanremo, la rielezione del Presidente Mattarella, quanto sta accadendo in Ucraina, sono sicuramente tra le più ricorrenti nell’ultimo periodo”.

I valori del post pandemia: ambiente, famiglia e senso civico

Quali sono gli aspetti importanti della vita nel post pandemia? Salute, famiglia, amore e vita affettiva, qualità dell’ambiente in cui si vive, sicurezza per il futuro, lavoro, ordine e rispetto delle leggi, amicizia e impegno in favore dell’ambiente. A illustrare quali valori sono più importanti per gli italiani nel post pandemia è l’edizione 2022 di Civicness, l’appuntamento biennale con l’Osservatorio sul senso civico degli italiani di Comieco (Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica), in collaborazione con Ipsos. Questa edizione dell’Osservatorio restituisce l’immagine di una società che dopo due anni di emergenza sanitaria torna a rivolgersi alle certezze della sfera privata. Ma ciò che preoccupa dell’eredità del Covid è un peggioramento generalizzato di alcuni indicatori del senso civico, con un calo di fiducia nella classe politica ma anche della tolleranza.

Maggiore consapevolezza dell’impegno collettivo

A bilanciare il fenomeno, l’Osservatorio da un lato conferma una stabile sensibilità verso l’ambiente, dall’altro, mostra una maggiore consapevolezza dell’impegno collettivo, che passa dal 49% pre-pandemia al 62%. È significativo, inoltre, che le violazioni del distanziamento sociale siano ai primi posti nella lista dei comportamenti considerati inaccettabili, ma che allo stesso tempo, al rispetto delle restrizioni si accompagni la convinzione che le altre persone le rispettino solo perché obbligate e non perché autenticamente persuase della loro utilità.

La classifica dei comportamenti ritenuti inaccettabili 

“Ai primi posti dei comportamenti ritenuti inaccettabili – ha spiegato il presidente di Ipsos, Nando Pagnoncelli – sono stati rilevati l’abbandonare i rifiuti in un luogo pubblico, danneggiare i beni pubblici, utilizzare un Green pass falsificato, uscire di casa quando si è positivi al Covid”.
Nel gradino più accettabile dei comportamenti si colloca invece avere rapporti sessuali senza essere sposati. Al contempo, torna a crescere il cosiddetto familismo amorale: per il 26% degli intervistati la principale responsabilità della persona è verso la propria famiglia e i propri figli, e non verso la collettività.

Si rivaluta la figura del Presidente della Repubblica

La famiglia si conferma come il principale contesto formativo del senso civico degli italiani, riporta Ansa. Ma se gli italiani vedono una matrice individuale nel proprio senso civico, nella loro visione è parimenti importante anche l’appartenenza territoriale, che li definisce a livello valoriale. Per quanto riguarda l’influenza delle istituzioni, la scuola resta saldamente al primo posto nell’alimentare la civicness. Rispetto al 2020 emergono la rivalutazione della figura del Presidente della Repubblica (per il 53% un’istituzione fondamentale per lo stimolo al senso civico degli italiani), e il contemporaneo arretramento dei mezzi di informazione (radio, televisione) e del governo.

Parità di genere nelle aziende italiane: il futuro è donna?

Anche se oggi al vertice di molte istituzioni ci sono delle donne, nella normale routine delle aziende non è sempre così. Se con l’entrata in vigore della Legge Golfo-Mosca del 2011 si è prodotto un incremento della presenza femminile negli organi di amministrazione delle società quotate (dal 7,4% del 2011 al 36,5% del 2019) e negli organi di controllo (dal 6,5% al 38,8%), solo l’1,7% delle donne ricopre il ruolo di AD nelle società quotate e solo lo 0,7% nelle banche. E negli ultimi due anni, complice la crisi economica legata alla pandemia, il divario di genere nel mondo del lavoro è cresciuto ulteriormente. Dalla recente indagine effettuata da EY con SWG emergono dati su cui riflettere. La ricerca evidenzia per esempio come l’obiettivo della parità di genere nei ruoli dirigenziali sia tutt’altro che semplice da raggiungere nel breve termine: per il 35% delle dirigenti intervistate ci vorranno più di 10 anni, mentre per il 16% sarà del tutto irraggiungibile. Come se non bastasse, la metà delle lavoratrici intervistate ritiene presente uno squilibrio nella possibilità di carriera e di compensi rispetto ai colleghi uomini. 

Ancora squilibri di genere

Un quadro della situazione attuale delle aziende italiane su temi come leadership femminile e ruolo delle donne emerge dalla ricerca EY e SWG effettuata a febbraio 2022. Si tratta di un’indagine quantitativa condotta mediante una rilevazione online con il metodo CAWI (Computer Assisted Web Interview) su tre diversi target di riferimento: 514 donne lavoratrici di età tra 30 e 50 anni; 104 donne impiegate come dirigenti, manager, imprenditrici e quadri; 103 uomini impiegati come dirigenti, manager, imprenditori e quadri. Rispetto al vissuto nel contesto lavorativo emergono forti squilibri di genere con una decisa penalizzazione delle donne. In particolare, il 30% delle lavoratrici tra 30 e 50 anni afferma che la posizione professionale occupata non è in linea con le proprie competenze e aspettative, mentre il 40% ritiene che la propria retribuzione non sia adeguata al lavoro svolto. Inoltre, il 52% dichiara che nella propria azienda uomini e donne non hanno le stesse opportunità di fare carriera. A supporto dei dati appena citati, emerge che nella percezione sia delle lavoratrici che dei dirigenti (donne e uomini) interpellati, solo in un terzo delle aziende è presente una parità di genere per quanto riguarda i ruoli dirigenziali e laddove le donne occupino ruoli dirigenziali, si trovano a gestire una quantità di risorse inferiori rispetto ai colleghi. Un altro dato significativo circa le difficoltà con cui si devono misurare le lavoratrici riguarda la maternità: oltre la metà delle intervistate ha dichiarato di aver ricevuto durante il primo colloquio di lavoro domande sul fatto di avere figli o di volerne in futuro. Dunque, la maternità appare ancora un elemento di ostacolo nei percorsi di ingresso nel mondo del lavoro e nella possibilità di fare carriera. 

Un buon leader non è legato al genere

E’ interessante però notare che la percezione generalizzata sul fatto che le caratteristiche di un buon leader non siano legate al genere. Il 75% dei dirigenti intervistati, infatti, ritiene che un’azienda con una leadership più equilibrata tra uomini e donne conduca a risultati più performanti. Tra le motivazioni alla base della minore diffusione della leadership femminile, appare definitivamente tramontato il luogo comune che fare carriera non rientri tra i desideri delle donne. Una volontà di carriera però spesso rallentata principalmente da due fattori: predominanza maschile nei ruoli chiave con ridotte possibilità di affermazione per le donne (indicata dal 75% delle lavoratrici) e difficoltà a conciliare lavoro e famiglia o attività di cura (indicata dal 84% delle lavoratrici). Emerge inoltre con decisione, sia tra le lavoratrici che tra le dirigenti, il gradimento per una legge che renda vincolante per le aziende raggiungere obiettivi di identità di genere. A livello di iniziative per ridurre il gender gap, nella percezione degli intervistati risultano ancora poche le aziende italiane che si sono dotate di un struttura organizzativa ad hoc per affrontare temi come gender equality e inclusione. Nello specifico, il 68% delle aziende non è dotato di una struttura ad hoc che si occupi di inclusione e solo il 21% ha previsto di crearne una prossimamente.  In particolare risultano mancare soprattutto le strutture in favore di un corretto equilibrio tra lavoro e famiglia, oltre a sistemi per la misurazione della gender equality. Un dato che fa particolarmente riflettere è quello sulla diversa percezione tra dirigenti uomini e donne in fatto di effettiva equità nel trattamento: per il 76% dei dirigenti uomini c’è parità di trattamento, contro il 50 % dei dirigenti donne.

Per i manager il PNRR è un’occasione unica per rilanciare l’Italia

L’83% dei manager italiani ne è convinto: il PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è un’occasione unica per modernizzare e rilanciare il Paese dopo gli anni di crisi sanitaria. Secondo i dati della survey condotta da EY e Swg sul sentiment e la fiducia sull’impatto del Recovery Plan, anche la riforma fiscale riveste un ruolo strategico: popolazione e manager sono infatti allineati nel ritenere il sistema di oggi poco efficace, equo ed efficiente. Secondo l’85% dei manager e l’83% della popolazione, la complessità del sistema fiscale italiano è infatti un ostacolo alla competitività internazionale delle imprese, e secondo l’86% dei manager, la sua complessità ostacola l’ingresso di investimenti esteri. In ogni caso, emerge una certa fiducia nei confronti dell’azione svolta dal Governo (70%), ma per quasi il 40% dei manager l’importanza attribuita al PNRR rischia di mettere in secondo piano altre priorità per il futuro del Paese.

Scetticismo generale sullo stato dell’attuazione del Piano

Un’ampia quota della popolazione e 1/3 dei manager intervistati affermano però di non conoscere o comprendere i vari aspetti del Piano in maniera adeguata. In relazione al raggiungimento degli scopi previsti, oltre un terzo degli intervistati (34% popolazione e 36% manager) indica che gli obiettivi a oggi conseguiti con il PNRR sono inferiori rispetto a quanto concordato in sede europea, suggerendo un certo scetticismo generale sullo stato della sua attuazione. Quanto alle riforme percepite più importanti tra quelle previste dal Piano, vi sono la realizzazione delle infrastrutture tecnologiche (50%), le riforme della PA (48%) e della giustizia amministrativa (oltre il 30%), e quelle del fisco e della giustizia civile (32%).

La riforma del sistema fiscale

Le aspettative legate a una riforma del sistema più equo ed efficiente vanno innanzitutto nella direzione di una maggiore stabilità della normativa. Sono soprattutto i manager a chiedere maggiore stabilità (85%), limitando il ricorso a decretazioni d’urgenza evitandone la retroattività (69%), ma anche coinvolgendo le parti sociali nelle discussioni (58%), e mettendo a disposizione personale più competente (54%). Solo poco più del 30% dei manager ritiene però che il processo di riforma in atto sia vicino alle esigenze delle imprese, e ancora meno (28%) reputa che favorisca la competitività delle imprese italiane.

L’impatto positivo di ecobonus e incentivi

Sul fronte degli incentivi fiscali implementati negli ultimi anni, si registra un riconoscimento unanime del loro impatto positivo. Circa l’80% degli intervistati tra manager e popolazione riconosce che questo sistema ha portato vantaggi alle città, alle imprese e ai consumatori. Tuttavia, è altrettanto forte l’importanza di meccanismi di controllo mirati per evitare abusi e non ostacolare i sistemi economici da premiare. Questo appare evidente soprattutto dalle valutazioni relative all’ecobonus, dove se da un lato è ampio l’accordo sui benefici che ha prodotto (oltre 70%) dall’altro è evidente la percezione che abbia creato una serie di distorsioni del mercato (83% manager), e di problemi di gestione. Anche a causa di linee guida emesse in ritardo, e a tratti poco coerenti (80%).

Nel 2021 lo smart working è adottato da quasi il 40% delle aziende

Negli ultimi due anni il lavoro agile si è rivelato uno strumento indispensabile per affrontare la crisi da Covid-19. Grazie allo smart working le imprese sono diventata più competitive e hanno innovato prodotti e servizi migliorando la marginalità. Rispetto al periodo pre-Covid, il 23,4% delle imprese ha cambiato l’organizzazione dei processi di produzione e vendita, il 20,2% ha avviato la produzione di nuovi beni o servizi, il 9,6% ha dismesso linee di produzione ritenute non più interessanti. E nel 2021 il 39,2% delle imprese ha continuato a utilizzare lo smart working. Sono alcune evidenze emerse dalla ricerca La Vita Agile, realizzata da MeglioQuesto e Tecnè, con l’obiettivo di misurare l’apprezzamento dello smart working in Italia.

Nel 2021 il 28,9% degli addetti lavora da remoto

Dalla ricerca risulta come nel 2020, per fronteggiare l’emergenza sanitaria e la conseguente crisi economica, il 56% delle imprese del campione abbia fatto ricorso al lavoro agile rispetto al 15,6% che ha invece utilizzato la cassa integrazione, il 12,2% che ha ridotto l’orario di lavoro dei dipendenti e il 4% che ha tagliato il numero di addetti. Finita la fase più acuta della pandemia, nel 2021 il 39,2% delle imprese ha continuato a utilizzare lo smart working, coinvolgendo nel lavoro da remoto il 28,9% degli addetti.

Apprezzato anche dai lavoratori

Per il 76,5% delle imprese, il rapporto tra azienda e lavoratori non ha subito sostanziali modifiche. Solo il 4,4% dei lavoratori impegnati nel lavoro da remoto non si è recato mai in azienda, mentre il 74,4% vi si reca almeno una volta al mese, e il 66,7% va sul posto di lavoro 1-2 volte a settimana. In larga misura i lavoratori apprezzano lo smart working. L’81% del campione apprezza il risparmio sui costi di spostamento, il 73% perché si evitano i pasti fuori casa, e il 52,2% per la migliore conciliazione dei tempi di vita familiari. Infine, per il 52,9% perché migliora la produttività, riporta Adnkronos.

Prendono forma nuovi paradigmi produttivi

“Dalla seconda metà del 2021 – commenta Carlo Buttaroni, presidente di Tecnè – sembrano prendere forma nuovi paradigmi produttivi: l’utilizzo dello smart working sta cambiando le aziende, oltre ad aver cambiato la vita di milioni di italiani”. E secondo Felice Saladini, ceo di MeglioQuesto, “è cambiata l’organizzazione del lavoro: oggi abbiamo una visione più comunitaria e meno gerarchica. Abbiamo riscoperto il valore della fiducia della formazione e l’importanza del dialogo sociale”.

Covid: le città italiane non sono diventate più green 

Se alcune città europee hanno reagito al Covid-19 ripensando la mobilità urbana e accelerando la transizione ecologica in Italia sono stati compiuti quasi solo passi indietro. E il traguardo verso una mobilità a emissioni zero entro il 2030 sembra essere ancora molto lontano. Lo rivela il rapporto Pan-European City Rating and Ranking on Urban Mobility for Liveable Cities, pubblicato dalla Clean Cities Campaign, una coalizione di organizzazioni che chiedono ai sindaci delle città europee impegni concreti la riduzione delle emissioni e del traffico urbano. Il City Ranking ha analizzato 36 città in 16 paesi europei, classificandole sulla base dello stato della mobilità urbana e della qualità dell’aria.

Napoli ultima per mobilità urbana e qualità dell’aria

Tra le variabili considerate, lo spazio urbano dedicato a pedoni e biciclette, i livelli di sicurezza per pedoni e ciclisti sulle strade urbane, quelli di congestione del traffico urbano, l’accessibilità ed economicità del trasporto pubblico locale, l’infrastruttura per la ricarica dei veicoli elettrici, le politiche di riduzione di traffico e veicoli inquinanti, e l’offerta di servizi di sharing mobility. Risultato? Le quattro città italiane analizzate sono tutte nella parte bassa della classifica: Milano al 20° posto, Torino al 23°, Roma al 32°, e Napoli, ultima in classifica, al 36° posto. Il primo posto è stato conquistato da Oslo, seguita da Amsterdam, Helsinki e Copenaghen.

In Italia la sfida green non è stata raccolta

Nessuna delle 36 città può però dirsi soddisfatta: un punteggio inferiore al 100% indica che si sta facendo troppo poco, e i punteggi vanno dal 71,5% di Oslo al 37,8% di Napoli.
“Le città italiane potevano uscire dalla pandemia trasformate in meglio: meno inquinamento dell’aria, meno auto in circolazione, più bici e trasporto pubblico. Purtroppo non hanno raccolto la sfida e spesso hanno fatto addirittura passi indietro – afferma Claudio Magliulo, responsabile della campagna Clean Cities in Italia -. Altre città europee, invece, hanno dimostrato che si può reinventare lo spazio urbano nel tempo di una stagione: Parigi ad esempio ha investito nella riduzione drastica del traffico veicolare e nella promozione della mobilità pedonale e ciclistica”, strappando a Stoccolma il 5° posto in classifica e tallonando le altre capitali scandinave.

I sindaci dovranno dimostrare più coraggio e lungimiranza

Una mobilità non sostenibile significa anche congestione urbana e inquinamento dell’aria, riporta Adnkronos. “Le città italiane sono tra le più inquinate e congestionate d’Europa – aggiunge il responsabile di Clean Cities Italia -. Non si tratta di un incidente di percorso, ma del prodotto di decenni di centralità dell’auto e di dipendenza dai combustibili fossili. Abbiamo progettato le nostre città, e le abbiamo modificate negli anni, con in mente l’automobile È il momento di invertire questo paradigma, ripensando lo spazio urbano e la mobilità, a favore degli spostamenti a piedi, in bici e con i mezzi pubblici o di sharing mobility. Ma per farlo, e rapidamente, i sindaci italiani dovranno dimostrare più coraggio e lungimiranza”.

Cosa fare quando le tapparelle di casa non funzionano?

Quando in casa c’è un dispositivo che non funziona, solitamente andiamo nel panico perché non sappiamo come fare senza poterne usufruire.

In particolar modo, quando il dispositivo in questione è particolarmente importante o di utilizzo quotidiano, avvertiamo la necessità di ricevere rapidamente le prestazioni di un esperto che possa porre rimedio e consentire di ripristinare la normalità.

Ciò vale ad esempio per le tapparelle di casa, della cui importanza di rendiamo conto solo quando per un motivo particolare queste non funzionano bene.

Le tapparelle di casa infatti, quando vengono azionate, sono soggette ad una forza meccanica in grado di usurare nel tempo ingranaggi e componenti.

I problemi tipici delle tapparelle di casa

Non è raro per questo riscontrare problemi al rullo che rendono difficoltoso il riuscire ad aprirle o chiuderle, nonché casi in cui si verifica la rottura di un componente nonché la classica tapparella che esce fuori dai binari.

Sono solitamente questi i problemi che interessano le tapparelle di casa, e provvedere alla loro riparazione non sempre è semplice soprattutto nel caso di rottura della cinghia, dato che si rende necessario aprire il cassettone e sistemarne accuratamente una nuova facendo attenzione da fissarla in maniera corretta così da consentirle di azionare regolarmente il meccanismo di apertura e chiusura.

Altrettanto delicata è l’operazione che riguarda un eventuale guasto al rullo e dei suoi leganti, o della tapparella bloccata a causa di un perno che è uscito dal suo alloggio originale magari a causa della rottura dei supporti.

Le soluzioni a nostra disposizione

Riuscire a porre rimedio autonomamente appare complicato, soprattutto per coloro i quali non hanno mai affrontato una riparazione simile e non hanno dimestichezza con le tapparelle. L’inesperienza può infatti giocare brutti scherzi, sia dal punto di vista tecnico che per quel che riguarda l’ambito economico.

Meglio evitare dunque di tentare una riparazione casalinga perché il rischio è quello di peggiorare la situazione compromettendo anche altri elementi il cui ripristino potrebbe essere poi più costoso.

Meglio dunque rivolgersi ad un tecnico specializzato nella riparazione tapparelle, che conosca perfettamente i vari componenti e meccanismi e che possa per questo apportare efficacemente tutti gli interventi necessari che consentano di ripristinare il corretto funzionamento delle tapparelle.

I vantaggi di rivolgersi ad un professionista

Sia che si tratti della riparazione delle tapparelle relative alla tua abitazione, che quelle di un ufficio, negozio, garage o capannone industriale, un professionista preparato sarà in grado di individuare la natura del guasto e porre rimedio nel minore tempo possibile, dato che un guasto alle tapparelle crea un disagio non indifferente a tutti coloro i quali vivono o lavorano in quel determinato ambiente.

Questo vale sia per tapparelle di tipo tradizionale che per tapparelle motorizzate che presentano problemi al motore o ad altre parti elettriche, le quali sono particolarmente complesse da gestire e che necessitano per questo di un intervento di un tecnico che sappia come gestirle data la loro particolare struttura.

Grazie alle prestazioni di un professionista del settore, ogni riparazione potrà essere apportata nel minore tempo possibile e facendo in modo che le tapparelle possano tornare immediatamente a svolgere il loro lavoro e permettendo a tutti di poterle azionare senza fare fatica e senza il timore che queste possano cedere nuovamente.

Un esperto è infatti in grado di individuare rapidamente il problema che interessa le tapparelle del nostro appartamento, e dispone di tutti i pezzi di ricambio che sono necessari per effettuare la riparazione in questione.

Avremmo così la nostra serranda o tapparella nuovamente funzionante al meglio nel minore tempo possibile. Se il  problema è urgente puoi usufruire di un servizio di pronto intervento 24 grazie al quale poter trovare rapidamente il professionista di cui hai bisogno.

Gli italiani lasciano la casa di origine a 26 anni

L’età media a cui i ragazzi italiani lasciano il nido famigliare per andare a vivere in autonomia è piuttosto alta, se confrontata con la maggior parte dei paesi del Nord Europa. I giovani italiani restano in casa coi genitori fino a 26 anni, mentre nei Paesi nordeuropei la media è inferiore ai 22 anni.
Spesso però continuare a vivere con i genitori è una scelta obbligata, perché a costringere i ragazzi italiani a restare nella casa di origine è l’impossibilità di pagare un mutuo o un affitto prima di raggiungere l’età di 26 anni. Si tratta di una delle evidenze emerse dall’indagine realizzata dagli istituti mUp Research e Norstat per Facile.it, realizzata su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta.

Le donne se ne vanno prima degli uomini

Considerando l’uscita di casa da parte dei giovani italiani, l’analisi mostra una differenza tra uomini e donne. I primi, mediamente, lasciano la casa di origine appena prima di compiere 28 anni, le seconde, invece, poco dopo aver tagliato il traguardo del 25esimo compleanno.
Tra coloro che hanno lasciato la casa di origine, più di 6 su 10, pari a oltre 19 milioni di persone, lo hanno fatto per andare a convivere con il proprio partner, percentuale che arriva al 69,7% se si considera il solo campione femminile.
Più di 1 intervistato su 10, equivalente a oltre 3 milioni e mezzo di individui, ha lasciato il nucleo per lavorare fuori sede, mentre il 7,7% per studiare in una città differente da quella in cui viveva.

Quasi la metà va a vivere in affitto

Dove vivono oggi coloro che sono usciti di casa? Quasi la metà (48,7%), vale a dire più di 16 milioni di italiani, abita in una casa in affitto, percentuale che sale fino a raggiungere il 52,5% tra gli intervistati appartenenti alla fascia 25-34 anni. Sono 8 milioni (25,2%), invece, quelli che vivono in una casa di loro proprietà, ma ‘solo’ 3.300.000 (21,4%) sono donne. Ma tra chi non ha ancora abbandonato il nido famigliare, quasi 1 su 4 (vale a dire circa 2 milioni e mezzo di individui) è costretto a questa scelta perché nonostante lavori non può permettersi di andare a vivere da solo.

C’è anche chi torna da mamma e papà dopo il divorzio

A vivere questa condizione sono soprattutto le donne: se si prende in esame solo questo sottogruppo la percentuale arriva al 26,1%, ma anche chi ha un’età compresa fra i 25 ed i 34 anni (28,4%). Sono invece decisamente tanti i 30-44enni che abitano ancora con i genitori, pari a 2,7 milioni di intervistati.
Ma c’è anche chi preferisce rimanere con mamma e papà nonostante abbia la possibilità economica di uscire da casa (19,4%): più di 2 milioni.
Tanti, 450 mila (4,2%), anche coloro che sono tornati a vivere con i genitori dopo una separazione/divorzio. Tendenza diffusa soprattutto tra il campione maschile (6,6%), poiché nella maggior parte dei casi l’abitazione rimane alla donna.

Stangata in bolletta per luce e gas: le contromosse per risparmiare 

Il 2022 si è aperto con una vera e propria stangata sui budget familiari degli italiani a causa dei forti rincari di luce e gas. E già nel 2021 si era registrati aumenti per le forniture energetiche. Insomma, si tratta di costi importanti che peseranno e non poco sui conti domestici. Ovvio che, con queste premesse, gli italiani stiano cercando di risparmiare qualcosa mettendo in campo contromosse come spegnere le luci o rinunciare agli abbonamenti alle piattaforme streaming.

Gli aumenti che ci attendono

Secondo la stima dell’Arera, l’Autorità di regolazione per Energia Reti e Ambiente, le nuove tariffe si tradurranno in una spesa per la famiglia-tipo di: +68% per la bolletta elettrica (circa 823 euro); +64% per la bolletta del gas (circa 1560 euro). Un caro bollette che si fra sentire sull’economia familiare: secondo un’indagine condotta da Condexo, azienda che si occupa di gestioni condominiali, che ha deciso di sondare l’opinione delle famiglie alle prese con gli aumenti dei costi di elettricità e gas, l’aumento peserà “molto” per il 75% degli intervistati; “abbastanza” per il restante 25%. Tra quanti hanno risposto al sondaggio, il 60% dichiara che sarà l’elettricità la voce più pesante.

Prove di risparmio

Per risparmiare e compensare gli aumenti, il 50% degli italiani intervistati sceglie di tenere meno luci accese in casa; il 44% farà invece un uso minore degli elettrodomestici, per far fronte al caro bollette meno lavatrici e lavastoviglie. Tra i rimedi il 25% degli intervistati ha dichiarato che sostituirà le vecchie lampadine con quelle a basso consumo; il 6% pensa invece di sostituire i vecchi elettrodomestici; il 3% l’impianto di riscaldamento. Solo il 19% è disposto ad abbassare le temperature dei termosifoni sotto i 22° nonostante ad ogni grado in meno rispetto a questo livello corrisponda un risparmio compreso tra i 6% e il 10% sul consumo. Per il 44% meglio optare per la minor dispersione del calore in casa: infissi ben chiusi, ambienti isolati e porte serrate, niente panni sui termosifoni da sottoporre a manutenzione insieme alla caldaia. Rincari che si ripercuotono anche sulle abitudini. Per far fronte alle maggiori spese per luce e gas il 65% degli intervistati da Condexo rinuncerà a pranzi e cene fuori; il 36% alla colazione al bar dove i rincari hanno fatto schizzare in alto il prezzo del caffè: secondo i calcoli di Assoutenti in alcuni casi raggiunge il prezzo di 1,50 euro la tazzina, con un rincaro del 37,6%. Il 33% taglierà su eventi sportivi dal vivo, quindi partite viste allo stadio o nei palazzetti dello sport. Il 25% rinuncerà agli abbonamenti a piattaforme streaming, stessa percentuale per chi dirà no a gite fuoriporta e piccoli viaggi o eventi culturali come cinema, teatro e mostre. Infine, un 8% ha dichiarato che taglierà le sigarette.

Il lavoro autonomo fatica a riprendere quota

Anche se molti indicatori economici sono ora positivi dopo i mesi più duri della pandemia, c’è una voce che fa fatica a recuperare terreno: è quella del lavoro autonomo, stando ai dati diffusi in un’analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, che attinge dai dati Istat relativi al terzo trimestre del 2021. In base al report, nonostante un lieve incremento (+1,3%) registrato a novembre sul mese di ottobre 2021, il loro autonomo non riesce a recuperare i valori pre Covid.

Giovani e donne i più colpiti

Negli ultimi tre mesi del 2021 si è registrato un calo di 350 mila occupati rispetto allo stesso periodo del 2019, scendendo a quota 4 milioni e 940 mila. La perdita maggiore tra le donne: -131 mila occupate, ma anche tra gli uomini i valori registrati sono elevati, considerato un decremento complessivo di 219 mila indipendenti. La pandemia ha senza dubbio accentuato le criticità di un modello di lavoro, quello autonomo, che ha perso appeal tra i lavoratori, soprattutto i più giovani. Nella fascia di età tra i 40 e 49 anni gli autonomi ,sono calati di 223 mila unità, mentre cali più contenuti si sono registrati nella classe 50-59 anni con 60 mila lavoratori in meno. 

Il commercio il settore più “fragile”

È il commercio il settore maggiormente colpito, riferisce Askanews: rispetto al 2019, infatti, si sono persi più di 190 mila autonomi; a seguire l’industria (43 mila unità in meno) e l’area dei servizi tecnici e professionali (34 mila autonomi in meno). Il settore dell’edilizia, invece, registra un buono stato di salute, con un incremento del lavoro autonomo negli ultimi due anni del 2,8%. Anche sotto il profilo professionale si registrano tendenze diverse. Le professioni tecniche sono quelle più impoverite con quasi 100 mila occupati in meno nell’ultimo biennio. I dati non sono più confortanti per le professioni intellettuali e ad elevata specializzazione: rispetto al 2019, infatti, si sono persi 73 mila lavoratori. A penalizzare ancor di più questo mondo è la diversità di tutela rispetto al lavoro a tempo indeterminato. Secondo l’indagine condotta ad aprile 2021 da Fondazione Studi e SWG, due autonomi su tre hanno dichiarato che la pandemia ha avuto un impatto negativo (51,8%) o molto negativo (14,9%) sul loro lavoro e il 53,5% ha affermato di aver registrato una riduzione del reddito. E anche le prospettive per quanto riguarda il 2022, riferiscono gli esperti, sono nel segno dell’incertezza.