Intelligenza artificiale: imprese, mercato, lavoro, governance nel 2025

Le aziende italiane censite dall’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano che nel 2025 offrono soluzioni e servizi di Intelligenza artificiale sono 1010, mentre le 135 startup finanziate negli ultimi 5 anni propongono principalmente soluzioni verticali, soprattutto per i settori Healthcare e Fintech.
Nel 2025 il 71% delle grandi imprese ha avviato almeno un progetto di AI (nel 2024 erano il 59%) e il 60% conta almeno un’iniziativa progettuale di GenAI.

Tuttavia, solo per una grande impresa su cinque la pervasività dell’AI è buona in diverse funzioni aziendali.
I casi d’uso più diffusi riguardano i chatbot conversazionali per supporto clienti e assistenza agli operatori e soluzioni di Intelligent Document Processing. Le funzioni più coinvolte, ICT, Customer Service, Business Development&Sales e Production&Operations.

Tra le Pmi, la diffusione delle sperimentazioni scende al 15% delle medie imprese e al 7% delle piccole. Ma il 20% del totale sta valutando di attivare progetti nel breve periodo.

Soluzioni e progetti GenAI 46%, Machine Learning 54%

Nel 2025 il mercato italiano dell’AI ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, +50% rispetto all’anno precedente.
Il 46% del mercato è frutto di soluzioni di GenAI o di progetti ibridi, il restante 54% di progetti in prevalenza di Machine Learning.

Tra le soluzioni, i sistemi conversazionali o di analisi dei testi detengono la quota più importante (39%, in particolare, applicazioni GenAI sulla knowledge base aziendale), seguiti da sistemi di Data Exploration, Prediction&Optimization (30%), generazione/analisi di immagini, video/audio (16%), Recommendation Systems (11% ), Process Orchestration e Agentic AI (4%).

Gli effetti sulla domanda di competenze

In media, il 47% dei lavoratori utilizza strumenti di AI in azienda, e tra questi, circa quattro su dieci stimano un risparmio di oltre 30 minuti nelle ultime due attività in cui li hanno utilizzati.

Se l’impatto sul tempo non è poi così radicale, ben quattro lavoratori su dieci grazie all’AI svolgono attività che altrimenti non sarebbero in grado di fare.
E gli effetti sono già rilevanti sulla domanda di competenze. Nel 2025, circa 44 mila posizioni su 3,2 milioni complessive richiedono competenze AI, +93% rispetto all’anno precedente. E nel 76% delle offerte per profili white-collar ad alta qualificazione compaiono competenze di AI tra i requisiti per candidarsi.

Compliance e adempimenti normativi

Solo una ristretta minoranza di imprese italiane però è davvero pronta nella gestione e compliance dell’AI. Tra le grandi imprese, appena il 9% ha una governance strutturata dell’Intelligenza artificiale, con responsabilità delineate e allineamento delle iniziative con i principi etici e gli obiettivi aziendali.
Una fetta consistente (54%), invece, si sta muovendo per strutturare una governance centralizzata.

Quanto agli adempimenti previsti dall’AI Act, oltre un’azienda su due ha avviato iniziative di alfabetizzazione. Ma solo il 15% ha in corso un progetto strutturato di adeguamento, già integrato con altre normative applicabili.

Come le app stanno cambiando il modo in cui viviamo gli spazi urbani

L’Intelligenza Artificiale, che è entrata così massicciamente nelle nostre vite, oggi disegna anche l’equilibrio degli spazi urbani. Per essere più chiari: tutte le volte che usiamo una app – come TripAdvisor o Google Maps – pensiamo di ricevere semplicemente dei suggerimenti utili. Ma in realtà non è proprio così: in realtà partecipiamo a un meccanismo più grande,  che in silenzio ridisegna le città. Senza cantieri, senza gru, ma con una quantità impressionante di dati.

A dirlo è una ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche e della Scuola Normale Superiore di Pisa, pubblicata sulla rivista Machine Learning. 

Un dialogo tra cittadini e algoritmi

La ricerca si basa su un presupposto semplice. Ogni suggerimento genera una scelta, ogni scelta produce dati, e quei dati tornano all’algoritmo che mette a punto i consigli successivi. Un circolo continuo che connette fra loro app, comportamenti individuali e trasformazioni della città.

Luca Pappalardo, ricercatore del Cnr-Isti di Pisa, lo definisce un vero e proprio ciclo di influenza reciproca. Non si tratta di stabilire se un’app sia “brava” a consigliare, ma di capire che tipo di città contribuisce a creare nel tempo, spostando persone, attenzioni e opportunità da una zona all’altra.

Siamo veramente liberi di scegliere?

Dal punto di vista pratico, siamo tutti contenti di ricevere buoni consigli dalle applicazioni. Ci aiutano a provare posti nuovi, ad allargare le abitudini, a uscire dai percorsi consueti. Ma se si cambia prospettiva il quadro è un po’ meno rassicurante.  

Secondo lo studio, a livello collettivo le scelte guidate dagli algoritmi tendono a far convergere flussi e visite sempre sugli stessi luoghi. Alcune aree diventano iper-frequentate, altre escono invece dalla geografia mentale delle persone. In questo modo nascono nuove disuguaglianze urbane, poco visibili ma molto reali.

Capire la città prima di gestirla

Per analizzare questi effetti, i ricercatori hanno costruito un simulatore capace di riprodurre il rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale nel contesto urbano. Un modello che non guarda solo al singolo utente, ma alle dinamiche collettive che emergono nel tempo: concentrazione, polarizzazione, perdita di varietà.

Giovanni Mauro, della Scuola Normale, parla di uno sguardo inedito sui sistemi di raccomandazione. E Marco Minici del Cnr-Icar sottolinea un passaggio chiave: l’algoritmo va considerato come un attore urbano, non come uno strumento neutro.

Una questione che riguarda tutti

La conclusione dello studio invita alla consapevolezza. Se le città vengono anche “suggerite”, allora progettare l’intelligenza artificiale diventa una scelta politica e culturale.

Uno strumento che, se pensato bene, può aiutare amministrazioni e cittadini a costruire spazi più equi, accessibili e vivi.

Retail ed e-commerce: quali sono i nuovi rischi online?  

Comprare online è diventato un gesto automatico, alla stregua di mandare una mail o leggere le notizie. Si sceglie un prodotto, si paga in pochi secondi e si aspetta il corriere. Tutto semplice, almeno in apparenza. Dietro questa comodità, però, si agita un microcosmo di pericoli che nel 2025 ha mostrato tutta la sua vitalità.

A raccontarlo è il Security Bulletin 2025 di Kaspersky, che analizza cosa succede davvero nel mondo della sicurezza informatica legata a retail ed e-commerce, tra utenti poco attenti e criminali sempre più organizzati.

I dati degli attacchi

Nel corso del 2025, oltre il 14% degli utenti del settore retail è stato esposto a minacce provenienti dal web, mentre più di uno su cinque ha subito attacchi direttamente sui propri dispositivi. Per quanto riguarda le imprese, l’8,25% delle aziende retail ed e-commerce ha dovuto fare i conti con attacchi ransomware.

Ancora più netto il dato che riguarda il B2B: i rilevamenti di ransomware sono cresciuti del 152% rispetto al 2023. E poi c’è il phishing, che non passa mai di moda: più di 6,7 milioni di tentativi intercettati, con i negozi online nel mirino in oltre la metà dei casi.

Fidarsi delle app non basta più

Uno degli aspetti più inquietanti emersi nel 2025 riguarda le applicazioni mobili. Anche quelle scaricate da store ufficiali possono nascondere brutte sorprese. Alcuni malware, mascherati da app per lo shopping o la consegna di cibo, sono riusciti a sottrarre dati personali e informazioni bancarie. Bisogna rimanere sempre all’erta.

Ransomware e phishing, vecchi trucchi sempre efficaci

Nel settore retail ed e-commerce, la crescita del ransomware è legata soprattutto alla diffusione di una specifica famiglia di malware, capace di sfruttare strumenti ufficiali per bloccare i sistemi delle vittime. Il phishing, invece, continua a colpire giocando sulla fretta e sulla fiducia.
I periodi di saldi e promozioni restano i momenti preferiti dagli hacker, quando email e messaggi ingannevoli si confondono facilmente con le “vere” comunicazioni.

Cosa aspettarsi dal 2026

Secondo gli esperti di Kaspersky, il futuro non sarà semplice. I chatbot diventeranno strumenti sempre più utilizzati per cercare prodotti e fare confronti, spingendo gli utenti a condividere informazioni dettagliate su gusti e abitudini. Come osserva Anna Larkina, Web Data and Privacy Analysis Expert di Kaspersky, il passaggio verso ricerche più conversazionali e visive renderà cruciale una gestione attenta dei dati per non perdere la fiducia dei consumatori.

A questo si aggiunge l’uso sempre maggiore di assistenti all’acquisto basati sull’intelligenza artificiale, spesso al di fuori delle piattaforme ufficiali.
Anche la ricerca di prodotti tramite immagini apre interrogativi sulla privacy, perché nelle foto finiscono spesso dettagli personali che non si pensa di condividere.

Controllare e ancora controllare 

La lezione è semplice, anche se scomoda: non esistono scorciatoie. Controllare link e mittenti, informarsi sui negozi online, tenere d’occhio le transazioni e proteggere i dispositivi resta l’unico modo per ridurre i rischi.

Cosa ci dimentichiamo in taxi? Il cellulare in cima agli oggetti persi

Con l’anno che si chiude, Freenow by Lyft ha diffuso Lost & Found, l’analisi che passa al setaccio le segnalazioni di oggetti dimenticati a bordo dei taxi.
Un’istantanea delle nostre abitudini di viaggio che, più dei numeri, racconta la fretta quotidiana, gli incastri di lavoro e vita privata, le città che non si fermano mai.

Italia quinta in Europa

Nel confronto europeo l’Italia si colloca al quinto posto per numero di oggetti smarriti, con 1.040 segnalazioni complessive. Davanti ci sono Grecia, Spagna, Germania e Irlanda.
Il dato, spiegano dalla piattaforma, riflette l’intensità degli spostamenti urbani e un ritmo di vita sempre più serrato, dove la corsa successiva inizia prima ancora di chiudere lo sportello.

La top ten dei “dimenticati”

In cima alla classifica c’è lui, lo smartphone. Da solo pesa per oltre il 20% delle segnalazioni: compagno inseparabile, eppure il primo a restare sul sedile posteriore. Subito dopo arrivano le borse, che superano l’11%, seguite da occhiali da sole e documenti, rispettivamente intorno all’8% e al 6,5%.

Poco più indietro cuffie e portafogli, poi occhiali da vista e cappelli. Chiudono la top ten le chiavi, che si fermano al decimo posto. Oggetti piccoli, quotidiani, che diventano improvvisamente grandi problemi quando non sono più in tasca.

Quando il dato diventa racconto

Accanto alle dimenticanze più prevedibili, il report regala anche qualche sorriso. Tra gli oggetti più curiosi spuntano un ventilatore elettrico nero, un frullatore e persino un pezzo di mobile fai-da-te.
Tracce inattese di traslochi, riparazioni improvvisate, vite che scorrono oltre il semplice tragitto casa-ufficio.

Recuperare è possibile (e più semplice)

Per facilitare il recupero, Freenow consente ai passeggeri di contattare direttamente il tassista fino a sette giorni dopo la corsa, direttamente dall’app. La comunicazione avviene tramite una linea protetta, con numero criptato e non visibile, come spiega Paolo Ceccarelli, Country Lead di Freenow Italia.
La cronologia delle corse permette inoltre di individuare rapidamente il viaggio interessato e avviare la richiesta in pochi passaggi.

Un promemoria contro la fretta

A completare il servizio c’è anche una notifica push, attivabile dall’utente, che ricorda di controllare di avere con sé tutti gli effetti personali a fine corsa. Un piccolo avviso, ma spesso decisivo, soprattutto nei periodi più frenetici dell’anno.

Starup Fintech & Insurtech: raccolti 202 milioni di euro, +29% di ricavi 

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano: a fine 2025 in Italia si contano 485 startup attive. Tra qualche nuova apertura, alcune chiusure e numerose M&A. rispetto alle 596 del 2024 risultano in diminuzione.
Nei primi dieci mesi del 2025 le Fintech e Insurtech italiane hanno raccolto complessivamente 202 milioni di euro tra equity e strumenti convertibili, -19% rispetto al 2024.

Ma le realtà esistenti rafforzano la propria posizione: ricavi in crescita, maggiore solidità finanziaria e migliore capacità di adattamento all’evoluzione competitiva.
Il valore mediano dei ricavi previsto per il 2025 è di 700.000 euro, in aumento rispetto ai 500.000 euro del 2024 (+29%) e i 350.000 euro del 2023 (+50%).

Il 46% ha già raggiunto il break-even

A confermarsi è anche la profittabilità. Il 46% ha già raggiunto il break-even, in linea con il 44% del 2024.
Per il 44% delle startup italiane Fintech e Insurtech la principale sfida per la crescita è nel trovare il funding.
Il 42% è in fase di ricerca attiva di capitale, ma il mercato è fortemente polarizzato. Da un lato, il 9% ricerca grandi round, superiori ai 5 milioni di euro, per rafforzare la crescita, e in prospettiva diventare unicorno.

Dall’altro, il 63%, punta a chiuderne quanto prima uno inferiore ai 2 milioni, per completare lo sviluppo del prodotto e rafforzare gli sforzi commerciali.
Il sentiment comunque è positivo. Il 62% guarda con ottimismo ai prossimi 12 mesi e il 73% ai prossimi tre anni.

L’internazionalizzazione è un driver strategico

Oggi solo il 32% delle Fintech e Insurtech serve almeno un altro Paese europeo, e solo il 2% dei ricavi è realizzato fuori dall’Italia. L’internazionalizzazione però è considerata un driver strategico. Il 79% delle startup in futuro intende aprire anche all’estero.

Nel settore si afferma poi l’AI, ormai centrale per elaborare rapidamente grandi volumi di dati, con il 51% delle realtà che usa l’AI di tipo analitico (Machine Learning e Big Data Analytics), e il 41% la GenerativeAI.

“L’ecosistema dell’innovazione vive una fase di assestamento”

“Oggi il Fintech non è più un settore a parte, ma una componente matura e integrata del sistema finanziario. E il contesto del 2025 ne è la prova: da un lato gli operatori tradizionali sono tornati protagonisti, forti di una marginalità ai massimi storici, e hanno ripreso in mano le redini del gioco, dall’altro l’ecosistema dell’innovazione vive un’intensa e necessaria fase di assestamento. Questo scenario alimenta un mercato dinamico in cui gli incumbent fanno ‘spesa’ di tecnologia e talento, mentre le startup più mature trovano nell’acquisizione una via strategica per lo scaling up – spiega Marco Giorgino, Responsabile Scientifico Osservatorio -. La sfida per la competitività del sistema sarà gestire il potere e le conseguenze sociali, etiche e competitive dell’AI, all’interno di un perimetro normativo che è al tempo stesso abilitatore e vincolo”.

Invecchiamento demografico: sistemi pensionistici dei Paesi OCSE in crisi

In un periodo di alto debito pubblico e di crescenti esigenze di spesa l’invecchiamento della popolazione dovuto al calo dei tassi di natalità e all’aumento dell’aspettativa di vita continua ad accrescere le pressioni fiscali sui sistemi pensionistici.

Secondo il report dell’OCSE “Pensions at a Glance 2025”, entro il 2050 per ogni 100 persone di età compresa tra 20 e 64 anni ci saranno 52 persone di 65 anni o più. Oggi sono 33, nel 2000 erano 22.
L’aumento previsto è particolarmente forte in Corea, di 50 punti, e di oltre 25 punti in Grecia, Italia, Polonia, Repubblica Slovacca e Spagna.
Per uomini e donne che sono andati in pensione nel 2024 l’età pensionabile normale aumenterà da 64,7 e 63,9 anni a, rispettivamente, 66,4 e 65,9 anni per chi nel 2024 ha iniziato la carriera.

Pressioni al ribasso sulle entrate

Sempre secondo l’OCSE, le future età pensionabili normali andranno dai 62 anni in Colombia (per gli uomini), Lussemburgo e Slovenia, ai 70 anni o più in Danimarca, Estonia, Italia, Paesi Bassi e Svezia.
“Con una popolazione in età lavorativa destinata a diminuire del 13% nei prossimi 40 anni e un Pil pro capite che dovrebbe ridursi del 14% entro il 2060, i Paesi dovranno affrontare pressioni al ribasso sulle entrate, mentre la spesa legata all’invecchiamento aumenta”, afferma Mathias Cormann, Segretario Generale OCSE.

In media nei Paesi OCSE, i lavoratori a salario medio che iniziano oggi la loro carriera riceveranno una pensione netta pari al 63% del salario netto.
Il tasso di sostituzione netto futuro per i lavoratori che guadagnano la metà del salario medio è più elevato, pari in media al 76%.

Gender gap anche in pensione

Nonostante un calo di 5 punti percentuali rispetto al 28% del 2007, oggi in media nei Paesi OCSE le donne ricevono pensioni mensili inferiori del 23% rispetto agli uomini.
Le differenze di reddito complessivo lungo la vita, dovute a differenze nell’occupazione, nelle ore lavorate e nei salari orari, sono stimate in media al 35% e costituiscono il principale fattore del divario. Anche una distribuzione diseguale del lavoro non retribuito ha conseguenze rilevanti.

I Paesi dovranno quindi adottare una strategia globale che includa politiche del mercato del lavoro, della famiglia e delle pensioni per ridurre questo divario pensionistico di genere.

Come ridurre il divario di genere nel mercato del (post) lavoro?

Le priorità politiche per i Paesi che intendono valorizzare il potenziale inutilizzato della forza lavoro femminile, e ridurre i divari di genere nel mercato del lavoro e nelle pensioni, includono servizi di assistenza all’infanzia più accessibili, minori disincentivi al lavoro nel sistema fiscale e dei sussidi, garanzia di pari opportunità nei ruoli di leadership.

Anche eliminare l’accesso anticipato alle pensioni per le donne, laddove previsto, contribuirebbe a ridurre questo divario.

Il digitale accorcia le distanze: la nuova ricerca sulla prossemica nella realtà virtuale

Le nuove tecnologie stanno disegnano un presente diverso, che ha effetti importanti anche nel mondo reale. Nelle relazioni, ad esempio, sta cambiando il nostro modo di incontrarci, imparare e condividere esperienze. Il digitale non è più uno strumento relegato alle macchine: è un vero e proprio ambiente di relazione, un luogo in cui si riversano culture, emozioni e comportamenti che fino a ieri pensavamo appartenessero solo alla vita “vera”.

In questo contesto si inserisce l’anticipazione della nuova ricerca realizzata da EY Italia insieme all’Istituto Italiano di Tecnologia e all’Università La Sapienza, che prova a rispondere a una domanda tutt’altro che banale: come cambiano le nostre distanze quando ci muoviamo in un mondo virtuale?

Dal Padiglione Italia Virtuale una lente sulle relazioni digitali

Il lavoro nasce da un’esperienza concreta. In occasione dell’Expo 2025 Osaka, EY ha partecipato allo sviluppo del Padiglione Italia Virtuale, una ricostruzione tridimensionale delle principali aree dell’esposizione fisica, visitata online da oltre sette milioni di utenti. Un ambiente ricco di stimoli, ideale per osservare come le persone si muovono e interagiscono quando non sono più limitate dalla fisicità.

Da qui ha preso forma lo studio Prossemica virtuale: influenza dei fattori corporei, sociali e culturali sulla modulazione della distanza interpersonale nella realtà virtuale immersiva, condotto su un campione di circa duecento partecipanti equamente divisi tra italiani e giapponesi.

Culture diverse, distanze diverse

I ricercatori hanno misurato quanto i partecipanti si avvicinassero o si allontanassero da avatar appartenenti ai due gruppi culturali, valutando anche percezioni di attrattività, fiducia e possibili bias impliciti.

I risultati parlano chiaro: il background culturale continua a orientare il comportamento anche quando ci muoviamo in uno spazio digitale. I partecipanti giapponesi mantengono mediamente una distanza di 161 centimetri, mentre gli italiani si fermano a 129. Una differenza di 32 centimetri che conferma come certe abitudini sociali non svaniscano entrando in un visore.

Il digitale non copia il reale: lo reinterpreta

Accanto a queste differenze, emerge un’altra dinamica affascinante. La percezione di attrattività e affidabilità degli avatar contribuisce a ridurre la distanza interpersonale. Ogni punto in più di attrattività comporta una contrazione di 0,27 centimetri, mentre un incremento della fiducia vale una riduzione di 0,17 centimetri.

Come ha sottolineato Giuseppe Perrone, AI & Data Consulting Leader di EY Italia, piccoli cambiamenti nella percezione possono accorciare lo spazio tra le persone, aprendo la strada a nuove possibilità di inclusione.

Verso Expo 2030 Riad

La realtà virtuale diventa così un laboratorio sociale, un luogo in cui possiamo sperimentare modi nuovi di avvicinarci all’altro e superare confini culturali.
Eventi globali come Expo 2030 Riad potrebbero diventare il terreno ideale per sfruttare questo potenziale, facendo del digitale non solo una vetrina, ma uno strumento concreto di dialogo e collaborazione tra i popoli.

Giovani del Nord Italia: perché andare a vivere da soli è così difficile?  

Un sogno che per tanti giovani italiani è destinato a rimanere tale. Andarsene di casa, trovare la propria autonomia abitativa, nel 2025 è ancora un passo molto complicato.

I dati Eurostat fotografano la situazione con una certa crudezza: in Italia l’età media per lasciare il tetto familiare supera i 30 anni, ben sopra la media europea. Una discrepanza che ha origini ben precise, soprattutto se guardiamo al Nord del Paese.

Il Nord corre, ma non abbastanza sul fronte della casa

A osservare questo scenario ci sono anche aziende come Starposa srl che, lavorando nel mondo delle ristrutturazioni, vedono da vicino come cambiano le esigenze abitative delle nuove generazioni.
In Lombardia, dove il mercato immobiliare è particolarmente complicato, l’età in cui si conquista una casa tutta propria arriva a sfiorare i 30 anni e mezzo. Milano, con i suoi affitti da capogiro, spiega bene perché tanti ragazzi restino ancora a casa con mamma e papà.

Il Piemonte presenta un quadro un po’ più favorevole. A Torino la media scende sotto i 30 anni, grazie a un mercato più abbordabile e alla presenza di molti studenti che sperimentano la vita in condivisione già durante l’università.
L’Emilia-Romagna, con Bologna capofila, mostra una maggiore dinamicità: qui l’età media per iniziare un percorso fuori dal nucleo familiare è di circa 29 anni e mezzo. Aiuta sicuramente una serie di politiche locali a sostegno dell’affitto, ma anche qui la vera autonomia arriva spesso solo dopo i 30.

Tra lavoro, prezzi e legami familiari

Il motivo di questo slittamento in avanti è un mosaico di fattori che si incastrano fin troppo bene: lavori precari, stipendi che arrancano e prezzi delle case che sembrano arrivare alle stelle.

A tutto ciò si aggiunge la tipica cultura familiare italiana, dove non è affatto raro che i figli restino più a lungo sotto lo stesso tetto. Non per dipendenza, ma perché rappresenta una sicurezza, un punto d’appoggio che difficilmente si vuole perdere.

Co-living e soluzioni “ponte”: un aiuto, ma non la soluzione

Per tirare avanti senza prosciugare lo stipendio, molti giovani si affidano a formule più leggere, come il co-living: appartamenti condivisi, spazi comuni e costi più bassi. Funziona bene nelle città più dinamiche come Milano, Torino e Bologna, dove sono nati progetti moderni e piuttosto attrattivi.

Poi ci sono gli affitti brevi, utili per chi si sposta spesso, ma difficili da trasformare in una base stabile su cui costruire una nuova vita.

La strada è ancora lunga

Nel 2025 alcune amministrazioni del Nord hanno iniziato a proporre contributi per l’affitto, agevolazioni per la prima casa e iniziative di housing sociale.
Segnali positivi, certo, ma che da soli non bastano a ribaltare la situazione.

Un traguardo che richiede tempo, coraggio e opportunità

La verità è che, nel Nord Italia, andare a vivere da soli resta un obiettivo che si raggiunge più tardi rispetto a quanto molti vorrebbero.

Non è solo una questione economica: è una combinazione di opportunità, aspettative e possibilità reali. E anche se oggi esistono nuove soluzioni abitative, il salto verso la piena autonomia richiede ancora tempo, stabilità e un futuro un po’ più solido.

Giovani imprenditori: tra digitale e nuove banche, così cambia il volto delle PMI italiane

Come fanno impresa i giovani imprenditori italiani? Innanzitutto, in maniera molto diversa rispetto a chi li ha preceduti. Le nuove generazioni hanno un approccio più aperto, tecnologico e internazionale, anche per quanto riguarda il rapporto con il mondo bancario.

Lo rivela il Next Gen SMB Italy Report realizzato da Visa e presentato al Salone dei Pagamenti, che analizza come gli under 36 stiano trasformando le piccole e medie imprese del Paese.

La banca tradizionale non basta più

Anche se la banca tradizionale resta un punto di riferimento per i giovani imprenditori, non è più l’unica scelta. Il 67% dei giovani imprenditori possiede almeno un conto in una banca “classica”, ma solo poco più della metà, il 55%, lo considera il principale. Molti combinano i servizi classici con strumenti FinTech e soluzioni digitali più flessibili e personalizzate.

Cambia anche la percezione della sicurezza: il 50% degli under 36 oggi si fida delle piattaforme FinTech, un livello quasi identico a quello delle banche tradizionali (55%).

PMI sempre più digitali e connesse

Un altro elemento interessante riguarda il rapporto fra i nuovi imprenditori e tecnologia. Il mondo tech non è più soltanto un supporto, ma una parte centrale della gestione. Il 62% dei giovani manager utilizza strumenti online o app per le attività quotidiane, ma soprattutto cresce la voglia di sperimentare: il 43% usa software di contabilità, il 36% sistemi di pagamento integrati e il 30% applicazioni per la gestione delle spese.

Questo approccio consente di prendere decisioni rapide e basate sui dati, con piattaforme capaci di analizzare in tempo reale l’andamento dell’azienda.

Giovani e globali: l’estero come opportunità

Per le nuove generazioni, poi, il mondo è molto più grande che in passato e il mercato interno non basta più.
Infatti, le imprese guidate da under 36 realizzano in media il 25% del loro fatturato all’estero, e un terzo del budget marketing è destinato a iniziative internazionali. È la conferma di una spinta all’espansione e all’apertura verso nuovi mercati che sta diventando un tratto distintivo delle PMI più giovani.

Social network e pagamenti digitali

Cambia volto anche il modo di comunicare. Il 64% degli imprenditori under 36 usa i social per promuovere la propria attività e il 55% per dialogare direttamente con i clienti. Sempre più spesso, inoltre, i social diventano una fonte di aggiornamento: il 34% li utilizza per informarsi su prodotti e servizi finanziari.

Sul fronte dei pagamenti, il digitale è ormai una realtà consolidata: resistono i bonifici (45%), ma crescono i pagamenti mobile (32%), le carte virtuali (25%) e i pagamenti peer-to-peer (22%).
Eppure non scompare la relazione diretta con la banca: quasi il 40% delle operazioni viene ancora effettuato in filiale.

Personalizzazione, costi e tecnologia: le richieste dei giovani alle banche

Quando scelgono una banca, i giovani imprenditori guardano prima di tutto alla qualità dei servizi digitali (31%) e all’integrazione dei software aziendali (23%). Contano anche la presenza fisica delle filiali (31%) e le commissioni applicate (32%), a conferma di un approccio più attento e concreto.

Come spiega Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia, “le nuove PMI stanno diventando un motore di innovazione. Capire i loro bisogni è fondamentale per creare soluzioni su misura, capaci di sostenere la loro crescita e la competitività del Paese”.

Valore immobiliare e mutui: cosa cambia con il regolamento europeo CRR 3

Come accade da sempre, il valore degli immobili in Italia potrebbe subire delle fluttuazioni anche importanti nel corso dei prossimi anni. Ma momento non c’è da allarmarsi, anche perché esistono strumenti capaci di prevedere il futuro che verrà. Anche nel mercato immobiliare.

Secondo le stime di Nomisma, nei prossimi trent’anni la perdita media potenziale per gli immobili residenziali sarà compresa tra -4,2% e -6,2%.
Un calo moderato, più che un crollo, che riflette l’andamento naturale dei cicli immobiliari. In altre parole, il mercato sta semplicemente cambiando pelle.

Perchè le regole europee diventano più stringenti 

Dal 1° gennaio 2025 è entrato in vigore il nuovo regolamento europeo CRR 3 (Capital Requirements Regulation), che chiede alle banche di essere più caute nel valutare gli immobili utilizzati come garanzia per i mutui.

A questo scopo, le banche dovranno stimare il cosiddetto Property Value, cioè quanto un immobile potrebbe perdere di valore nel tempo.
L’idea è semplice: se le valutazioni sono più realistiche, il sistema finanziario è più stabile e meno esposto alle oscillazioni del mercato.

Le differenze tra grandi città e piccoli comuni

Per valutazioni corrette, oggi e domani, Nomisma ha costruito un modello di analisi che guarda lontano, fino a trent’anni, basandosi su una banca dati che raccoglie l’andamento dei prezzi immobiliari dal 1988.
Cosa emerge? Che la perdita di valore è tutto sommato contenuta, ma che esistono differenze notevoli tra le varie aree geografiche del Paese.

Nei capoluoghi di provincia la flessione stimata è intorno al -4,5%, mentre nelle grandi città – come Milano, Roma o Bologna – l’impatto potrebbe essere più lieve. Qui la domanda resta alta e il mercato mostra una forte capacità di adattamento.
I comuni più piccoli, invece, potrebbero vedere un calo fino al -6,25%, penalizzati dal calo della popolazione e da un mercato interno più fragile.
Tengono bene, infine, le località turistiche: la perdita stimata non supera il -4,24%, grazie a una domanda costante sia da chi cerca una seconda casa sia da chi investe per affittare.

L’inizio di un nuovo ciclo 

Gli esperti ribadiscono che il mercato immobiliare è soggetto a cicli: dopo una fase di rallentamento, tende sempre a ripartire.
Oggi siamo all’inizio di un nuovo ciclo e questo significa che i prezzi attuali potrebbero essere più bassi rispetto a quelli che vedremo tra qualche anno.

Come spiega Enrico Bronchi, responsabile del settore finanziario e immobiliare di Nomisma, “la posizione dell’immobile fa ancora la differenza”.
Le zone centrali, le grandi città e le aree turistiche continuano a offrire la maggior stabilità nel tempo, mentre i piccoli centri restano più sensibili ai cambiamenti economici e demografici.