Metaverso: quali sono conoscenze ed esperienze degli italiani?

Il metaverso, questo nuovo strumento digitale, attrae maggiormente gli over36, non solo avvezzi a questo tipo di realtà, ma anche fruitori di esperienze all’interno dei mondi over Internet. Quanto alla conoscenza del Metaverso, l’81% degli italiani ne ha sentito parlare, ma la conoscenza è scarsa. Realtà virtuale e AI sono più noti, ma spesso più per un bombardamento mediatico che per un reale approfondimento. Molto meno conosciuti Blockchain, NFT e web 3.0. In particolare, più da GenX e Millennials rispetto ai giovanissimi, che risultano meno a loro agio soprattutto quando si parla di criptovalute, NFT e Blockchain. Sono alcune evidenze emerse dall’indagine di Ipsos, partner dell’Osservatorio Metaverso, creato dall’esperto del mondo digital Vincenzo Cosenza per comprendere la conoscenza e l’utilizzo del Metaverso da parte degli italiani.

I nuovi mondi attraggono gli over36

Chi dichiara un atteggiamento maggiormente favorevole verso questi nuovi mondi sono gli over36, mentre gli under25 si dimostrano più indecisi. Facilità di accesso, costo eccessivo dei device e scetticismo legato al non sentirsi a proprio agio in un mondo virtuale sono le principali barriere all’utilizzo. In prospettiva, emerge l’aspettativa che il Metaverso porti un miglioramento delle attività online in quasi tutti gli ambiti, in particolare, quello legato a intrattenimento, connessione ed educazione. Per il 37% del campione sarà più facile incontrare persone diverse nei mondi virtuali che nella vita di tutti i giorni, e il 26% dichiara che potrebbe imparare di più su moda e tendenze nei mondi virtuali piuttosto che fare shopping nei negozi o online.

Attività immersive per giocare con gli amici 

Chi ha partecipato ad attività immersive ha interagito principalmente con persone che conosceva già. Le attività a cui finora hanno partecipato riguardano maggiormente giocare e trascorrere il tempo con gli amici (quasi 50% GenZ), e circa il 30% ha esplorato un’altra città, principalmente Millennials.
Guardando al futuro rimane alto l’interesse per nuove conoscenze e competenze: frequentare corsi, esplorare città, assistere a concerti, spettacoli o film. Alla domanda ‘quali mondi virtuali ha visitato negli ultimi 6 mesi?’ oltre il 70% degli intervistati dichiara di non aver visitato nessun mondo virtuale. Tra quelli visitati, Minecraft e Fortnite sono in testa, ma con percentuali ancora poco significative.

I profili dei metapersonas

Dalla ricerca emergono poi tre profili di utenti che si differenziano per conoscenza, utilizzo e attitudine verso il Metaverso: Entusiasti conoscitori (31%), il target che ha la più alta concentrazione di Millennials e GenX, Neofiti ottimisti (49%), con la più alta concentrazione di GenZ, e Scettici intimoriti (40%), distribuiti su tutte le generazioni. Le percentuali non polarizzate che descrivono il campione diviso nei tre profili di metapersonas mettono in luce un importante segnale: lo strumento Metaverso e gli altri elementi innovativi che compongono il web 3.0 sono attualmente vissuti come realtà ancora lontane. Sarà il domani a dare maggiore seguito sulla vita e applicazione di questi mondi paralleli.

Beauty trend in Italia: dalla sostenibilità alla bellezza maschile

La pandemia ha accelerato alcune tendenze nel mondo del beauty, come ad esempio, la tensione verso la sicurezza e la ricerca di quanto è ‘buono’ per l’ambiente e noi stessi, oltre a una rinnovata cura di sé a livello fisico e mentale, accompagnata dal desiderio di leggerezza, che si traduce in voglia di divertirsi con la bellezza. Da uno studio di Ipsos sulle attitudini delle italiane verso i prodotti beauty emerge come le consumatrici siano piuttosto esigenti, informate e attente a quello che acquistano. Il 61% preferisce prodotti con ingredienti naturali, il 66% considera efficace un prodotto che sia testato clinicamente, e sempre più consumatrici leggono le etichette, con particolare riferimento alla lista degli ingredienti (51%).

Benessere e beauty routine

Sette donne su 10 affermano poi che la bellezza passa innanzitutto dalla salute. Un benessere perseguibile anche attraverso vere e proprie beauty routine. Guardando ai dati di mercato, si nota come questa tendenza si rifletta anche nei comportamenti d’acquisto. Le consumatrici (40%) si mostrano propense a favorire i brand che suggeriscono come creare una routine attraverso la combinazione di più prodotti, ma al tempo stesso richiedono semplificazione: il 60% desidera utilizzare prodotti beauty che permettano di risparmiare tempo. In questo caso, per i beauty brand, è bene lavorare sul proprio purpose. I prodotti beauty devono essere virtuosi e devono soddisfare, oltre a esigenze funzionali, anche bisogni più emozionali, agendo sul benessere e contribuendo a migliorare la vita delle persone in senso olistico e semplificatorio.

Bellezza olistica e sicurezza

Nonostante la forte attenzione al mondo bio e naturale, è necessario che i beauty brand portino avanti anche il concetto di ‘sicuro’ dei propri prodotti. I beauty brand devono avere coscienza del fatto che la sostenibilità è un tema rilevante per i consumatori, ma per aiutare i brand a crescere bisogna veicolare il giusto messaggio con autenticità.  La maggiore disponibilità di tempo, sperimentata durante la pandemia, ha portato poi le persone a dedicare più tempo a sé stesse rivalutando i propri bisogni, facendo affermare la concezione di bellezza olistica, dove estetica si coniuga al benessere. Quindi, una cura di sé a 360 gradi, sia a livello fisico sia mentale.

Indulgence&Fun e Male Beauty

Ma il mondo beauty è anche un territorio fertile per portare in vita istanze di sperimentazione, leggerezza e divertimento, perché rappresenta un ambito gratificante e consolatorio. Si fanno spazio quindi esperienze plurisensoriali, dove la dimensione del gioco è sempre più valorizzata. I dati Ipsos rivelano inoltre che più della metà degli uomini utilizza prodotti beauty. Tra le principali motivazioni, la voglia di prendersi cura di sé e migliorare il proprio aspetto. Il 15% però non li ha mai utilizzati e non ha intenzione di utilizzarli in futuro. Una resistenza che cresce soprattutto tra gli over60. Le principali barriere? La percezione di non bisogno, la sensazione di sminuita mascolinità e la scarsa conoscenza dei benefici. 

Gli italiani sono già phygital. E i brand?

I consumatori italiani cercano un’esperienza fluida nell’utilizzo congiunto del canale fisico e digitale per tutto il ciclo vita degli acquisti. In pratica, sono sempre più phygital. Il punto vendita fisico però è nettamente preferito per fare la spesa alimentare. Gli aspetti più graditi sono la possibilità di vedere e toccare con mano i prodotti, poterli avere subito, e poter interagire con il personale di vendita. Quanto all’assistenza post-acquisto, per quasi la metà degli italiani (47%) il bisogno di rassicurazione nel post-vendita viene soddisfatto anche dall’online, che supplisce alla mancanza di ‘fisicità’ con regole chiare e codificate. È quanto emerge da Gli italiani e le esperienze di acquisto Phygital, la ricerca di BVA Doxa in collaborazione con Salesforce Italia.

I driver di scelta per il digitale

I driver di scelta che spingono a fare spese in digitale sono la possibilità di avere prezzi migliori e offerte convenienti (61%), e la comodità di effettuare gli acquisti da casa (58%). Molto gradita anche la possibilità di orientarsi nella scelta leggendo recensioni e valutazioni di altri utenti (44%). L’acquisto online è in grado di attivare maggiormente le leve del desiderio e dell’immaginazione (45%), e solo il 7% ritiene che il canale fisico faccia viaggiare con l’immaginazione nella fase di scelta. Entrambi i canali sono in grado di far nascere il ‘colpo di fulmine’ per un prodotto, ma per il 33% il canale digitale rischia di deludere più facilmente le aspettative (9%).

Brand e retailer ancora lontani dall’offrire un buon livello di soluzioni integrate

La soluzione di acquisto integrata più richiesta è la possibilità di acquistare un prodotto online per poi scegliere la modalità di ritiro/consegna in negozio/a casa (97%). Tra le altre azioni phygital più gradite sono molto apprezzate la possibilità di guardare e confrontare i prodotti da casa (95%), e conoscere quali siano immediatamente disponibili nello store (90%). Ma se le soluzioni phygital incontrano il gradimento del 96% del campione esiste ancora una quota di consumatori che ritiene i negozi ancora non del tutto in grado di offrire questo tipo di servizi. Solo il 21% dichiara che i negozi hanno realizzato gran parte di queste soluzioni. E secondo il 65% la maggior parte di brand e retailer è ancora lontana dall’offrire un buon livello di soluzioni integrate tra canale fisico e online.

Un customer journey più comodo

Quando si considera il customer journey la maggioranza degli italiani già oggi mette in atto comportamenti phygital per gli acquisti. La diffusione di questi comportamenti di acquisto integrati è più marcata per alcune categorie di prodotti: elettronica (52%), grandi e piccoli elettrodomestici (47%) e capi di abbigliamento (43%). Tra i vantaggi individuati nel muoversi in modo soddisfacente tra online e fisico, emergono la possibilità di avere un’esperienza d’acquisto più consapevole e informata (57%), un customer journey più comodo (57%), usufruire di una soluzione in grado di adattarsi alle proprie esigenze (54%), e una maggiore sicurezza negli acquisti (51%).

Cybersecurity e compliance sono le sfide maggiori per i CTO

Secondo una ricerca presentata da Lenovo, e realizzata su scala globale su 500 Chief Technology Officer (CTO), la sicurezza informatica e la compliance sono le sfide principali dei top manager che all’interno delle aziende seguono le dinamiche relative allo sviluppo tecnico, informatico e digitale. Lo studio rileva infatti come la maggioranza dei CTO provenienti da Stati Uniti (63%), Brasile (61%) e India (71%) abbia citato la sicurezza informatica come una delle principali sfide che oggi devono affrontare all’interno delle aziende. Ma i CTO di Usa (64%) e Regno Unito (67%) segnalano anche l’importanza della compliance, la conformità ai regolamenti e alle norme, e la compatibilità dell’infrastruttura aziendale e dell’esperienza utente.

Nuova architettura IT e ambiente di lavoro ibrido

Lo studio ha indagato anche le opinioni dei CTO riguardo all’IT tradizionale, e come si evolverà verso una ‘nuova architettura’. Secondo i CTO, dispositivi client, edge computing, cloud computing, rete e Intelligenza Artificiale in futuro lavoreranno insieme per affrontare le sfide del digitale, e fornire soluzioni che promuovano un’ulteriore digitalizzazione globale in tutti i settori. Inoltre, il passaggio all’ambiente di lavoro ibrido sta aumentando l’importanza degli elementi dell’architettura IT. I CTO mostrano di avere una prospettiva positiva sull’architettura tecnologica della loro organizzazione, con il 43% che la definisce ‘migliorata’, il 39% la considera ‘facile da usare’, e solo il 6% la definisce ‘carente’.

Dispositivi intelligenti, Smart IoT, Scenario-Based Solutions

Gli elementi che stanno assumendo importanza crescente nell’ambiente IT aziendale includono dispositivi intelligenti (76%), Smart IoT (70%) e Scenario-Based Solutions (76%).
Guardando al futuro, i CTO hanno notato l’importanza del cloud, del software e dell’informatica come componenti chiave per il futuro di un ambiente di lavoro ibrido, con l’84% che esprime ottimismo per il futuro del cloud ibrido, riporta AGI.
“Questi risultati della ricerca sono incredibilmente preziosi poiché l’industria ICT continua a innovare e costruire nuove capacità tecnologiche per il futuro – ha spiegato Yong Rui, CTO di Lenovo -. Questa ricerca fornisce inoltre informazioni approfondite sulle priorità e sulle aspettative dei CTO globali”.

L’infrastruttura IT del futuro: diffusa, prevista e on demand
“La tecnologia – ha dichiarato Yuanqing Yang, Presidente e CEO di Lenovo – sta trasformando il nostro futuro spazio di lavoro e spazio abitativo in una combinazione di mondi virtuali e fisici, resi possibili dalla potenza della nuova infrastruttura IT che è diffusa, prevista e on demand”.
Per Yang, “il potere dell’innovazione non è solo la digitalizzazione e la smartificazione di tutti i settori, ma anche la soluzione alle più grandi sfide dell’umanità. A tal fine, Lenovo ha raddoppiato l’investimento in ricerca e sviluppo, affinché la tecnologia intelligente possa contribuire in modo efficace a un mondo in rapida evoluzione”.

Moda: triplica il mercato del second hand

Oggi il valore del mercato dell’usato di moda in tutto il mondo è compreso tra i 100 e i 120 miliardi di dollari, più del triplo rispetto al 2020. La conferma arriva da una ricerca realizzata da Boston Consulting Group (BCG) e Vestiaire Collective, piattaforma di compravendita di second hand.
Il report si basa su due indagini globali condotte nel 2020 su 6.000 consumatori, e su 2.000 consumatori nel 2022, per comprendere meglio il loro approccio al mercato della rivendita. Secondo lo studio, il mercato della seconda mano rappresenta già dal 3% al 5% del totale del mercato dell’abbigliamento, delle calzature e degli accessori, e potrebbe crescere fino al 40%. Tanto che si prevede che nel 2023 i capi ‘pre-loved’ costituiranno il 27% degli armadi.

“Per i marchi entrare in questo mercato costituisce un’enorme opportunità”

Il boom del second hand è stato reso possibile soprattutto grazie ai consumatori della Generazione Z, i più propensi ad acquistare (31%) e vendere (44%) articoli di seconda mano, seguiti dai Millennial.
“BCG ha analizzato nel dettaglio il mercato globale della rivendita fin dai suoi albori – ha dichiarato Sarah Willersdorf, Responsabile Globale del settore lusso presso BCG e coautrice del rapporto -. È ormai certo che i consumatori hanno abbracciato la seconda mano e stanno cambiando il modo con cui acquistano e vendono i loro vestiti. Per i marchi, entrare in questo mercato costituisce un’enorme opportunità per attrarre clienti nuovi e già esistenti, motivati da sostenibilità, convenienza ed esclusività”.

Sostenibilità, economicità e varietà le motivazioni per gli acquisti

La sostenibilità è la forza trainante e sempre più importante per gli acquirenti di articoli di seconda mano. Sebbene l’economicità sia stata citata da oltre la metà degli intervistati dalla ricerca come la motivazione principale per l’acquisto di articoli di seconda mano, questa tendenza risulta in calo. Mentre la varietà del catalogo è stata indicata come il secondo principale fattore che spinge al consumo di articoli di seconda mano.

Il brivido della caccia al tesoro

Il 40% degli acquirenti considera infatti l’usato come un modo per consumare moda in modo sostenibile, e altrettanti consumatori scelgono il mercato della seconda mano per l’ampia scelta e i pezzi unici che offre. Anche il ‘brivido della caccia al tesoro’ e l’opportunità di negoziare con i venditori sono fattori sempre più popolari per l’acquisto di abbigliamento di seconda mano, con il 35% degli intervistati che li ha indicati come forze trainanti.

Sicuro fin dall’origine: ecco cosa chiedono gli italiani al mondo agricolo 

Buono, sano, sicuro e sostenibile. Ecco come vorrebbero il cibo gli italiani, ed è ciò che chiedono – e si aspettano – dagli imprenditori agricoli. Come evidenzia il secondo numero dell’Osservatorio Enpaia-Censis “L’agricoltura italiana nelle nuove sfide”, il 54% dei nostri connazionali ritiene che gli imprenditori agricoli debbano garantire la disponibilità di cibo sicuro, sano, sostenibile e di alta qualità; per il 29% la tutela del benessere degli animali allevati; per il 24% la promozione della vita nei luoghi rurali e nelle campagne; per il 19% un’offerta articolata di cibo di qualità; per il 16% la sua fornitura in modo stabile in ogni situazione. Insomma, un mix di richieste che va ben oltre la semplice produzione di alimenti. D’altro canto, gli imprenditori del settore hanno svolto egregiamente il loro lavoro anche durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria, garantendo la continuità delle forniture di cibo salutare e sicuro, contribuendo alla sostenibilità ambientale e alla lotta al riscaldamento globale. Non per niente, il merito viene loro riconosciuto: è infatti cresciuta la loro social reputation, il grado di fiducia sociale nei loro confronti, a testimonianza di un’azione efficace.

Agricoltura “importante” per la quasi totalità dei cittadini

Un altro dato che conferma il ruolo prioritario degli attori della filiera è il 96% di italiani che ritiene che l’agricoltura sia molto o abbastanza importante per il nostro futuro. Il 74%, inoltre, è convinto che gli agricoltori abbiano già dato un contributo importante nella lotta al riscaldamento globale, quota più alta di 16 punti percentuali rispetto al dato medio europeo.

Un ruolo centrale nell’economia

“L’Osservatorio Enpaia-Censis, presentato nel corso del Forum di quest’anno, evidenzia come negli ultimi due anni l’agricoltura ha riaffermato la centralità nell’economia, concorrendo notevolmente ad attenuare la recessione” ha dichiarato Per Giorgio Piazza, presidente Fondazione Enpaia. “In tale direzione, il settore agricolo sta raccogliendo a pieno titolo la sfida della sostenibilità divenuta prioritaria, a maggior ragione dopo la pandemia, unitamente alla funzione sociale che gli italiani ritengono appartenga all’agricoltura: essere un baluardo per l’approvvigionamento di cibo nelle emergenze che in futuro potrebbero insorgere e, più in generale, per la nostra sovranità alimentare”. Gli ha fatto eco Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis, che ha affermato che “nelle attuali difficoltà resta alta la fiducia degli italiani nell’agricoltura, perchè garantisce gli approvvigionamenti anche nelle situazioni estreme, è impegnata, da tempo, nella lotta al riscaldamento globale e il buon cibo italiano contribuisce al benessere delle persone. In questa fase, poi, di fronte al decollo dei costi di energia e materie prime, è essenziale non lasciare sole le imprese agricole, perchè la loro crisi avrebbe costi sociali altissimi”.

Il lavoro riparte dopo le vacanze: quali sono le figure digital più ricercate?

Le prossime settimane rappresentano un ottimo periodo per cercare lavoro. “Ogni anno, tra luglio e agosto, il mercato del lavoro tende a rallentare – spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati -: da una parte le aziende affrontano importanti periodi di chiusura, dall’altra i candidati sono meno propensi a candidarsi. In queste settimane, invece, le aziende stanno riprendendo tutti i processi che erano stati messi in pausa prima dell’arrivo dell’estate”.
Dopo i mesi estivi, a settembre e ottobre il mercato del lavoro quindi riprende vita. “Il periodo favorevole va fino alla metà di novembre – continua Adami -, quando iniziano fisiologicamente a calare le ricerche da parte delle aziende, in vista del blocco natalizio e della chiusura dell’anno e dei progetti in corso”.
E tra le figure professionali più ricercate, ci sono quelle digital.

Le aziende tecnologiche cercano personale qualificato o altamente qualificato

A dominare il mercato sono infatti soprattutto le figure digital, anche grazie al continuo processo di modernizzazione digitalizzazione delle imprese italiane. “Il comparto tecnologico continua a essere estremamente vivace – conferma l’head hunter -, con le aziende del settore alla costante ricerca di personale qualificato o altamente qualificato”.
Si parla quindi, ad esempio, del programmatore informatico. “Il mercato del lavoro è alla continua ricerca di figure in grado di sviluppare software e app, con aziende, che per via del numero ridotto di candidati, hanno molto spesso difficoltà nel portare a termine in modo efficace il processo di selezione del personale”, puntualizza Adami.

A caccia di professionisti in grado di creare algoritmi

Quanto le qualifiche più specifiche, e le nicchie destinate a diventare sempre più importanti, sta crescendo il numero di ricerche di ingegneri esperti nel campo del machine learning e dell’Intelligenza artificiale.
“Molte aziende italiane e tante multinazionali hanno bisogno di professionisti in grado di creare algoritmi capaci di rendere autonomi i sistemi digitali, e non solo, per le applicazioni nelle più diverse attività industriali e commerciali”.

Dispositivi connessi e sicurezza: servono esperti 

Restando nel campo delle professioni più cercate negli ultimi anni, l’head hunter cita poi lo specialista di Internet of Things, “una figura professionale con le competenze necessarie per trasformare in realtà l’Internet delle Cose, dando alle aziende la possibilità di sfruttare in modo efficace il sempre più vasto ecosistema IoT”.
Di certo, considerato il continuo espandersi dei dispositivi connessi e la sempre maggiore centralità delle reti, non può che essere sempre più ricercata anche la figura dell’esperto in cybersecurity. A spingere in questa direzione sono sia le minacce informatiche sempre più presenti, sia l’evoluzione delle normative per quanto riguarda la privacy e il web.

No alle news ‘troppo deprimenti’ per 4 americani su 10

Nel Paese del quarto potere, gli USA, il 42% dei cittadini, in prevalenza donne, evitano spesso di leggere le news considerate ‘troppo deprimenti’, ovvero, quelle relative alla pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina fino al crescente costo della vita. Si tratta della percentuale più alta al mondo, secondo una recente ricerca di Reuters Institute, che segnala però una tendenza generalizzata, dal 29% al 38% in 5 anni, evidente soprattutto nei Paesi col più alto tasso di trambusto politico, come gli Stati Uniti, il Brasile e la Gran Bretagna. Una tendenza che rappresenta una vera e propria epidemia, in particolare tra gli under 35, che peraltro si informano sempre di più su TikTok e altre piattaforme social, perché le notizie abbassano il morale (36%). Ed è plausibile che nel nostro paese la situazione non sia molto diversa.

Cala il livello di fiducia nei media 

Anche il livello di fiducia nelle news, e nei media che le producono, continua a calare: solo il 42% ci crede gran parte delle volte.
Una percentuale che negli Usa è scesa al record mondiale del 26%, con una decina di punti persi sotto il costante attacco alla stampa della presidenza Trump. Il fenomeno ha spinto esperti e intellettuali a indagare i motivi di questa fuga dal crescente e incessante bombardamento delle notizie. Tra loro Amanda Ripley, riferisce Ansa, una nota giornalista (Time, The Atlantic) e scrittrice americana (autrice del bestseller The Smartest Kids in the World) che ha cominciato a formare giornalisti per coprire diversamente i conflitti polarizzanti, in partnership con il Solutions Journalism Network.

Le notizie sono scoraggianti, ripetitive, di dubbia credibilità

La reporter, che ha raccontato recentemente la sua esperienza sul Washington Post, confessa di aver staccato la spina dalle news per anni dopo essere andata da un terapista, scoprendo che anche alcuni colleghi (in maggioranza donne) facevano altrettanto.
“Se molti di noi si sentono intossicati dai nostri prodotti, potrebbe esserci qualcosa di sbagliato in essi?”, si è chiesta, trovando conferma nella ricerca di Reuters Institute, secondo cui le news sono scoraggianti, ripetitive, di dubbia credibilità e lasciano il lettore con una sensazione di impotenza. Ma, a suo avviso, per spiegare la crescente disaffezione dalle notizie non basta la scarsa fiducia nei media o il loro modello di business basato sul presunto appeal della negatività.

Non siamo equipaggiati a ricevere immagini catastrofiche 24/7

Di fatto la stampa ignora la capacità di metabolizzare una valanga perpetua di cattive notizie. “Non penso che siamo equipaggiati, psicologicamente o mentalmente a ricevere notizie e immagini catastrofiche e disorientanti 24/7”, spiega Krista Tippett, premiata da Barack Obama con la medaglia per gli studi umanistici. Intervistando altri esperti, tra medici, scienziati e psicologi, Ripley è arrivata alla conclusione che ai media mancano tre ingredienti: la speranza (la cui assenza genera depressione, ansia, malattie), l’azione e la dignità. I reporter, quindi, dovrebbero trovare un modo per far intravedere la speranza dietro la paura, per convertire la rabbia in possibili soluzioni, per accostarsi a tutti con rispetto.

Le aziende investono in trasformazione digitale? Ecco cosa pensano gli imprenditori italiani

Secondo il 50% degli imprenditori intervistati dalla survey EY Tech Horizon le aziende italiane hanno avviato importanti trasformazioni digitali. La spinta verso la transizione digitale del Paese e dell’ecosistema produttivo ha visto infatti una netta accelerazione negli ultimi due anni. Una transizione che genera valore di natura finanziaria, ma anche sociale sia per l’organizzazione sia per gli utenti. Tra i fattori della trasformazione, sempre secondo EY Tech Horizon, quelli principali risultano l’adozione o il consolidamento di nuove tecnologie quali data&analytics, machine learning, Intelligenza artificiale, Internet of Things (IoT) e cloud.

Tecnologia come fattore abilitante per creare valore

Le imprese italiane, quindi, saranno sempre più data-centriche e digitali per poter programmare al meglio le decisioni, i processi e le interazioni con tutti gli interlocutori. La tecnologia è il fattore abilitante per una trasformazione in grado di creare valore, ma soltanto se utilizzata in una combinazione sinergica di diversi strumenti, e allineata agli obiettivi strategici delle aziende.
Tra le tecnologie su cui puntare, data&analytics viene indicata dal 22% degli intervistati come principale trend di investimento per i prossimi due anni. Seguono, l’Internet of Things, indicato dal 20%, il cloud, dal 18%, l’Intelligenza artificiale e il machine learning dal 15%.

Costi elevati delle infrastrutture e cybersecurity gli ostacoli principali

Gli ostacoli principali al proseguimento di questa trasformazione per gli imprenditori riguardano i costi elevati delle infrastrutture e i rischi legati alla cybersecurity. I fattori trainanti per superare queste barriere sono le partnership strategiche con expertise tecnologiche complementari, e l’upskilling delle competenze. La combinazione tra tecnologie diverse, in particolare data analytics e Intelligenza artificiale, è indicata dal 45% degli intervistati, anche come fattore chiave per migliorare la customer experience. Questa maggiore apertura verso le nuove tecnologie è emblematica della fase di accelerazione in innovazione digitale in cui si trova il nostro Paese, anche grazie alla spinta rappresentata dalle risorse stanziate dal Pnrr.

Valutare i gap di competenze per comprendere dove investire

Per contro, le maggiori criticità emerse nei confronti del ruolo della trasformazione dei dati riguardano per il 15% la difficoltà alla scalabilità di prodotti e servizi data-driven, e per l’11% la carenza di competenze dei dipendenti. Per questo motivo, le aziende sono sempre più impegnate nel valutare i gap di competenze per comprendere dove investire e offrire programmi di formazione obbligatoria, upskilling e reskilling per rafforzare le competenze digitali e tecnologiche. In particolare, dando priorità a tematiche come data analytics, cloudification, IoT, cybersecurity e privacy.

Il pharma delivery cresce, e si evolve oltre la pandemia

Se la pandemia ha avuto un effetto booster sull’home delivery, oggi la consegna a domicilio del farmaco è un’abitudine consolidata, a cui pochi consumatori sono disposti a rinunciare. Il servizio di pharma delivery oggi è infatti fondamentale per 9 utenti su 10. Per il 93% è importante che le farmacie siano dotate di un sistema di consegna a domicilio e per il 98% il recapito in giornata dei prodotti è un requisito essenziale per la fidelizzazione con il punto vendita. Sono i dati emersi da un’indagine effettuata a dicembre 2021 da Pharmap, player italiano del settore, per indagare il comportamento dei consumatori iscritti alla piattaforma.

Un trend in continua evoluzione

La rilevazione conferma quindi un trend in continua evoluzione, ed evidenzia alcune novità. La prima riguarda la capacità di Pharmap di incrementare il rapporto di fiducia tra farmacia e utenza: oltre il 60% degli intervistati dichiara di ordinare sempre dalla stessa farmacia, e di questi più della metà (51,9%) è diventato un cliente abituale.  L’azienda, inoltre, gioca un ruolo chiave nel fidelizzare i consumer: il 44% degli utenti intervistati si dichiara, infatti, fedele alla farmacia di riferimento da quando offre il servizio di delivery.

Un servizio divenuto irrinunciabile

L’altro dato che emerge è la crescita dell’utilizzo dell’home delivery farmaceutico da parte delle persone. Il 77,7% dichiara di ricorrervi più spesso in epoca post-pandemica perché si è ormai abituato alla comodità del servizio (47%) o per la possibilità di ricevere a domicilio anche i farmaci con ricetta (32%). Il servizio è anche apprezzato in tutti quei casi in cui, recandosi di persona in farmacia, il prodotto non risulti immediatamente disponibile (situazione che si verifica nel 40% dei casi). Un cliente su 4 si dichiara infatti poco propenso a ritornare sul punto vendita per ritirare il prodotto prenotato e preferirebbe, piuttosto, riceverlo a casa.

Le farmacie si adeguano alle nuove esigenze dei cittadini 

 “Che il servizio di consegna a domicilio del farmaco sia diventato sempre più strategico per le farmacie non lo confermano solo i nostri dati – dichiara ad Askanews Giuseppe Mineo, ceo di Pharmap -. Una recente ricerca di Channel&Retail Lab, l’Osservatorio della Sda Bocconi, ha rilevato che un cliente su due è pronto a cambiare esercizio se la sua farmacia di fiducia non dispone del servizio di home delivery. Le farmacie, che con la pandemia hanno accelerato la loro evoluzione in ‘farmacie dei servizi’, non possono quindi più fare a meno di adeguarsi a questo trend per rispondere alle nuove esigenze di salute dei cittadini”.