Micro-aggressioni: cosa sono e come contrastarle in azienda 

Cosa sono le micro-aggressioni, un fenomeno sempre più diffuso? Sono comportamenti, atteggiamenti o espressioni verbali che trasmettono messaggi ostili o discriminatori. Si tratta di aggressioni verbali sottili, spesso difficili da identificare, ma che generano frustrazione e senso di impotenza in chi le subisce e in chi vi assiste.

Spesso, chi le compie tende a minimizzarle con frasi come: “Era solo una battuta!”.

I dati sul fenomeno

Secondo un’indagine condotta da Nespresso, in collaborazione con la community business di LinkedIn, il 62% dei partecipanti ha dichiarato di essere stato vittima di micro-aggressioni, mentre il 70% ha assistito a episodi simili almeno una volta. Questi comportamenti si manifestano sotto forma di commenti o allusioni, spesso legati al genere (41%), all’età (18%) o all’aspetto fisico (15%).

Nonostante il loro impatto negativo, nell’80% dei casi le micro-aggressioni non vengono riconosciute come forme di discriminazione, a causa della scarsa consapevolezza sul tema nei luoghi di lavoro. Tuttavia, più di una persona su quattro riferisce di provare disagio e rabbia a causa di queste situazioni.

Cosa dicono gli esperti

“Affrontare il tema delle discriminazioni è una priorità per noi di Nespresso, con l’obiettivo di promuovere una cultura del rispetto e dell’inclusione,” afferma Simona Liguoro, Direttrice HR di Nespresso Italiana. “Le micro-aggressioni verbali sono una forma di discriminazione spesso sottovalutata, ma è fondamentale definire i confini di questo fenomeno.”

L’indagine è stata realizzata con il supporto di Chiara Bisconti, consulente di Risorse Umane ed esperta in Diversità, Equità e Inclusione (DEI), e di Valentina Dolciotti, formatrice e fondatrice di DiverCity Magazine. L’obiettivo è sensibilizzare le aziende e fornire strumenti per riconoscere e affrontare le micro-aggressioni, attraverso un percorso di azione e la creazione di un glossario dedicato.

Serve una formazione specifica

Secondo Chiara Bisconti, è fondamentale promuovere la formazione, il dialogo e l’ascolto all’interno delle aziende. “Le aziende devono diventare comunità dove le persone si supportano, collaborano e si rispettano reciprocamente.” Solo così sarà possibile contrastare efficacemente le micro-aggressioni e favorire un ambiente lavorativo realmente inclusivo.

Smart pet: crescono i dispositivi, ma in Italia ancora poco conosciuti

Solo il 19% dei proprietari al momento utilizza dispositivi smart per la gestione quotidiana degli animali domestici. L’81% preferisce non avvalersi di questi strumenti. Le ragioni sono diverse. Il 36% ritiene che i metodi tradizionali siano più efficaci, ma il 35% non è sufficientemente informato sulle opzioni disponibili.

Nonostante l’aumento delle soluzioni digitali per la cura degli animali, un settore in piena espansione che a livello globale varrebbe oltre 10 miliardi di euro, con un tasso di crescita annuo in Europa del 5% (fonte: Global Market Insights), l’utilizzo di dispositivi smart per la gestione quotidiana degli animali in Italia sembra ancora molto limitata. Lo ha scoperto l’Osservatorio Quattrozampeinfiera, la rassegna pet friendly dedicata agli animali da compagnia.

Le soluzioni più utilizzate

Tra coloro che utilizzano dispositivi smart, la videocamera è la preferita (73%), seguita dal collare GPS (29%) e dai giochi interattivi (21%). Guadagnano terreno anche altri dispositivi tecnologici, come i dispenser automatici di acqua (18%) e cibo (11%), mentre strumenti più avanzati, come le lettiere autopulenti e i monitor per la salute, sono ancora poco diffusi.

La situazione non è molto diversa per quanto riguarda l’uso delle app per la gestione della salute degli animali. Solo il 10% degli intervistati dichiara di utilizzare applicazioni specifiche. Le funzionalità più apprezzate sono il tracciamento delle visite veterinarie e delle vaccinazioni (54%). Seguono i suggerimenti per la cura quotidiana (41%), la pianificazione dei pasti e delle diete (28%) e il monitoraggio delle attività fisiche (19%).

I desiderata dei proprietari

Sebbene poco diffuse, cresce anche l’interesse per le consulenze veterinarie online (18%).
Quanto alle richieste specifiche dei proprietari a livello territoriale, quelli del Nord Italia chiedono corsi di addestramento, vasche idromassaggio, cuffie isolanti dai rumori e monitoraggio della salute con rilevatori di battito cardiaco e misurazione della glicemia.

Tra le idee più futuristiche, riporta Ansa, un androide che monitori l’animale in assenza del proprietario, un libretto sanitario digitale consultabile da tutti i veterinari, traduttori per i miagolii e sistemi per rilevare alterazioni psicofisiche.

Le app per il pet

Nel Centro, invece, le richieste si concentrano sul monitoraggio della salute, con dispositivi in grado di misurare parametri vitali e rilevare malattie. Tra le richieste più popolari, la consulenza veterinaria online per emergenze e la possibilità di GPS sottopelle. Ma anche un’app che faccia compagnia al proprio animale quando è solo.

Nel Sud Italia la domanda si concentra su app per educare l’animale, il monitoraggio dello stress e il controllo dei parametri di salute. Non mancano richieste di linee attive con veterinari in caso di necessità e app per la temperatura corporea. Ma anche un sistema che indichi i luoghi pet-friendly, ovvero, per la condivisione di aree o spazi sicuri e adatti per gli animali.

Per gli italiani quanto è green la digitalizzazione bancaria?

Lo rivela la survey sulla percezione dell’impatto ambientale della digitalizzazione bancaria da parte degli italiani condotta da BVA Doxa: oggi gli italiani guardano alla sostenibilità ambientale con crescente scetticismo, poiché si aspettano azioni concrete e immediate per poter credere davvero nei cambiamenti promossi dai brand.
La ricerca, condotta tra il 15 e il 25 settembre 2024 su un campione 1000 intervistati, è stata presentata durante il Forum Banca organizzato da IKN.

Un punto chiave emerso durante il Forum è stato proprio l’impatto ambientale delle infrastrutture tecnologiche utilizzate dalle banche.
In particolare, la survey ha rivelato che il 31% degli intervistati ritiene che la digitalizzazione delle banche abbia un impatto ambientale inferiore rispetto ai servizi tradizionali. Ma permane una certa dose di scetticismo.

I processi digitali contribuiscono (un po’ meno) alle emissioni

Tuttavia, il 53% degli intervistati è convinto che i processi digitali contribuiscano all’inquinamento, evidenziando una certa diffidenza verso la sostenibilità delle tecnologie adottate.

La digitalizzazione, in realtà, consente di ridurre l’uso di risorse come carta, acqua e toner, e limita gli spostamenti, diminuendo così le emissioni di CO2.
Le banche, quindi, dovranno lavorare per migliorare la percezione del pubblico su questi temi e dimostrare concretamente i vantaggi della trasformazione digitale in ottica ambientale.

Il settore finanziario e bancario è percepito come poco inquinante

Secondo la ricerca, tra i diversi settori industriali, è il settore energetico a emergere come il più inquinante, indicato dal 42% degli intervistati.
Seguono il settore dei trasporti, indicato dal 23%, e quello industriale e manifatturiero, con un 22% di chi lo considera inquinante.

In fondo alla classifica si trova il settore finanziario e bancario, percepito dala maggior parte come poco inquinante, con solo il 2% degli intervistati che lo ritiene il più inquinante.
Di fatto, però, la percezione dell’impatto ambientale della digitalizzazione bancaria solleva interrogativi significativi.

Un impatto ambientale simile a quello dei servizi tradizionali

Tanto che quando si chiede agli italiani di valutare l’impatto ambientale delle infrastrutture tecnologiche utilizzate dalle banche, come server, data center e cloud computing, solo l’11% ritiene che sia basso.
Al contrario, una maggioranza significativa, pari al 49%, considera questo impatto moderato o alto.

Inoltre, il 42% degli intervistati ritiene che i processi di digitalizzazione bancaria contribuiscano molto o moderatamente all’inquinamento ambientale.
E quando si confronta l’impatto ambientale complessivo della digitalizzazione bancaria rispetto ai servizi tradizionali, emerge che il 31% degli intervistati considera l’impatto della digitalizzazione simile a quello dei servizi tradizionali.

Ferie: perchè è un diritto non sempre facile da esercitare?

Per molti lavoratori italiani, agosto è il mese dedicato alle vacanze, un’occasione preziosa per staccare dalla routine lavorativa e godersi un po’ di meritato riposo. Tuttavia, non sempre richiedere ferie è un processo semplice.

Secondo un sondaggio di The Adecco Group, riferisce Adnkronos, ben il 58% degli intervistati ha sperimentato almeno una volta il fenomeno del Vacation Shaming. Questo fenomeno colpisce in modo particolare i Millennials e la Gen Z, che temono ripercussioni lavorative e tensioni con colleghi o superiori nel momento in cui chiedono giorni di vacanza.

Cos’è il Vacation Shaming?

Il Vacation Shaming si manifesta quando i lavoratori sono scoraggiati dal richiedere ferie a causa del timore di giudizi negativi o di senso di colpa. Tra le cause principali, il 28% degli intervistati ha indicato il carico di lavoro, che spesso impedisce di staccare la spina, mentre il 17% teme il giudizio negativo del proprio capo. Inoltre, il 13% rinuncia alle ferie per il senso di colpa nei confronti dei colleghi, sentendosi quasi in dovere di non gravare sugli altri membri del team.

L’importanza di un ambiente di lavoro sano

Monica Magri, direttore delle risorse umane di The Adecco Group Italia, sottolinea come il timore e i sensi di colpa siano sentimenti particolarmente diffusi tra le nuove generazioni di lavoratori. Per contrastare questi problemi, è fondamentale promuovere un ambiente di lavoro aperto al dialogo e implementare modelli di business sostenibili.

Solo attraverso azioni concrete si può creare una cultura aziendale che tuteli il benessere psicofisico dei dipendenti, favorendo la collaborazione e un’organizzazione del lavoro che permetta di evitare dinamiche tossiche e di trovare un equilibrio tra vita personale e professionale.

Il peso dello stress e le soluzioni possibili

Secondo il rapporto “Global Workforce of the Future” condotto da The Adecco Group nel 2023, oltre un terzo dei lavoratori italiani ha dichiarato di aver vissuto uno stress lavorativo estremo, spesso causato da un eccessivo carico di lavoro e responsabilità superiori al proprio ruolo. Per tutelare la propria salute mentale, il 18% dei lavoratori considera fondamentale il rispetto dei periodi di ferie, mentre il 34% ritiene importante il riconoscimento degli obiettivi raggiunti, sia individuali che di squadra.

Altri aspetti cruciali includono una gestione realistica delle aspettative lavorative (20%) e un forte senso di appartenenza all’azienda (19%). Infine, il 48% dei lavoratori attribuisce ai manager la principale responsabilità nel garantire il benessere dei dipendenti, seguiti da coloro che ritengono fondamentale il contributo personale, governativo e sindacale.

Abitudini e preferenze di spesa: generazioni a confronto in Europa

Lo studio ‘Abitudini di spesa in Europa: confronto tra generazioni’, a cura della banca online N26, mette a confronto le abitudini di spesa delle diverse generazioni in Europa.
Lo studio rileva come nel 2023 in tutti i Paesi considerati (Austria, Germania, Spagna, Francia e Italia) l’aumento della spesa media per il cibo cresca in proporzione all’aumentare dell’età.

L’Italia, in particolare, si distingue come ‘leader’ nella spesa alimentare per tutte le generazioni. I Boomers infatti spendono il 6,51% della spesa media totale in questa categoria, la GenX il 6,20%, i Millennials il 5,38%, e la GenZ il 4,34%.
In generale, però, in Italia e in Europa, è quella dei viaggi la categoria in cui tutte le generazioni spendono di più.

Viaggi: i Boomers italiani guidano la classifica

Per quanto riguarda la categoria dei viaggi, i Boomers italiani guidano la spesa (30,50%), seguiti dalla GenX (29,64%) e dai Millennials (27,85%), mentre la GenZ destina ai viaggi solo il 24,81% della propria spesa media totale. Un dato che riflette possibili vincoli economici e stili di vita differenti.
Anche in Europa la spesa per i viaggi cresce all’aumentare dell’età, con l’Austria che registra la spesa più elevata tra i Boomers (34,38%), mentre la Francia mostra la spesa inferiore in questa categoria (27,2%), con la GenZ francese che spende più in formazione (23,5% vs 21,9%).

Formazione: la GenZ spagnola spende oltre il 32% 


In Italia la GenZ è la più attenta ai temi della formazione continua, a cui dedica il 23,50% della propria spesa totale. Questo dato supera quello dei Millennials (20,57%), mentre Boomers (15,66%) e GenX (19,37%) si posizionano più distanti.

Tale tendenza riflette l’impegno delle nuove generazioni a migliorarsi e acquisire nuove competenze anche negli altri Paesi europei, dove i giovani italiani sono superati dagli spagnoli, che investono un considerevole 32,63% in questo ambito. Dopo gli italiani, i giovani francesi (23,48%), tedeschi (22,45%) e austriaci (23,45%).

Shopping e pet, ancora due passioni giovanili

Anche nel settore dello shopping, le generazioni più giovani in Italia sono le più attive. La GenZ destina il 13,38% della propria spesa media totale a questa categoria, seguita dai Millennials (11,98%).
Le generazioni più anziane, Boomers e GenX, spendono rispettivamente l’11,09% e l’11,34%.

Tendenza confermata anche a livello europeo, dove la GenZ austriaca primeggia (16,75%), mentre in Spagna si registra il dato più contenuto per questa fascia d’età (12,75%).
I più attenti agli amici a quattro zampe sono invece i giovani i francesi. Se gli italiani destinano il 14,18% della propria spesa totale ai loro pet, seguiti da Millennials (13,65%), Boomers (13,35%) e GenX (12,45%), i Boomers, la GenX e i Millennials francesi dedicano rispettivamente il 15,75%, il 14,6% e il 15,47%, superando tutte le altre nazioni europee.

Digital economy: rischi e opportunità di un settore in espansione

I numeri parlano chiaro. Secondo un rapporto del World Economic Forum, entro il 2025 l’economia digitale globale potrebbe raggiungere un valore di 23 trilioni di dollari, rappresentando una fetta significativa del prodotto interno lordo globale. Questo fenomeno non riguarda solo le economie avanzate, ma anche quelle emergenti, dove la digitalizzazione sta contribuendo a una crescita inclusiva e sostenibile, si legge su Timevision.it.

Considerate tutte le opportunità di sviluppo delle nuove tecnologie la crescita dell’economia digitale è un dato di fatto, e sembra inarrestabile. La digital economy ha infatti ormai superato l’economia tradizionale nel suo insieme, ma un aspetto da non sottovalutare sono i rischi connessi a questo sviluppo. 

E l’Italia? In terz’ultima posizione: appena sopra il 4%

Bisogna fare attenzione ai rischi legati all’utilizzo delle nuove tecnologie legate al mondo virtuale, a cominciare dal rispetto della privacy e dei potenziali danni per la salute mentale.

È questo il messaggio fondamentale contenuto all’interno delle ‘Prospettive dell’economia digitale 2024’, pubblicate dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Il report vede però il nostro Paese fanalino di coda nello sviluppo dell’economia digitale. In pratica, l’Italia è terz’ultima nella graduatoria dei 27 Paesi Ocse, con un tasso di crescita del 4,05%.
In pratica, facciamo meglio solo di Grecia (3,98%) e Repubblica slovacca (3,15%). Almeno, per quanto riguarda questo particolare settore in espansione al livello mondiale.

In dieci anni le Tecnologie dell’Informazione e delle Comunicazioni crescono tre volte tanto le economie tradizionali

Inoltre, sempre secondo lo studio, il settore delle Tecnologie dell’Informazione e delle Comunicazioni (TIC/ICT) tra il 2013 e il 2023, ovvero nell’ultimo decennio, si è sviluppato mediamente del 6,3%, quasi tre volte più velocemente dell’insieme delle attività economiche dei 27 Paesi Ocse presi in esame.

Il primo volume dell’Oecd Digital Economic Outlook, questo il titolo inglese del documento disponibile sul sito web dell’Ocse, mostra inoltre come la crescita del settore delle Tecnologie delle Comunicazioni sia rimasto sostenuto nel 2023, con un tasso medio di crescita pari al 7,6% a livello dei Paesi Ocse.

Il 2023 è l’anno dei record, Regno Unito in testa con quasi il 12% di crescita

In numerosi Stati aderenti all’organizzazione internazionale con sede a Parigi, riporta una notizia Ansa, il 2023 è stato l’anno dei record.

Cinque Paesi realizzano addirittura una crescita a due cifre, superiore al 10%, ma sul podio si piazzano il Regno Unito (11,96%), seguito al secondo posto dal Belgio (11,52%) e al terzo posto, dalla Germania (10,98%).

La Generazione Alpha italiana si preoccupa per l’ambiente

Il GoStudent Future Education Report 2024 è l’annuale report elaborato in collaborazione con Edelman Data e Intelligence, e condotto su oltre 5000 genitori/tutori e più di 5000 giovani tra 10 e 16 anni, in 6 Paesi europei tra cui l’Italia.

E secondo i risultati del report, il 78% dei ragazzi italiani della Generazione Alpha si dice preoccupato per l’ambiente, e il 76% vuole contribuire attivamente nella costruzione di una società più equa e sostenibile per tutti. 
Sostenibilità e educazione climatica occupano il secondo posto tra le principali dieci aree tematiche che gli studenti italiani vorrebbero approfondire, appena dopo lo sviluppo tecnologico.

Matematica, disciplina fondamentale per il futuro delle professioni tech

Sebbene il dato possa sorprendere, i dati hanno rilevato come le due materie preferite dagli studenti sono matematica e inglese, storicamente le più detestate, a dimostrazione di un cambio radicale nella cultura e nel tessuto sociale nazionale.

Un mondo sempre più interconnesso, globale e digitalizzato richiede alla Gen Alpha di comprendere l’importanza di acquisire competenze scientifiche e linguistiche. La matematica, infatti, è stata considerata la disciplina fondamentale per il futuro delle professioni orientate alla tecnologia e alla sostenibilità. Le materie Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) occupano un ruolo cruciale nell’offrire le competenze necessarie per affrontare le sfide globali e cogliere opportunità nel mondo moderno.

Emerge anche l’esigenza di coltivare competenze trasversali

Il 74% dei giovani italiani chiede un maggior supporto nella scelta della giusta direzione per il proprio futuro (70% media europea). Per affrontare le sfide future, però, sorprende l’esigenza di coltivare competenze trasversali, tra cui problem solving, creatività e resilienza allo stress. Ma solo un terzo dei giovanissimi in Italia ritiene che la scuola fornisca gli strumenti necessari a intraprendere la carriera dei propri sogni.

Secondo la Commissione europea, il 77% delle imprese ha difficoltà ad assumere lavoratori con le capacità richieste. Non a caso, 8 genitori italiani su 10 ritengono essenziale stabilire una maggiore interdipendenza tra le materie studiate a scuola e la realtà quotidiana (83% vs 81% media europea) e chiedono un’istruzione che riesca a coniugare le materie didattiche con attività extracurricolari come sport, musica o volontariato (82%).

Un mondo più inclusivo, sostenibile, equo

“Abbiamo ascoltato le opinioni di migliaia di ragazzi e dei loro genitori, oltre che degli insegnanti di tutta Europa, desiderosi di vedere l’apprendimento evolversi per adattarsi al mondo di oggi e del futuro – afferma Felix Owshald, ceo e co-fondatore di GoStudent -. Quello che abbiamo capito è che, se aiutati e guidati nelle sfide quotidiane, i ragazzi hanno il potenziale per rendere il mondo un posto migliore, più attento ai temi dell’inclusività, della sostenibilità e dell’equità sociale”.

La realtà? Lontana dalla nostra percezione: i dati di un’analisi globale 

La realtà è spesso molto lontana dalla nostra percezione. Ovvero, ciò che crediamo non è necessariamente ciò che è. Lo dimostra un’indagine – serissima – condotta  da Ipsos in 10 Paesi, tra cui l’Italia. L’analisi, che ha coinvolto 10.000 individui, ha rivelato un notevole divario tra realtà e percezione nell’ambito delle più attuali tematiche sociali, politiche ed economiche. Attraverso la piattaforma online Ipsos.Digital, sono state confrontate le convinzioni con dati reali, portando alla luce interessanti discrepanze.

Immigrazione, i falsi miti

In tutti i Paesi esaminati, la percezione sull’immigrazione è notevolmente sovrastimata rispetto alla realtà. In Italia, il divario tra percezione (21%) e realtà (11%) è significativo. Le persone tendono a sopravvalutare la presenza di immigrati nella società di riferimento, evidenziando un divario tra percezione e dati effettivi. Le percezioni errate emergono anche sulla presenza di persone musulmane.

In Italia, ad esempio, la percezione errata è del 19%, mentre la realtà si ferma al 4,8%. Curiosamente, in Turchia c’è una percezione distorta sulla presenza di cristiani nel Paese.

Crimini di sangue, sono in calo dal 2000. Però… 

La maggioranza crede erroneamente che il tasso di omicidi sia cresciuto nel proprio Paese dal 2000, mentre è diminuito in gran parte del mondo. In Italia, il 55% pensa che gli omicidi siano aumentati nell’ultimo ventennio, evidenziando una percezione distorta della realtà.

Anche per quanto riguarda la disuguaglianza economica c’è molto da dire. Il fenomeno è reale, ma la percezione sulla quota di ricchezza detenuta dall’1% più ricco è sovrastimata. In Italia, la percezione (36%) supera notevolmente la realtà (14%), riflettendo un’errata percezione della distribuzione della ricchezza.

Credenze e complotti

Una piccola minoranza (27%) crede in fenomeni irrazionali come la stregoneria, fantasmi (35%) e chiaroveggenza (28%). In Italia, queste forme di “superstizione” sono inferiori, con il 24% che crede nei fantasmi. Tuttavia, serpeggia una diffusa diffidenza verso gli scienziati, con il 49% degli intervistati a livello globale che preferisce fidarsi della propria esperienza personale rispetto alle spiegazioni scientifiche.

Un quadro complesso

Un’ampia percentuale (15-25%) crede in teorie del complotto riguardanti affari mondiali. Ad esempio, il 24% degli italiani crede in un presunto progetto per “sostituire” la popolazione con immigrati. Inoltre, il 27% ritiene che il governo ucraino sia infiltrato da neonazisti, mentre una minoranza (18-20%) nega le missioni spaziali americane sulla Luna.

Per concludere

L’indagine Ipsos mette in evidenza il diffuso divario tra percezione e realtà su diverse questioni. Questa discrepanza, che spazia dall’immigrazione alle credenze irrazionali e alle teorie del complotto, sottolinea l’importanza di una corretta informazione e di un pensiero critico per comprendere e affrontare le attuali sfide sociali.

L’Intelligenza artificiale è in grado di calcolare l’aspettativa di vita?

La questione riguardante la prevedibilità della vita umana è stata a lungo argomento di dibattito tra gli scienziati sociali. Se i fattori sociodemografici, quelli che giocano un ruolo importante nelle vite umane, sono ben compresi, finora non è stato possibile prevedere con precisione la fine della vita

Ma un modello descritto in uno studio pubblicato su Nature Computational Science, potrebbe essere in grado di fornire una comprensione quantitativa del comportamento umano. In altre parole, potrebbe calcolare l’aspettativa di vita.

Un approccio di apprendimento automatico ha infatti dimostrato di essere in grado di prevedere con precisione diversi aspetti della vita umana, tra cui la probabilità di mortalità precoce nonché le diverse sfumature della personalità. 

Una comprensione quantitativa del comportamento umano simile ai modelli linguistici 

Utilizzando i dati relativi all’istruzione, alla salute, al reddito, all’occupazione e ad altri eventi della vita di circa sei milioni di persone provenienti da un registro nazionale danese, Sune Lehmann, professore associato di reti sociali presso la ETH di Zurigo, ha progettato insieme ai suoi colleghi un approccio di apprendimento automatico capace di costruire traiettorie di vita individuali. 

In pratica, i ricercatori hanno adattato le tecniche di elaborazione del linguaggio umano all’interno del modello.
Questo ha permesso di generare un vocabolario che descrivesse gli eventi della vita in modo simile al modo in cui i modelli linguistici catturano le relazioni complesse tra le parole.

Life2vec può prevedere la morte precoce

Il modello proposto, chiamato ‘life2vec’, stabilisce relazioni complesse tra concetti come le diagnosi relative allo stato di salute, il luogo di residenza, i livelli di reddito, codificando le vite individuali con una rappresentazione vettoriale compatta, che costituisce la base per la previsione degli esiti della vita.

Gli scienziati hanno dimostrato che il modello è in grado di prevedere la mortalità precoce.
Nello specifico, il modello life2vec ha previsto che fra gli individui che hanno preso parte allo studio coloro con un’età compresa tra i 35 e i 65 anni sarebbero sopravvissuti nei 4 anni successivi al 1° gennaio 2016.

Una rappresentazione del legame complesso tra dati sociali e sanitari

Inoltre, riferisce Agi, il modello è riuscito a cogliere le sfumature della personalità in modo migliore rispetto ai modelli più avanzati, con una precisione maggiore di almeno l’11%.
I risultati dimostrano che rappresentando il legame complesso tra dati sociali e sanitari è possibile prevedere con precisione gli esiti della vita.

Tuttavia, gli autori sottolineano che la loro ricerca è una esplorazione di ciò che potrebbe essere possibile, pertanto, dovrebbe essere utilizzata solo in condizioni reali, e soprattutto, nel rispetto di norme che tutelino i diritti individuali.

Dall’impreparazione alla negazione: le aziende e la fuga di dati nella Darknet

Quando si tratta di incidenti legati alle fughe di dati emerge chiaramente l’impreparazione, la mancanza di volontà e la negligenza delle vittime aziendali. Il team Digital Footprint Intelligence di Kaspersky ha presentato i risultati dell’iniziativa di monitoraggio delle fughe di informazioni sulla darknet svolta nel 2022. Gli esperti hanno analizzato i post sul Darkweb che offrivano l’accesso ad aziende, la vendita di database o account compromessi e altri incidenti critici, notificandoli alle vittime. Le aziende europee sono state le più colpite, ma i risultati a livello mondiale dell’iniziativa hanno rivelato una tendenza preoccupante: il 42% delle aziende non ha un responsabile specifico per gli incidenti informatici, mentre il 28% mostra indifferenza e il 2% nega gli incidenti.

Rischio di sanzioni, perdita di fiducia e danni finanziari

Una negligenza che espone al rischio di sanzioni, perdita di fiducia e danni finanziari. Ed è particolarmente rilevante per l’Europa, dove la normativa GDPR è molto severa.Fortunatamente, il 22% ha risposto in modo appropriato, acquisendo le informazioni e affrontando i rischi, mentre il 6% ha effettuato un monitoraggio e un rilevamento proattivo, indicando di essere già a conoscenza dell’incidente.

Le più colpite da fughe di dati sono le aziende europee

A livello globale sono 258 le aziende che hanno ricevuto segnalazioni di incidenti. Le più colpite da fughe di dati sono state quelle europee, con oltre il 25% delle notifiche (o 66 segnalazioni di incidenti) critiche e sensibili al fattore temporale, che richiedevano un’attenzione immediata. Gli incidenti che riguardavano dati falsi, pubblici o generici non sono stati oggetto del report. Il monitoraggio è stato condotto su forum e blog del Dark Web, oltre a canali Telegram segreti. Per evitare accessi non autorizzati all’infrastruttura delle aziende vittime, i dati compromessi non sono stati verificati in alcun modo.

“Solo un terzo delle aziende ha reagito in modo adeguato”

“I risultati della nostra iniziativa sulle reazioni delle aziende alla compromissione dei dati nella Darknet sono piuttosto scoraggianti – ha commentato Yuliya Novikova, Head of Digital Footprint Intelligence -. Solo un terzo delle aziende ha reagito in modo adeguato, mentre la maggior parte sembra essere stata travolta da un turbine di emozioni che vanno dall’ignoranza alla negazione fino all’impotenza. Mentre in passato il monitoraggio della Darknet poteva sembrare complesso, la situazione attuale si sta evolvendo. È ora diventato una fonte preziosa e accessibile di dati di threat intelligence per i professionisti della cybersecurity, tra cui analisti CTI e SOC e molti altri. Questa risorsa consente di reagire immediatamente agli incidenti di sicurezza come le offerte di vendita dell’accesso ai sistemi aziendali o le fughe di dati, contribuendo in ultima analisi a prevenire le violazioni di dati”.