Il boom del live commerce in Italia: opportunità per le PMI e sfide per la logistica

Negli ultimi due anni il fenomeno del live commerce ha accelerato la sua penetrazione anche in Italia: format che combinano streaming video, interazione in tempo reale e acquisto immediato stanno trasformando il modo in cui i consumatori scoprono e comprano prodotti online. Dal settore moda all’agroalimentare, fino agli oggetti per la casa, le dirette di vendita offrono alle piccole e medie imprese nuove opportunità di visibilità, ma implicano anche cambiamenti sostanziali nella gestione degli ordini, nella logistica e nell’assistenza al cliente.

Contesto e diffusione

Il live commerce nasce in Asia e ha conquistato i mercati occidentali grazie all’integrazione con i social network e alle piattaforme di marketplace che hanno reso semplice per brand e venditori organizzare sessioni di vendita in diretta. In Europa, e in Italia in particolare, la diffusione è stata trainata dalla crescente familiarità dei consumatori con lo shopping via mobile e dall’adozione di strumenti di pay-per-click e checkout integrati nelle app. Le aziende digital native e molte PMI artigiane hanno iniziato a sperimentare dirette tematiche per presentare collezioni, degustazioni o dimostrazioni dal vivo.

Analisi: dati, modelli di business ed esempi concreti

Le stime del settore indicano una crescita a doppia cifra per il segmento live commerce, trainata da tassi di conversione superiori rispetto allo shopping tradizionale online. La componente interattiva — chat, sondaggi, offerte flash — aumenta l’engagement e riduce la distanza tra venditore e cliente. In Italia, esempi concreti arrivano da startup che supportano brand con piattaforme per dirette shoppable, da case di moda che vendono capsule collection durante eventi live, fino a consorzi agricoli che propongono degustazioni guidate con vendita diretta di prodotti tipici.

Per le PMI, il live commerce offre vantaggi chiari: maggiore controllo sul messaggio di prodotto; capacità di raccontare storia, artigianalità e provenienza; opportunità di upselling e vendite impulsive. Tuttavia il modello richiede competenze non solo in marketing digitale, ma anche nella gestione operativa degli ordini. Le dirette possono generare picchi volumetrici in poche decine di minuti, mettendo sotto pressione magazzino, picking e spedizioni last-mile.

La logistica è il nodo critico. Aziende con processi automatizzati e integrazione in tempo reale tra piattaforma di vendita e sistema gestionale (ERP/WMS) riescono a scalare meglio le vendite live. Molte PMI italiane devono invece investire per evitare errori di stock, ritardi nelle spedizioni e aumento dei resi. Alcuni operatori logistici hanno lanciato servizi specifici per il live commerce: pacchetti preparati in anticipo per le campagne, etichettatura rapida, e opzioni di spedizione express dedicate a eventi live.

In termini di canali, i social network continuano a giocare un ruolo fondamentale: Instagram, Facebook e TikTok offrono strumenti nativi per la vendita in diretta; parallelamente, marketplace come Amazon e piattaforme specializzate propongono modalità di live streaming integrate con il checkout. Una strategia efficace spesso combina dirette sui social per engagement e storytelling, con funnel di conversione gestiti tramite landing page o vetrine shoppable dove finalizzare l’acquisto.

Implicazioni future

Il live commerce in Italia è destinato a consolidarsi, ma la differenziazione tra chi otterrà successo e chi resterà marginale dipenderà da alcuni fattori chiave. Primo: integrazione tecnologica. Le imprese che automatizzeranno ordini, aggiornamenti stock e processi di fulfillment avranno un vantaggio competitivo. Secondo: qualità dell’esperienza. Non basta vendere dal vivo; serve un racconto autentico, moderazione attiva della chat e offerte chiare che giustifichino l’acquisto immediato. Terzo: partnership logistiche. Collaborazioni con operatori che garantiscono consegne rapide e resi semplici saranno determinanti per mantenere la fiducia del cliente.

In ottica macroeconomica, la diffusione del live commerce può contribuire alla digitalizzazione delle PMI italiane e alla valorizzazione dei prodotti locali sui mercati internazionali. Tuttavia è probabile che emergeranno nuove esigenze normative e fiscali legate a vendite transfrontaliere live, tutela del consumatore e gestione dei dati. Le imprese che sapranno investire in competenze digitali, tecnologia e logistica integrata potranno trasformare le dirette in un canale stabile di vendita, mentre chi sottovaluterà la complessità operativa rischierà di vanificare l’effetto marketing delle campagne.

Per i professionisti dell’e-commerce e i responsabili di marketing delle PMI italiane, il consiglio pratico è avviare sperimentazioni mirate: partire con eventi a basso rischio, analizzare i flussi di ordine generati, mappare i colli di bottiglia logistici e scalare solo dopo aver automatizzato i processi essenziali. Così il live commerce potrà diventare non solo un format di tendenza, ma una leva concreta di crescita sostenibile per il tessuto imprenditoriale italiano.

Transizione energetica e PMI italiane: sfida competitiva o opportunità di rilancio?

La transizione energetica non è più un orizzonte lontano: per le piccole e medie imprese italiane si sta trasformando rapidamente in una voce strutturale dei costi e in una leva strategica per la competitività. Tra aumenti dei prezzi dell’energia, incentivi pubblici e nuovi obblighi normativi per la decarbonizzazione, le imprese devono decidere se adattarsi con investimenti mirati o rischiare di perdere margini e quote di mercato.

Contesto: il rischio di una pressione permanente sui costi operativi. Negli ultimi anni i costi energetici hanno mostrato una volatilità elevata, con ripercussioni significative sui bilanci delle PMI manifatturiere e dei servizi ad alta intensità energetica. In Italia oltre il 99% delle imprese è costituito da PMI, molte delle quali concentrate in settori tradizionali (meccanica, moda, alimentare) dove l’energia incide in modo rilevante sui costi di produzione. Inoltre, le filiere regionali (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna) dipendono ancora da processi produttivi che possono beneficiare in modo sostanziale dell’elettrificazione e dell’efficientamento.

Analisi: dove intervenire e quali strumenti usare. Le leve a disposizione delle PMI si articolano su tre fronti principali: efficienza energetica, produzione interna da fonti rinnovabili e digitalizzazione dei processi energetici.

– Efficienza energetica: misure anche semplici — isolamento degli impianti, recupero di calore, retrofit di motori e compressori — possono ridurre i consumi del 10–30% a seconda del settore. Le agevolazioni fiscali e i crediti d’imposta introdotti negli ultimi anni (anche a livello regionale) rendono economicamente sostenibili interventi che prima avrebbero richiesto tempi di payback troppo lunghi.

– Produzione locale da rinnovabili: l’installazione di impianti fotovoltaici sui tetti degli stabilimenti, gli accumuli energetici e i contratti di fornitura aggregata sono soluzioni sempre più diffuse. Una PMI che copre una parte consistente del proprio fabbisogno con energia autoprodotta non solo riduce l’esposizione alle oscillazioni di mercato, ma può anche migliorare la propria immagine commerciale in mercati esteri sensibili alla sostenibilità.

– Digitalizzazione e demand response: sistemi di smart metering, controllo dei carichi e partecipazione a mercati locali dell’energia permettono di ottimizzare l’uso e ridurre i picchi di consumo, con risparmi concreti sui costi di punta. L’integrazione tra Industria 4.0 e gestione energetica risulta quindi una strada prioritaria per le imprese manifatturiere più competitive.

Esempi concreti. In distretti produttivi tradizionali si registrano già esperienze positive: aziende di piccola taglia che hanno installato micro-impianti fotovoltaici e sistemi di accumulo hanno ridotto il costo energetico medio annuo e migliorato la prevedibilità della spesa. Altrove, iniziative di aggregazione tra PMI per acquistare energia all’ingrosso o per partecipare collettivamente a progetti di comunità energetiche consentono economie di scala e maggior potere contrattuale sui fornitori.

Barriere e rischi. Non mancano ostacoli: la frammentazione delle imprese italiane rende complessa la diffusione di soluzioni standardizzate; l’accesso al credito per investimenti a medio termine rimane critico per molte realtà; la carenza di competenze tecniche interne rende necessaria la collaborazione con fornitori esterni e centri di ricerca. Inoltre, la transizione può comportare costi di adeguamento normativo e formativo che pesano soprattutto sulle microimprese.

Implicazioni future: politiche, finanza e mercato del lavoro. Sul fronte delle politiche pubbliche, è cruciale un mix di incentivi fiscali mirati, strumenti finanziari che favoriscano l’accesso al capitale (garanzie pubbliche, fondi rotativi) e programmi di supporto tecnico per la diagnosi energetica. Le amministrazioni regionali possono giocare un ruolo proattivo con bandi e piattaforme di aggregazione tra imprese.

Per il sistema finanziario si aprono opportunità: prodotti green loan dedicati alle PMI, contratti di rendimento energetico e servizi di performance contracting possono ridurre il rischio percepito dagli imprenditori. Infine, la domanda di nuove competenze — energy manager, tecnici per l’installazione di impianti rinnovabili, specialisti in efficienza energetica e digitalizzazione — richiederà investimenti in formazione professionale e una stretta collaborazione tra imprese e istituti formativi.

Conclusione: non si tratta solo di rispettare obiettivi ambientali, ma di ripensare il modello competitivo. Le PMI italiane che sapranno integrare soluzioni energetiche efficienti e digitali nei loro processi non solo controlleranno meglio i costi, ma saranno anche più attrattive sui mercati esteri e più resilienti di fronte alle crisi. La transizione energetica, dunque, è una sfida impegnativa ma anche una opportunità concreta per rilanciare il Made in Italy con prodotti più sostenibili e costi operativi più contenuti.

Rimesse, reshoring e friendshoring: come la geopolitica sta rimodellando gli investimenti globali

Negli ultimi anni la geopolitica è diventata un motore primario delle decisioni d’investimento globali. Aziende e governi stanno ripensando dove allocare capitali produttivi e tecnologici non solo in base a costi e mercati, ma anche alla sicurezza delle catene di approvvigionamento e alla stabilità politica. Questo fenomeno — declinato in reshoring, friendshoring e diversificazione geografica — sta cambiando i flussi di investimenti esteri diretti (IDE) con implicazioni di vasta portata per economie avanzate ed emergenti.

Contesto

La pandemia, le tensioni Usa-Cina, la guerra in Ucraina e le politiche industriali di Stati e aree economiche (dall’Inflation Reduction Act statunitense ai pacchetti europei per semiconduttori e infrastrutture) hanno accelerato la volontà di riportare attività strategiche più vicino al mercato domestico o verso Paesi ritenuti «alleati». Il risultato è un riposizionamento degli investimenti produttivi: alcune destinazioni tradizionali per l’offshoring stanno perdendo attrattiva, mentre emergono hub regionali alternativi.

Analisi: dati, tendenze ed esempi

Istituzioni e imprese segnalano tre tendenze chiave. Primo, il reshoring: aziende high-tech e manifatturiere stanno investendo per riportare attività negli Stati Uniti, in Europa o in Paesi vicini. Esempi concreti includono grandi investimenti nel settore dei semiconduttori in Arizona e Ohio, incentivati da sovvenzioni pubbliche e benefici fiscali. Second, il friendshoring: trasferire produzione verso Paesi considerati politicamente e commercialmente affidabili, spesso vicini o con forti legami strategici. Messico, Vietnam, India e alcuni paesi dell’Europa orientale stanno beneficiando di questa tendenza. Terzo, la diversificazione: molte aziende scelgono modelli multi-sito per evitare dipendenze eccessive da singoli fornitori o aree geopoliticamente sensibili.

Queste dinamiche non sono solamente strategiche: sono sostenute da grandi pacchetti pubblici. L’Irlanda degli investimenti verdi e tecnologici, il sostegno europeo a semiconduttori e infrastrutture di digitalizzazione, e gli incentivi statunitensi per catene di fornitura resilienti, hanno creato un contesto in cui il costo opportunità di non spostare investimenti è aumentato. A sua volta, questa politica pubblica sta spostando flussi di capitale verso progetti di alta intensità tecnologica in territori ritenuti sicuri.

Per i Paesi emergenti la mappa degli effetti è mista. Per alcuni, come il Vietnam e il Messico, le prospettive sono favorevoli: attrazione di investimenti manifatturieri, crescita dell’occupazione e sviluppo delle filiere. Per altri, specialmente quelli più dipendenti da flussi di IDE legati a settori che si relocano o si regionalizzano, il rischio è la perdita di valore aggiunto. Inoltre, la competizione per attrarre investimenti si fa più dura: non bastano più salari competitivi, servono infrastrutture, stabilità normativa e capacità di integrazione nelle catene tecnologiche.

Esempi concreti

Apple e altri produttori di elettronica stanno aumentando la quota di produzione in India e Vietnam per ridurre l’esposizione alla sola catena cinese; grandi fabbriche di semiconduttori nascono negli Stati Uniti e in Europa grazie a incentivi pubblici; il Messico diventa hub nearshore per il mercato nordamericano, capitalizzando la prossimità geografica e la riduzione dei tempi logistici rispetto all’Asia sudorientale.

Implicazioni future

Nel medio periodo, la riorganizzazione degli investimenti creerà vincitori e vinti. Paesi che offrono garanzie di sicurezza economica e politica, infrastrutture moderne e una forza lavoro qualificata potranno attrarre progetti ad alto valore aggiunto. Gli Stati che si limteranno a competere esclusivamente sui costi salariali rischiano di essere tagliati fuori dalle filiere più remunerative.

Per le imprese, la sfida sarà bilanciare resilienza e competitività: i costi maggiori di prossimità devono essere compensati da minori rischi di interruzione, maggiore controllo della qualità e vantaggi logistici. Per le politiche pubbliche, diventerà cruciale costruire ecosistemi attraenti che combinino incentivi mirati, formazione tecnica e regole chiare per gli investitori stranieri.

Infine, il reshoring e il friendshoring non implicano una semplice inversione della globalizzazione ma una sua riqualificazione: più regionalizzata, più selettiva e, potenzialmente, più resiliente. Chi saprà leggere questi cambiamenti e adattarsi potrà trasformare il rischio geopolitico in opportunità di sviluppo industriale.

Mercato del lavoro in Italia: produttività, lavoro atipico e la sfida delle competenze

Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano ha mostrato segnali di ripresa ma anche fragilità strutturali che rischiano di frenare la crescita nei prossimi decenni. Tra livelli di occupazione oscillanti, una produttività che stenta a decollare e la diffusione di forme contrattuali atipiche, il sistema produttivo italiano si confronta con sfide demografiche, tecnologiche e territoriali che richiedono risposte coordinate tra politica, imprese e istituzioni formative.

Il contesto vede tassi di disoccupazione scesi rispetto ai picchi della crisi ma ancora elevati tra i giovani e in alcune aree del Mezzogiorno. La partecipazione al lavoro è migliorata dopo la pandemia, ma il divario di genere e il gap territoriale permangono. Allo stesso tempo, l’introduzione di tecnologie digitali e l’aumento di lavori a termine, part‑time e autonomi hanno modificato la natura dell’impiego: la cosiddetta “gig economy” convive con settori tradizionali che faticano ad aumentare la produttività per unità di lavoro.

Nell’analisi dei dati recenti emerge un quadro misto. La crescita della forza lavoro qualificata nei servizi avanzati e nelle tecnologie dell’informazione ha generato posti con salari più alti e maggior produttività. Altre parti dell’economia — manifattura tradizionale, turismo diffuso, agricoltura di piccola scala — registrano invece dinamiche più lente: investimenti limitati in capitale e formazione riducono la capacità di innovare. Le imprese che hanno investito in automazione e digitalizzazione mostrano aumenti di produttività misurabili, mentre molte PMI rimangono ancorate a modelli organizzativi meno efficienti.

Un elemento centrale è il mismatch tra domanda e offerta di competenze. Le imprese cercano figure specializzate in programmazione, data analysis, manutenzione di macchine avanzate e competenze manageriali per la trasformazione digitale. Dall’altro lato, percorsi formativi e politiche attive del lavoro non sempre riescono a riallineare velocemente la forza lavoro. I programmi di apprendistato e le collaborazioni tra imprese e università iniziati con il PNRR hanno prodotto risultati incoraggianti in alcune aree, ma la portata rimane insufficiente rispetto alle esigenze complessive.

La diffusione di contratti atipici — contratti a termine, part‑time involontario, collaborazione — contribuisce a una maggiore flessibilità ma anche a incertezza occupazionale. Per molti giovani l’ingresso nel mercato del lavoro avviene tramite forme non stabili, con effetti sul reddito, sulla capacità di pianificare e sulla propensione a investire in formazione. Allo stesso tempo, la presenza di lavoratori autonomi e piattaforme digitali apre opportunità imprenditoriali ma pone sfide normative e previdenziali che il sistema italiano deve ancora affrontare in modo organico.

Le implicazioni per il futuro sono multiple. A breve termine è essenziale rafforzare le politiche attive del lavoro: servizi di orientamento, formazione continua, incentivi per assunzioni mirate e meccanismi efficaci di riconversione professionale. Il potenziamento dell’istruzione tecnica e professionale e il rafforzamento dei canali tra imprese e istituzioni formative possono ridurre il mismatch e accelerare l’adozione delle competenze richieste.

Nel medio-lungo periodo la sostenibilità della ripresa dipenderà dalla capacità di aumentare la produttività attraverso investimenti in capitale fisico e umano, oltre che dalla riduzione dei divari territoriali. Strategie mirate per il Sud, incentivi agli investimenti in digitalizzazione nelle PMI e un quadro di regole per il lavoro digitale e autonomo possono favorire una crescita inclusiva. Anche le politiche di conciliazione famiglia‑lavoro e il contrasto alla dispersione scolastica giocano un ruolo determinante nell’aumentare la partecipazione femminile e la qualità del capitale umano.

Infine, la demografia resta una variabile chiave: l’invecchiamento della popolazione richiede politiche di migrazione qualificata, valorizzazione degli over 50 e investimenti nella produttività per mantenere la sostenibilità dei sistemi pensionistici e di welfare. L’opportunità è chiara: modernizzare il mercato del lavoro italiano significa non solo creare posti, ma migliorarne la qualità, potenziare le competenze e ridurre le disuguaglianze territoriali. Le scelte politiche dei prossimi anni determineranno se il paese saprà trasformare le fragilità in leve per una crescita più solida e inclusiva.

Come l’IA e la logistica stanno ridisegnando l’e‑commerce in Italia: opportunità e rischi per i merchant

Negli ultimi anni l’e‑commerce in Italia ha consolidato il proprio ruolo nell’economia digitale: consumatori sempre più abituati agli acquisti online, una rete logistica che si è evoluta e investimenti in tecnologie emergenti hanno trasformato il modo in cui le imprese vendono e i consumatori comprano. Oggi, in una fase di crescita più moderata rispetto al boom post‑pandemia, la vera sfida per i merchant è convertire innovazione tecnologica e efficienza operativa in vantaggio competitivo sostenibile.

Contesto: crescita, maturazione e pressione sui margini

Dopo anni di espansione rapida, il mercato italiano dell’e‑commerce mostra segnali di maturazione. Le stime di settore indicano che il valore delle vendite online B2C è ormai stabilmente superiore ai decine di miliardi di euro annui, con tassi di crescita inferiori rispetto al picco pandemico ma positivi. Questa fase impone ai retailer una maggiore attenzione ai margini: acquisire clienti è più costoso, la concorrenza sui prezzi è intensa e i costi di logistica e resi continuano a incidere significativamente sui bilanci.

Analisi: dove l’IA e la logistica fanno la differenza

Intelligenza artificiale e miglioramenti logistici sono oggi i principali driver di performance per gli e‑shop. Sul fronte dell’IA, le applicazioni più diffuse includono personalizzazione dei contenuti, raccomandazioni prodotto, ottimizzazione del pricing e automazione del customer service tramite chatbot avanzati. I business che hanno implementato strategie di personalization segnano, secondo i provider di settore, incrementi dei tassi di conversione spesso compresi tra il 10% e il 30% rispetto alle esperienze standard. Inoltre, strumenti di visual search e riconoscimento immagine migliorano la discovery dei prodotti, riducendo la frizione nell’acquisto.

Parallelamente, la logistica sta diventando un fattore di differenziazione. L’espansione di micro‑fulfillment center urbani, l’integrazione tra magazzini propri e servizi third‑party, e la crescente offerta di opzioni di consegna rapida (same‑day o in giornata) rispondono alle aspettative di velocità dei consumatori. Tuttavia questi miglioramenti hanno un costo: servizi espressi, gestione dei resi e last‑mile rappresentano spesso la fetta più onerosa della catena del valore. Per alcune categorie, i resi possono incidere fino a una percentuale significativa dei ricavi lordi, spingendo i merchant a investire in politiche di reso più efficienti e in tecnologie che riducano il tasso di reso (es. fitting virtuale per l’abbigliamento).

Un altro elemento da considerare è la centralità dei marketplace. Molti consumatori scelgono piattaforme consolidate per la facilità d’uso e la fiducia: questo comporta vantaggi in termini di reach ma anche costi in commissioni e perdita di controllo sul rapporto diretto con il cliente. La strategia vincente per molti brand è quindi ibrida: presenza sui grandi marketplace per acquisizione scala, affiancata da canali diretti in cui costruire fidelizzazione e margini più elevati.

Implicazioni future: cosa devono fare i merchant

Per affrontare il futuro con successo i merchant italiani devono muoversi su più fronti. Primo, investire nell’IA in modo mirato e misurabile: implementare test A/B, monitorare il ritorno sugli investimenti e privilegiare soluzioni che migliorino conversione e retention. Second, ripensare la supply chain verso un modello più flessibile e data‑driven: micro‑hub, integrazione omnicanale e partnership logistiche dinamiche sono leve essenziali per bilanciare velocità e costi.

Terzo, lavorare sulla customer experience e sulla fiducia: trasparenza nelle politiche di reso, informazioni chiare sui tempi di consegna e servizi post‑vendita efficaci riducono l’attrito e migliorano la reputazione. Quarto, considerare sostenibilità e conformità normativa: regolamentazioni ambientali e digitali a livello europeo influenzeranno packaging, comunicazione e relazioni con piattaforme esterne, rendendo la sostenibilità un elemento sia di obbligo che di differenziazione commerciale.

Infine, sviluppare un mix di canali bilanciato tra marketplace e direct‑to‑consumer consente di sfruttare le economie di scala senza rinunciare al controllo del brand. In un panorama competitivo e regolamentato, la chiave sarà la capacità di integrare tecnologia, logistica e strategia commerciale in un modello sostenibile: non più solo vendere online, ma trasformare l’operazione digitale in un’esperienza coerente, efficiente e profittevole.

Per i merchant italiani la sfida è ambiziosa ma concreta: chi saprà governare dati, automazione e innovazione logistica avrà maggiori possibilità di convertire la maturazione del mercato in crescita duratura e profitti migliori.

Cosa ci dimentichiamo in taxi? Il cellulare in cima agli oggetti persi

Con l’anno che si chiude, Freenow by Lyft ha diffuso Lost & Found, l’analisi che passa al setaccio le segnalazioni di oggetti dimenticati a bordo dei taxi.
Un’istantanea delle nostre abitudini di viaggio che, più dei numeri, racconta la fretta quotidiana, gli incastri di lavoro e vita privata, le città che non si fermano mai.

Italia quinta in Europa

Nel confronto europeo l’Italia si colloca al quinto posto per numero di oggetti smarriti, con 1.040 segnalazioni complessive. Davanti ci sono Grecia, Spagna, Germania e Irlanda.
Il dato, spiegano dalla piattaforma, riflette l’intensità degli spostamenti urbani e un ritmo di vita sempre più serrato, dove la corsa successiva inizia prima ancora di chiudere lo sportello.

La top ten dei “dimenticati”

In cima alla classifica c’è lui, lo smartphone. Da solo pesa per oltre il 20% delle segnalazioni: compagno inseparabile, eppure il primo a restare sul sedile posteriore. Subito dopo arrivano le borse, che superano l’11%, seguite da occhiali da sole e documenti, rispettivamente intorno all’8% e al 6,5%.

Poco più indietro cuffie e portafogli, poi occhiali da vista e cappelli. Chiudono la top ten le chiavi, che si fermano al decimo posto. Oggetti piccoli, quotidiani, che diventano improvvisamente grandi problemi quando non sono più in tasca.

Quando il dato diventa racconto

Accanto alle dimenticanze più prevedibili, il report regala anche qualche sorriso. Tra gli oggetti più curiosi spuntano un ventilatore elettrico nero, un frullatore e persino un pezzo di mobile fai-da-te.
Tracce inattese di traslochi, riparazioni improvvisate, vite che scorrono oltre il semplice tragitto casa-ufficio.

Recuperare è possibile (e più semplice)

Per facilitare il recupero, Freenow consente ai passeggeri di contattare direttamente il tassista fino a sette giorni dopo la corsa, direttamente dall’app. La comunicazione avviene tramite una linea protetta, con numero criptato e non visibile, come spiega Paolo Ceccarelli, Country Lead di Freenow Italia.
La cronologia delle corse permette inoltre di individuare rapidamente il viaggio interessato e avviare la richiesta in pochi passaggi.

Un promemoria contro la fretta

A completare il servizio c’è anche una notifica push, attivabile dall’utente, che ricorda di controllare di avere con sé tutti gli effetti personali a fine corsa. Un piccolo avviso, ma spesso decisivo, soprattutto nei periodi più frenetici dell’anno.

AI meno efficace del cervello nel riconoscimento delle azioni possibili

Lo ha scoperto il dottorando Clemens Bartnik dell’università di Amsterdam insieme a un team guidato dalla neuroscienziata computazionale Iris Groen: il cervello stima le azioni possibili grazie a schemi unici.
Utilizzando una risonanza magnetica i ricercatori hanno osservato l’attività cerebrale dei partecipanti a uno studio mentre guardavano immagini di ambienti interni ed esterni.

I risultati hanno mostrato come il cervello determini le opportunità di azione quando vediamo l’immagine di un ambiente sconosciuto. Se davanti a un sentiero di montagna, una strada trafficata o un fiume sappiamo immediatamente come potremmo muoverci, ovvero, camminare, andare in bicicletta, nuotare o fermarci, il cervello umano riconosce cosa possiamo fare anche con oggetti o scenari mai osservati prima.

Le possibilità di azione vengono elaborate automaticamente

I partecipanti allo studio dovevano indicare se l’immagine suggeriva di camminare, andare in bici, guidare, nuotare, andare in barca o arrampicarsi.
I risultati della risonanza magnetica hanno rilevato come alcune aree della corteccia visiva si attivino in modo indipendente dagli oggetti visibili, indicando che il cervello elabora azioni potenziali anche senza istruzioni esplicite.
“Queste possibilità di azione vengono quindi elaborate automaticamente“, spiega Iris Groen.

I modelli di attività nella corteccia visiva cambiavano non solo in base a ciò che era visibile, ma anche a ciò che il corpo era fisicamente in grado di fare. Questa ‘firma’ neurale era evidente anche quando i volontari non stavano prendendo alcuna decisione esplicita riguardo al movimento

Cosa sono le affordance?

Ciò suggerisce che il cervello etichetta le potenziali azioni come parte del suo flusso di immagini di base, molto prima della deliberazione cosciente.
Secondo Groen, il cervello non si limita a vedere oggetti o colori, ma riconosce automaticamente anche cosa possiamo farci. Queste sono le cosiddette ‘affordance’, ovvero, le opportunità di azione.

Il concetto di affordance è stato introdotto nel 1979 dallo psicologo James Gibson, che descrisse come gli oggetti intrinsecamente suggeriscano possibili azioni. La nuova ricerca ha localizzato questa idea direttamente all’interno del cervello umano vivente, si legge su ReCcom.
Inoltre, il team guidato da Groen ha confrontato la capacità di affordance del cervello umano con quella di modelli di Intelligenza artificiale, tra cui ChatGPT.

Quanto è affidabile l’AI nei contesti reali?

I modelli di Intelligenza artificiale come GPT-4 si sono dimostrati meno efficaci nel prevedere le azioni possibili. Anche se addestrati per il riconoscimento delle azioni, non replicano gli schemi cerebrali umani. Questo dimostra che la nostra percezione è profondamente legata alla nostra esperienza fisica del mondo.

La ricerca solleva quindi interrogativi sull’affidabilità dell’AI in contesti reali, riporta AGI, come robotica o auto a guida autonoma.
Groen sottolinea anche l’aspetto sostenibile dell’AI. I metodi attuali consumano molta energia e sono accessibili solo a grandi aziende tecnologiche. Comprendere meglio il cervello umano può quindi rendere l’AI più intelligente, economica e umana.

Burocrazia e rilascio di documenti personali: Italia tra i Paesi più cari d’Europa

È il paradosso della burocrazia Made in Italy: mentre l’Europa punta a rendere i servizi pubblici digitali più efficienti, in Italia la digitalizzazione non ha portato i benefici sperati. Anzi. Gli italiani devono sobbarcarsi costi tra i più alti d’Europa per il rilascio dei documenti personali.

Ad esempio, chi richiede il passaporto deve affrontare una spesa minima di 116 euro, la somma di un bollettino da 42,5 euro e un contrassegno amministrativo da 73,5 euro.
Se la richiesta viene presentata attraverso il servizio messo a disposizione da Poste Italiane, è previsto un costo aggiuntivo di 14,2 euro. E se si opta per la consegna a domicilio vanno pagati ulteriori 9,53 euro.
Lo svela un’indagine condotta da Assoutenti.

Un passaporto salato

In altri Paesi la spesa per la richiesta del passaporto è decisamente più ridotta.
In Germania per ottenere il passaporto con la procedura standard la spesa è di 70 euro per i cittadini con più di 24 anni, 37,5 euro per gli under 24.
E se si opta per la procedura espressa, il costo sale rispettivamente a 102 e 69,5 euro.

Servono invece 86 euro in Francia, e bastano appena 30 euro in Spagna.
Nel Regno Unito il costo per il rilascio del passaporto è di 94,5 sterline (circa 112 euro) con la richiesta online, 107 sterline (126,7 euro) con modulo cartaceo.

Carta di identità elettronica gratis per i francesi

Anche per il rilascio della carta di identità elettronica (CIE), in Italia la spesa a carico dei cittadini è più alta. Da noi si spendono 22,2 euro,16,79 euro a titolo di spese di emissione quantificate dal Ministero dell’Interno, oltre i diritti fissi e di segreteria applicati dai comuni.

Bastano invece 12 euro in Spagna, mentre in Francia il rilascio del documento è addirittura gratuito.
Solo in Germania la spesa risulta più elevata rispetto all’Italia, 37 euro per i cittadini over24, 22,8 euro per chi ha meno di 24 anni.
Nel Regno Unito invece non è previsto per i cittadini un documento analogo alla nostra carta di identità.

Patente: la Motorizzazione (in)Civile

Gli italiani che devono rinnovare la latente di guida spendono fino a 133 euro così suddivisi: 16 euro per la marca da bollo, 10,2 euro per i diritti della Motorizzazione Civile, 7,3 euro per le spese di spedizione della patente tramite posta assicurata, da 60 a 100 euro per la visita medica obbligatoria.

In Germania la spesa è di appena 25 euro, In Spagna 24,58 euro, cui si aggiunge il costo della visita medica (tra 20 e 40 euro), in UK 14 sterline (16,58 euro) online, 21,50 sterline (25,46 euro) in ufficio postale, 17 sterline (20,13 euro) inviando la domanda via posta.
In Francia il rinnovo della patente di guida è gratuito, tranne in caso di smarrimento, furto o deterioramento, per i quali il duplicato costa 25 euro.

Ristrutturare il bagno a Milano: idee per un ambiente funzionale e di design

Milano, città simbolo di design e dinamismo, offre prospettive stimolanti quando si tratta di rinnovare gli spazi domestici.

Tra questi la ristrutturazione del bagno, un intervento significativo e mirato a trasformare un ambiente di servizio in un’oasi di benessere che rifletta il gusto personale e risponda alle esigenze pratiche della vita urbana.

Investire in un bagno ben progettato non solo migliora la qualità della vita, ma può anche accrescere il valore immobiliare in un mercato competitivo come quello milanese, come vedremo a breve.

Comprendere la propria visione: definire esigenze, stile e budget

Prima di immergersi nell’entusiasmante mondo del design e delle finiture, è importante  dedicare tempo a definire chiaramente le proprie esigenze funzionali.

Bisogna considerare dunque chi utilizzerà il bagno e con quale frequenza, valutando necessità presenti e future.

 Testimonianze di chi ha già affrontato questa trasformazione a Milano sottolineano come la definizione precisa delle proprie necessità sia il punto di partenza per un progetto di successo .  

Anche la scelta dello stile è un aspetto da considerare con priorità. Si può optare per un moderno minimalismo, caratterizzato da linee pulite e colori neutri, in linea con le tendenze contemporanee.

Oppure si può preferire un’eleganza classica, magari con accenti in marmo, che richiami la tradizione signorile della città .

Non mancano le suggestioni di uno stile industrial chic, che trae ispirazione dagli spazi urbani riqualificati, o di un’atmosfera stile SPA, pensata per creare un rifugio di relax nella frenesia della vita metropolitana.

Un elemento imprescindibile nella fase iniziale è la definizione di un budget realistico.

I costi per la ristrutturazione di un bagno a Milano possono variare significativamente in base a diversi fattori, tra cui le dimensioni dell’ambiente, la qualità dei materiali scelti e la complessità degli interventi .

Alcuni fornitori propongono soluzioni di “ristrutturazioni chiavi in mano” con prezzi interessanti e che offrono al cliente la libertà di non dover pensare a niente.

Idee di design ispiratrici per i bagni a Milano

Milano, capitale della moda e del design, è un terreno fertile per la creatività anche nella ristrutturazione del bagno.

Lo stile moderno minimalista, con le sue linee essenziali e i colori neutri, è una scelta molto diffusa, soprattutto per ottimizzare gli spazi contenuti tipici degli appartamenti milanesi .

In questo contesto, sanitari sospesi e mobili contenitori integrati sono delle soluzioni intelligenti per massimizzare lo spazio .  

Per chi ama un’eleganza senza tempo, lo stile classico può essere reinterpretato in chiave contemporanea, magari con l’utilizzo di marmi pregiati e rubinetteria sofisticata .

Quando lo spazio è limitato, come spesso accade negli appartamenti milanesi, è fondamentale adottare soluzioni salvaspazio.

Posizionare la vasca sul fondo di un bagno stretto e lungo o optare per una doccia può fare una grande differenza .

Sanitari sospesi e mobili lavabo compatti con spazio contenitivo sono alleati preziosi . L’utilizzo di colori chiari, grandi specchi e un’illuminazione ben studiata può contribuire a creare un’illusione di maggiore ampiezza .  

Sebbene i materiali di provenienza locale non siano esplicitamente menzionati, l’attenzione alla qualità dei materiali italiani e al design raffinato può essere considerata un modo per integrare lo stile milanese nel progetto di ristrutturazione .  

Navigare la burocrazia: permessi e regolamenti a Milano

Prima di iniziare i lavori di ristrutturazione del bagno a Milano, è importante informarsi sui permessi e le normative edilizie vigenti presso lo Sportello Unico per l’Edilizia del Comune di Milano .

In generale, gli interventi di manutenzione ordinaria come la sostituzione di sanitari o la riparazione di tubazioni rientrano nell’edilizia libera e non richiedono permessi specifici.

Anche il rifacimento delle piastrelle, purché non comporti modifiche strutturali, e la sostituzione degli impianti, nel rispetto delle configurazioni preesistenti, solitamente non necessitano di autorizzazioni .  

Ad ogni modo interventi più significativi come la demolizione di pareti o modifiche strutturali, potrebbero richiedere la presentazione di una CILA (Comunicazione Inizio Lavori Asseverata) o di una SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività).

La CILA è generalmente richiesta per interventi di manutenzione straordinaria “leggera”, mentre la SCIA è necessaria per interventi più consistenti che trasformano l’edificio senza modificarne la volumetria o la destinazione d’uso.

Conclusione: realizzare il bagno dei sogni a Milano

Ristrutturare il bagno a Milano richiede certamente attenzione e qualche conoscenza di base, così da trasformare questo spazio in un ambiente funzionale, esteticamente appagante ed in linea con lo stile di vita milanese.

Non bisogna dimenticare infine di informarsi sulle normative locali e sulle opportunità di risparmio offerte dalle agevolazioni fiscali.

Competenze STEM tra gender gap e mismach professionale

Secondo i dati dell’Osservatorio Deloitte, nonostante il ruolo sempre più importante di scienza e tecnologia, in Europa solo il 26,6% degli studenti è iscritto a percorsi di istruzione terziaria in ambito STEM, un dato pressoché invariato negli ultimi dieci anni.

La carenza è particolarmente forte in ambito ICT, che rappresenta circa il 19,5% del totale degli studenti STEM. In questo settore, sempre più strategico, le donne continuano a essere pochissime: tra le studentesse STEM solo il 12,4% si dedica a studi in ambito ICT.
In Italia la carenza di competenze in ambito ICT è ancora più allarmante. In questo sotto-insieme STEM gli studenti rappresentano solo l’8,4% (media europea 19,5%), e tra gli studenti italiani ICT le ragazze sono solo il 15% (Europa 20,3%).

Ingegneria e tecnologia gli ambiti più ricercati

Di fatto, più di una azienda su 2 riferisce di aver riscontrato difficoltà nel trovare i profili STEM. In particolare, i profili più ricercati dalle grandi aziende sono negli ambiti di ingegneria (63%) e tecnologia (55%). Inoltre, circa una azienda su 3 ritiene che trovare e mantenere le persone con competenze tecnico-scientifiche sia complesso per la competizione internazionale. 

Per fare fronte a questo problema, le aziende prevedono l’adozione di specifiche strategie, a partire dall’offerta di salari più competitivi (59% tra le piccole aziende, 65% tra le grandi).
Oltre 8 aziende su 10, poi, sottolineano l’importanza di politiche pubbliche dedicate (miglioramento dell’offerta formativa nazionale, potenziamento degli scambi tra aziende, università e stanziamento di fondi dedicati).

Prima di tutto, parità di retribuzione

Circa la metà delle aziende intervistate riconosce l’esistenza di discriminazioni di genere nel settore STEM, soprattutto in termini di disparità salariali e di valutazione delle performance.

Per affrontare il problema, più di una impresa su 2 sottolinea l’importanza di sviluppare iniziative per ridurre le differenze di carriera e salario. Tuttavia, 7 aziende su 10 pensano che il cambiamento debba passare da politiche pubbliche di supporto alla genitorialità e agevolazioni fiscali.
Inoltre, per quasi metà dei giovani promuovere la parità di retribuzione è la prima soluzione per colmare il gender gap.

Non solo stereotipi culturali

La metà degli studenti e dei lavoratori STEM ritiene che gli stereotipi culturali che associano scienza e tecnologia a ruoli ‘maschili’ continuino a ostacolare la preparazione delle bambine in ambito matematico sin dalla prima infanzia. Oltre agli stereotipi legati al retaggio culturale del passato, ci sono le discriminazioni. Oltre 6 studenti e 5 lavoratori su 10 dichiarano di avere assistito a episodi di questo tipo, un dato che sale al 73% tra le studentesse e al 74% tra le giovani lavoratrici STEM.

Il 55% delle lavoratrici STEM, poi, riferisce di aver subito discriminazioni, rispetto al 37% delle loro colleghe in ambito non STEM.