Il boom del live commerce in Italia: opportunità per le PMI e sfide per la logistica

Negli ultimi due anni il fenomeno del live commerce ha accelerato la sua penetrazione anche in Italia: format che combinano streaming video, interazione in tempo reale e acquisto immediato stanno trasformando il modo in cui i consumatori scoprono e comprano prodotti online. Dal settore moda all’agroalimentare, fino agli oggetti per la casa, le dirette di vendita offrono alle piccole e medie imprese nuove opportunità di visibilità, ma implicano anche cambiamenti sostanziali nella gestione degli ordini, nella logistica e nell’assistenza al cliente.

Contesto e diffusione

Il live commerce nasce in Asia e ha conquistato i mercati occidentali grazie all’integrazione con i social network e alle piattaforme di marketplace che hanno reso semplice per brand e venditori organizzare sessioni di vendita in diretta. In Europa, e in Italia in particolare, la diffusione è stata trainata dalla crescente familiarità dei consumatori con lo shopping via mobile e dall’adozione di strumenti di pay-per-click e checkout integrati nelle app. Le aziende digital native e molte PMI artigiane hanno iniziato a sperimentare dirette tematiche per presentare collezioni, degustazioni o dimostrazioni dal vivo.

Analisi: dati, modelli di business ed esempi concreti

Le stime del settore indicano una crescita a doppia cifra per il segmento live commerce, trainata da tassi di conversione superiori rispetto allo shopping tradizionale online. La componente interattiva — chat, sondaggi, offerte flash — aumenta l’engagement e riduce la distanza tra venditore e cliente. In Italia, esempi concreti arrivano da startup che supportano brand con piattaforme per dirette shoppable, da case di moda che vendono capsule collection durante eventi live, fino a consorzi agricoli che propongono degustazioni guidate con vendita diretta di prodotti tipici.

Per le PMI, il live commerce offre vantaggi chiari: maggiore controllo sul messaggio di prodotto; capacità di raccontare storia, artigianalità e provenienza; opportunità di upselling e vendite impulsive. Tuttavia il modello richiede competenze non solo in marketing digitale, ma anche nella gestione operativa degli ordini. Le dirette possono generare picchi volumetrici in poche decine di minuti, mettendo sotto pressione magazzino, picking e spedizioni last-mile.

La logistica è il nodo critico. Aziende con processi automatizzati e integrazione in tempo reale tra piattaforma di vendita e sistema gestionale (ERP/WMS) riescono a scalare meglio le vendite live. Molte PMI italiane devono invece investire per evitare errori di stock, ritardi nelle spedizioni e aumento dei resi. Alcuni operatori logistici hanno lanciato servizi specifici per il live commerce: pacchetti preparati in anticipo per le campagne, etichettatura rapida, e opzioni di spedizione express dedicate a eventi live.

In termini di canali, i social network continuano a giocare un ruolo fondamentale: Instagram, Facebook e TikTok offrono strumenti nativi per la vendita in diretta; parallelamente, marketplace come Amazon e piattaforme specializzate propongono modalità di live streaming integrate con il checkout. Una strategia efficace spesso combina dirette sui social per engagement e storytelling, con funnel di conversione gestiti tramite landing page o vetrine shoppable dove finalizzare l’acquisto.

Implicazioni future

Il live commerce in Italia è destinato a consolidarsi, ma la differenziazione tra chi otterrà successo e chi resterà marginale dipenderà da alcuni fattori chiave. Primo: integrazione tecnologica. Le imprese che automatizzeranno ordini, aggiornamenti stock e processi di fulfillment avranno un vantaggio competitivo. Secondo: qualità dell’esperienza. Non basta vendere dal vivo; serve un racconto autentico, moderazione attiva della chat e offerte chiare che giustifichino l’acquisto immediato. Terzo: partnership logistiche. Collaborazioni con operatori che garantiscono consegne rapide e resi semplici saranno determinanti per mantenere la fiducia del cliente.

In ottica macroeconomica, la diffusione del live commerce può contribuire alla digitalizzazione delle PMI italiane e alla valorizzazione dei prodotti locali sui mercati internazionali. Tuttavia è probabile che emergeranno nuove esigenze normative e fiscali legate a vendite transfrontaliere live, tutela del consumatore e gestione dei dati. Le imprese che sapranno investire in competenze digitali, tecnologia e logistica integrata potranno trasformare le dirette in un canale stabile di vendita, mentre chi sottovaluterà la complessità operativa rischierà di vanificare l’effetto marketing delle campagne.

Per i professionisti dell’e-commerce e i responsabili di marketing delle PMI italiane, il consiglio pratico è avviare sperimentazioni mirate: partire con eventi a basso rischio, analizzare i flussi di ordine generati, mappare i colli di bottiglia logistici e scalare solo dopo aver automatizzato i processi essenziali. Così il live commerce potrà diventare non solo un format di tendenza, ma una leva concreta di crescita sostenibile per il tessuto imprenditoriale italiano.

Transizione energetica e PMI italiane: sfida competitiva o opportunità di rilancio?

La transizione energetica non è più un orizzonte lontano: per le piccole e medie imprese italiane si sta trasformando rapidamente in una voce strutturale dei costi e in una leva strategica per la competitività. Tra aumenti dei prezzi dell’energia, incentivi pubblici e nuovi obblighi normativi per la decarbonizzazione, le imprese devono decidere se adattarsi con investimenti mirati o rischiare di perdere margini e quote di mercato.

Contesto: il rischio di una pressione permanente sui costi operativi. Negli ultimi anni i costi energetici hanno mostrato una volatilità elevata, con ripercussioni significative sui bilanci delle PMI manifatturiere e dei servizi ad alta intensità energetica. In Italia oltre il 99% delle imprese è costituito da PMI, molte delle quali concentrate in settori tradizionali (meccanica, moda, alimentare) dove l’energia incide in modo rilevante sui costi di produzione. Inoltre, le filiere regionali (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna) dipendono ancora da processi produttivi che possono beneficiare in modo sostanziale dell’elettrificazione e dell’efficientamento.

Analisi: dove intervenire e quali strumenti usare. Le leve a disposizione delle PMI si articolano su tre fronti principali: efficienza energetica, produzione interna da fonti rinnovabili e digitalizzazione dei processi energetici.

– Efficienza energetica: misure anche semplici — isolamento degli impianti, recupero di calore, retrofit di motori e compressori — possono ridurre i consumi del 10–30% a seconda del settore. Le agevolazioni fiscali e i crediti d’imposta introdotti negli ultimi anni (anche a livello regionale) rendono economicamente sostenibili interventi che prima avrebbero richiesto tempi di payback troppo lunghi.

– Produzione locale da rinnovabili: l’installazione di impianti fotovoltaici sui tetti degli stabilimenti, gli accumuli energetici e i contratti di fornitura aggregata sono soluzioni sempre più diffuse. Una PMI che copre una parte consistente del proprio fabbisogno con energia autoprodotta non solo riduce l’esposizione alle oscillazioni di mercato, ma può anche migliorare la propria immagine commerciale in mercati esteri sensibili alla sostenibilità.

– Digitalizzazione e demand response: sistemi di smart metering, controllo dei carichi e partecipazione a mercati locali dell’energia permettono di ottimizzare l’uso e ridurre i picchi di consumo, con risparmi concreti sui costi di punta. L’integrazione tra Industria 4.0 e gestione energetica risulta quindi una strada prioritaria per le imprese manifatturiere più competitive.

Esempi concreti. In distretti produttivi tradizionali si registrano già esperienze positive: aziende di piccola taglia che hanno installato micro-impianti fotovoltaici e sistemi di accumulo hanno ridotto il costo energetico medio annuo e migliorato la prevedibilità della spesa. Altrove, iniziative di aggregazione tra PMI per acquistare energia all’ingrosso o per partecipare collettivamente a progetti di comunità energetiche consentono economie di scala e maggior potere contrattuale sui fornitori.

Barriere e rischi. Non mancano ostacoli: la frammentazione delle imprese italiane rende complessa la diffusione di soluzioni standardizzate; l’accesso al credito per investimenti a medio termine rimane critico per molte realtà; la carenza di competenze tecniche interne rende necessaria la collaborazione con fornitori esterni e centri di ricerca. Inoltre, la transizione può comportare costi di adeguamento normativo e formativo che pesano soprattutto sulle microimprese.

Implicazioni future: politiche, finanza e mercato del lavoro. Sul fronte delle politiche pubbliche, è cruciale un mix di incentivi fiscali mirati, strumenti finanziari che favoriscano l’accesso al capitale (garanzie pubbliche, fondi rotativi) e programmi di supporto tecnico per la diagnosi energetica. Le amministrazioni regionali possono giocare un ruolo proattivo con bandi e piattaforme di aggregazione tra imprese.

Per il sistema finanziario si aprono opportunità: prodotti green loan dedicati alle PMI, contratti di rendimento energetico e servizi di performance contracting possono ridurre il rischio percepito dagli imprenditori. Infine, la domanda di nuove competenze — energy manager, tecnici per l’installazione di impianti rinnovabili, specialisti in efficienza energetica e digitalizzazione — richiederà investimenti in formazione professionale e una stretta collaborazione tra imprese e istituti formativi.

Conclusione: non si tratta solo di rispettare obiettivi ambientali, ma di ripensare il modello competitivo. Le PMI italiane che sapranno integrare soluzioni energetiche efficienti e digitali nei loro processi non solo controlleranno meglio i costi, ma saranno anche più attrattive sui mercati esteri e più resilienti di fronte alle crisi. La transizione energetica, dunque, è una sfida impegnativa ma anche una opportunità concreta per rilanciare il Made in Italy con prodotti più sostenibili e costi operativi più contenuti.

Rimesse, reshoring e friendshoring: come la geopolitica sta rimodellando gli investimenti globali

Negli ultimi anni la geopolitica è diventata un motore primario delle decisioni d’investimento globali. Aziende e governi stanno ripensando dove allocare capitali produttivi e tecnologici non solo in base a costi e mercati, ma anche alla sicurezza delle catene di approvvigionamento e alla stabilità politica. Questo fenomeno — declinato in reshoring, friendshoring e diversificazione geografica — sta cambiando i flussi di investimenti esteri diretti (IDE) con implicazioni di vasta portata per economie avanzate ed emergenti.

Contesto

La pandemia, le tensioni Usa-Cina, la guerra in Ucraina e le politiche industriali di Stati e aree economiche (dall’Inflation Reduction Act statunitense ai pacchetti europei per semiconduttori e infrastrutture) hanno accelerato la volontà di riportare attività strategiche più vicino al mercato domestico o verso Paesi ritenuti «alleati». Il risultato è un riposizionamento degli investimenti produttivi: alcune destinazioni tradizionali per l’offshoring stanno perdendo attrattiva, mentre emergono hub regionali alternativi.

Analisi: dati, tendenze ed esempi

Istituzioni e imprese segnalano tre tendenze chiave. Primo, il reshoring: aziende high-tech e manifatturiere stanno investendo per riportare attività negli Stati Uniti, in Europa o in Paesi vicini. Esempi concreti includono grandi investimenti nel settore dei semiconduttori in Arizona e Ohio, incentivati da sovvenzioni pubbliche e benefici fiscali. Second, il friendshoring: trasferire produzione verso Paesi considerati politicamente e commercialmente affidabili, spesso vicini o con forti legami strategici. Messico, Vietnam, India e alcuni paesi dell’Europa orientale stanno beneficiando di questa tendenza. Terzo, la diversificazione: molte aziende scelgono modelli multi-sito per evitare dipendenze eccessive da singoli fornitori o aree geopoliticamente sensibili.

Queste dinamiche non sono solamente strategiche: sono sostenute da grandi pacchetti pubblici. L’Irlanda degli investimenti verdi e tecnologici, il sostegno europeo a semiconduttori e infrastrutture di digitalizzazione, e gli incentivi statunitensi per catene di fornitura resilienti, hanno creato un contesto in cui il costo opportunità di non spostare investimenti è aumentato. A sua volta, questa politica pubblica sta spostando flussi di capitale verso progetti di alta intensità tecnologica in territori ritenuti sicuri.

Per i Paesi emergenti la mappa degli effetti è mista. Per alcuni, come il Vietnam e il Messico, le prospettive sono favorevoli: attrazione di investimenti manifatturieri, crescita dell’occupazione e sviluppo delle filiere. Per altri, specialmente quelli più dipendenti da flussi di IDE legati a settori che si relocano o si regionalizzano, il rischio è la perdita di valore aggiunto. Inoltre, la competizione per attrarre investimenti si fa più dura: non bastano più salari competitivi, servono infrastrutture, stabilità normativa e capacità di integrazione nelle catene tecnologiche.

Esempi concreti

Apple e altri produttori di elettronica stanno aumentando la quota di produzione in India e Vietnam per ridurre l’esposizione alla sola catena cinese; grandi fabbriche di semiconduttori nascono negli Stati Uniti e in Europa grazie a incentivi pubblici; il Messico diventa hub nearshore per il mercato nordamericano, capitalizzando la prossimità geografica e la riduzione dei tempi logistici rispetto all’Asia sudorientale.

Implicazioni future

Nel medio periodo, la riorganizzazione degli investimenti creerà vincitori e vinti. Paesi che offrono garanzie di sicurezza economica e politica, infrastrutture moderne e una forza lavoro qualificata potranno attrarre progetti ad alto valore aggiunto. Gli Stati che si limteranno a competere esclusivamente sui costi salariali rischiano di essere tagliati fuori dalle filiere più remunerative.

Per le imprese, la sfida sarà bilanciare resilienza e competitività: i costi maggiori di prossimità devono essere compensati da minori rischi di interruzione, maggiore controllo della qualità e vantaggi logistici. Per le politiche pubbliche, diventerà cruciale costruire ecosistemi attraenti che combinino incentivi mirati, formazione tecnica e regole chiare per gli investitori stranieri.

Infine, il reshoring e il friendshoring non implicano una semplice inversione della globalizzazione ma una sua riqualificazione: più regionalizzata, più selettiva e, potenzialmente, più resiliente. Chi saprà leggere questi cambiamenti e adattarsi potrà trasformare il rischio geopolitico in opportunità di sviluppo industriale.

Mercato del lavoro in Italia: produttività, lavoro atipico e la sfida delle competenze

Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano ha mostrato segnali di ripresa ma anche fragilità strutturali che rischiano di frenare la crescita nei prossimi decenni. Tra livelli di occupazione oscillanti, una produttività che stenta a decollare e la diffusione di forme contrattuali atipiche, il sistema produttivo italiano si confronta con sfide demografiche, tecnologiche e territoriali che richiedono risposte coordinate tra politica, imprese e istituzioni formative.

Il contesto vede tassi di disoccupazione scesi rispetto ai picchi della crisi ma ancora elevati tra i giovani e in alcune aree del Mezzogiorno. La partecipazione al lavoro è migliorata dopo la pandemia, ma il divario di genere e il gap territoriale permangono. Allo stesso tempo, l’introduzione di tecnologie digitali e l’aumento di lavori a termine, part‑time e autonomi hanno modificato la natura dell’impiego: la cosiddetta “gig economy” convive con settori tradizionali che faticano ad aumentare la produttività per unità di lavoro.

Nell’analisi dei dati recenti emerge un quadro misto. La crescita della forza lavoro qualificata nei servizi avanzati e nelle tecnologie dell’informazione ha generato posti con salari più alti e maggior produttività. Altre parti dell’economia — manifattura tradizionale, turismo diffuso, agricoltura di piccola scala — registrano invece dinamiche più lente: investimenti limitati in capitale e formazione riducono la capacità di innovare. Le imprese che hanno investito in automazione e digitalizzazione mostrano aumenti di produttività misurabili, mentre molte PMI rimangono ancorate a modelli organizzativi meno efficienti.

Un elemento centrale è il mismatch tra domanda e offerta di competenze. Le imprese cercano figure specializzate in programmazione, data analysis, manutenzione di macchine avanzate e competenze manageriali per la trasformazione digitale. Dall’altro lato, percorsi formativi e politiche attive del lavoro non sempre riescono a riallineare velocemente la forza lavoro. I programmi di apprendistato e le collaborazioni tra imprese e università iniziati con il PNRR hanno prodotto risultati incoraggianti in alcune aree, ma la portata rimane insufficiente rispetto alle esigenze complessive.

La diffusione di contratti atipici — contratti a termine, part‑time involontario, collaborazione — contribuisce a una maggiore flessibilità ma anche a incertezza occupazionale. Per molti giovani l’ingresso nel mercato del lavoro avviene tramite forme non stabili, con effetti sul reddito, sulla capacità di pianificare e sulla propensione a investire in formazione. Allo stesso tempo, la presenza di lavoratori autonomi e piattaforme digitali apre opportunità imprenditoriali ma pone sfide normative e previdenziali che il sistema italiano deve ancora affrontare in modo organico.

Le implicazioni per il futuro sono multiple. A breve termine è essenziale rafforzare le politiche attive del lavoro: servizi di orientamento, formazione continua, incentivi per assunzioni mirate e meccanismi efficaci di riconversione professionale. Il potenziamento dell’istruzione tecnica e professionale e il rafforzamento dei canali tra imprese e istituzioni formative possono ridurre il mismatch e accelerare l’adozione delle competenze richieste.

Nel medio-lungo periodo la sostenibilità della ripresa dipenderà dalla capacità di aumentare la produttività attraverso investimenti in capitale fisico e umano, oltre che dalla riduzione dei divari territoriali. Strategie mirate per il Sud, incentivi agli investimenti in digitalizzazione nelle PMI e un quadro di regole per il lavoro digitale e autonomo possono favorire una crescita inclusiva. Anche le politiche di conciliazione famiglia‑lavoro e il contrasto alla dispersione scolastica giocano un ruolo determinante nell’aumentare la partecipazione femminile e la qualità del capitale umano.

Infine, la demografia resta una variabile chiave: l’invecchiamento della popolazione richiede politiche di migrazione qualificata, valorizzazione degli over 50 e investimenti nella produttività per mantenere la sostenibilità dei sistemi pensionistici e di welfare. L’opportunità è chiara: modernizzare il mercato del lavoro italiano significa non solo creare posti, ma migliorarne la qualità, potenziare le competenze e ridurre le disuguaglianze territoriali. Le scelte politiche dei prossimi anni determineranno se il paese saprà trasformare le fragilità in leve per una crescita più solida e inclusiva.

Come l’IA e la logistica stanno ridisegnando l’e‑commerce in Italia: opportunità e rischi per i merchant

Negli ultimi anni l’e‑commerce in Italia ha consolidato il proprio ruolo nell’economia digitale: consumatori sempre più abituati agli acquisti online, una rete logistica che si è evoluta e investimenti in tecnologie emergenti hanno trasformato il modo in cui le imprese vendono e i consumatori comprano. Oggi, in una fase di crescita più moderata rispetto al boom post‑pandemia, la vera sfida per i merchant è convertire innovazione tecnologica e efficienza operativa in vantaggio competitivo sostenibile.

Contesto: crescita, maturazione e pressione sui margini

Dopo anni di espansione rapida, il mercato italiano dell’e‑commerce mostra segnali di maturazione. Le stime di settore indicano che il valore delle vendite online B2C è ormai stabilmente superiore ai decine di miliardi di euro annui, con tassi di crescita inferiori rispetto al picco pandemico ma positivi. Questa fase impone ai retailer una maggiore attenzione ai margini: acquisire clienti è più costoso, la concorrenza sui prezzi è intensa e i costi di logistica e resi continuano a incidere significativamente sui bilanci.

Analisi: dove l’IA e la logistica fanno la differenza

Intelligenza artificiale e miglioramenti logistici sono oggi i principali driver di performance per gli e‑shop. Sul fronte dell’IA, le applicazioni più diffuse includono personalizzazione dei contenuti, raccomandazioni prodotto, ottimizzazione del pricing e automazione del customer service tramite chatbot avanzati. I business che hanno implementato strategie di personalization segnano, secondo i provider di settore, incrementi dei tassi di conversione spesso compresi tra il 10% e il 30% rispetto alle esperienze standard. Inoltre, strumenti di visual search e riconoscimento immagine migliorano la discovery dei prodotti, riducendo la frizione nell’acquisto.

Parallelamente, la logistica sta diventando un fattore di differenziazione. L’espansione di micro‑fulfillment center urbani, l’integrazione tra magazzini propri e servizi third‑party, e la crescente offerta di opzioni di consegna rapida (same‑day o in giornata) rispondono alle aspettative di velocità dei consumatori. Tuttavia questi miglioramenti hanno un costo: servizi espressi, gestione dei resi e last‑mile rappresentano spesso la fetta più onerosa della catena del valore. Per alcune categorie, i resi possono incidere fino a una percentuale significativa dei ricavi lordi, spingendo i merchant a investire in politiche di reso più efficienti e in tecnologie che riducano il tasso di reso (es. fitting virtuale per l’abbigliamento).

Un altro elemento da considerare è la centralità dei marketplace. Molti consumatori scelgono piattaforme consolidate per la facilità d’uso e la fiducia: questo comporta vantaggi in termini di reach ma anche costi in commissioni e perdita di controllo sul rapporto diretto con il cliente. La strategia vincente per molti brand è quindi ibrida: presenza sui grandi marketplace per acquisizione scala, affiancata da canali diretti in cui costruire fidelizzazione e margini più elevati.

Implicazioni future: cosa devono fare i merchant

Per affrontare il futuro con successo i merchant italiani devono muoversi su più fronti. Primo, investire nell’IA in modo mirato e misurabile: implementare test A/B, monitorare il ritorno sugli investimenti e privilegiare soluzioni che migliorino conversione e retention. Second, ripensare la supply chain verso un modello più flessibile e data‑driven: micro‑hub, integrazione omnicanale e partnership logistiche dinamiche sono leve essenziali per bilanciare velocità e costi.

Terzo, lavorare sulla customer experience e sulla fiducia: trasparenza nelle politiche di reso, informazioni chiare sui tempi di consegna e servizi post‑vendita efficaci riducono l’attrito e migliorano la reputazione. Quarto, considerare sostenibilità e conformità normativa: regolamentazioni ambientali e digitali a livello europeo influenzeranno packaging, comunicazione e relazioni con piattaforme esterne, rendendo la sostenibilità un elemento sia di obbligo che di differenziazione commerciale.

Infine, sviluppare un mix di canali bilanciato tra marketplace e direct‑to‑consumer consente di sfruttare le economie di scala senza rinunciare al controllo del brand. In un panorama competitivo e regolamentato, la chiave sarà la capacità di integrare tecnologia, logistica e strategia commerciale in un modello sostenibile: non più solo vendere online, ma trasformare l’operazione digitale in un’esperienza coerente, efficiente e profittevole.

Per i merchant italiani la sfida è ambiziosa ma concreta: chi saprà governare dati, automazione e innovazione logistica avrà maggiori possibilità di convertire la maturazione del mercato in crescita duratura e profitti migliori.

Lavoro, il paradosso italiano: metà delle posizioni restano scoperte

Oggi le imprese italiane cercano personale, ma quasi una posizione su due resta scoperta. Allo stesso tempo, cresce il numero di giovani che potrebbero lavorare e non lo fanno. Lo rivelano dati recenti. Il secondo Report di CNEL e Unioncamere, realizzato con Istat e basato anche sul Sistema Informativo Excelsior del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, mette nero su bianco un paradosso difficile da ignorare.

Nel secondo semestre del 2025 le imprese hanno programmato 2,589 milioni di ingressi. Un numero importante, anche se in leggero calo rispetto all’anno precedente. Eppure il 46% dei contratti previsti è considerato difficile da coprire. In alcuni settori si superano queste percentuali.

Giovani: meno occupati, più inattivi

Intanto, sul fronte giovanile, i numeri raccontano un’altra storia. L’occupazione tra i giovani cala del 3,5% su base annua. La disoccupazione scende, è vero, ma non perché tutti trovino lavoro: cresce l’inattività, +4%. Significa che molti ragazzi non lavorano e non cercano nemmeno più un impiego. Alcuni proseguono gli studi, altri si scoraggiano, altri ancora restano intrappolati in percorsi poco chiari.

Il calo colpisce soprattutto i laureati, in particolare nelle regioni del Centro e del Nord. Va meglio per i diplomati, segno che il sistema produttivo oggi chiede soprattutto profili tecnici e operativi, specie nei servizi e nel commercio.
C’è poi il divario di genere: il tasso di disoccupazione maschile giovanile scende al 9,6%, quello femminile sale all’11,4%. Un segnale grave, soprattutto se si considera l’aumento della disoccupazione di lunga durata tra le giovani donne.

Competenze che non si incontrano

Le imprese faticano a trovare personale soprattutto nelle costruzioni, nell’industria metalmeccanica ed elettronica e nei servizi informatici e nelle telecomunicazioni. In questi ambiti, più della metà delle posizioni è difficile da coprire. I tempi medi di ricerca arrivano a quattro mesi e mezzo, con punte che superano i sei.

È il famoso mismatch: competenze disponibili che non combaciano con quelle richieste. Un disallineamento che rischia di rallentare interi settori.
Ma c’è anche un ulteriore dato da considerare: tra i giovani occupati, circa l’80% si dice soddisfatto del proprio lavoro. Non entusiasta, forse, ma soddisfatto sì.

L’Italia più innovativa? E’ quella green 

Il nostro Paese, spesso un po’ bistrattato, scopre invece di avere un talento nascosto ma solidissimo: l’innovazione ambientale.

Il nuovo rapporto “Competitivi perché sostenibili”, firmato da Fondazione Symbola e Unioncamere, fotografa un’Italia che, lontano dai riflettori, si è piazzata tra i primi tre Paesi europei per numero di brevetti green e terza per quota di imprese brevettatrici: 16,5 ogni mille aziende. Fanno meglio solo Germania e Austria.

Il manifatturiero è la culla dei brevetti ambientali

L’innovazione “vera” non nasce nei laboratori, come invece tendiamo a pensare un po’ tutti. Il motore principale dei brevetti ambientali è il manifatturiero, che da solo pesa per il 59%. Seguono ricerca scientifica, tecnologie digitali, commercio all’ingrosso e costruzioni.

In pratica, sono le imprese – titolari di oltre l’80% delle domande – a trasformare idee e intuizioni in soluzioni concrete.

Il Nord fa incetta di brevetti

La geografia dell’innovazione vede Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte ai vertici  della classifica grazie a un mix ben rodato di industria, ricerca e capacità di fare rete. Qui la sostenibilità è già una leva competitiva.

L’Italia eccelle in tecnologie verdi

Ci sono settori in cui il contributo italiano pesa più della media europea: mobilità sostenibile, efficienza energetica negli edifici, gestione delle acque e dei rifiuti. E poi l’ICT applicato al clima, cresciuto addirittura del 270% in dieci anni.

Segnali di un ecosistema innovativo che lavora spesso sotto traccia ma produce risultati concreti.

Imprese green più forti e produttive

Il dato che fa drizzare le antenne agli economisti è un altro: le aziende che brevettano tecnologie verdi non sono solo più sostenibili, sono anche più competitive. Fatturano in media molto di più, esportano di più, attraggono capitali stranieri e hanno personale più qualificato.
In sostanza, innovare in chiave ambientale non è un costo etico: è una strategia industriale.

Le voci dei protagonisti

Secondo Ermete Realacci, presidente di Symbola, l’Italia possiede tutte le carte per diventare leader europeo dell’innovazione verde, ma serve un salto di scala negli investimenti e nel trasferimento tecnologico.

Sulla stessa linea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli, che ricorda come ogni brevetto nasca da ricerca e capitali, ma acquisti valore reale solo se protetto e riconosciuto anche dal sistema finanziario.

Intelligenza artificiale: imprese, mercato, lavoro, governance nel 2025

Le aziende italiane censite dall’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano che nel 2025 offrono soluzioni e servizi di Intelligenza artificiale sono 1010, mentre le 135 startup finanziate negli ultimi 5 anni propongono principalmente soluzioni verticali, soprattutto per i settori Healthcare e Fintech.
Nel 2025 il 71% delle grandi imprese ha avviato almeno un progetto di AI (nel 2024 erano il 59%) e il 60% conta almeno un’iniziativa progettuale di GenAI.

Tuttavia, solo per una grande impresa su cinque la pervasività dell’AI è buona in diverse funzioni aziendali.
I casi d’uso più diffusi riguardano i chatbot conversazionali per supporto clienti e assistenza agli operatori e soluzioni di Intelligent Document Processing. Le funzioni più coinvolte, ICT, Customer Service, Business Development&Sales e Production&Operations.

Tra le Pmi, la diffusione delle sperimentazioni scende al 15% delle medie imprese e al 7% delle piccole. Ma il 20% del totale sta valutando di attivare progetti nel breve periodo.

Soluzioni e progetti GenAI 46%, Machine Learning 54%

Nel 2025 il mercato italiano dell’AI ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, +50% rispetto all’anno precedente.
Il 46% del mercato è frutto di soluzioni di GenAI o di progetti ibridi, il restante 54% di progetti in prevalenza di Machine Learning.

Tra le soluzioni, i sistemi conversazionali o di analisi dei testi detengono la quota più importante (39%, in particolare, applicazioni GenAI sulla knowledge base aziendale), seguiti da sistemi di Data Exploration, Prediction&Optimization (30%), generazione/analisi di immagini, video/audio (16%), Recommendation Systems (11% ), Process Orchestration e Agentic AI (4%).

Gli effetti sulla domanda di competenze

In media, il 47% dei lavoratori utilizza strumenti di AI in azienda, e tra questi, circa quattro su dieci stimano un risparmio di oltre 30 minuti nelle ultime due attività in cui li hanno utilizzati.

Se l’impatto sul tempo non è poi così radicale, ben quattro lavoratori su dieci grazie all’AI svolgono attività che altrimenti non sarebbero in grado di fare.
E gli effetti sono già rilevanti sulla domanda di competenze. Nel 2025, circa 44 mila posizioni su 3,2 milioni complessive richiedono competenze AI, +93% rispetto all’anno precedente. E nel 76% delle offerte per profili white-collar ad alta qualificazione compaiono competenze di AI tra i requisiti per candidarsi.

Compliance e adempimenti normativi

Solo una ristretta minoranza di imprese italiane però è davvero pronta nella gestione e compliance dell’AI. Tra le grandi imprese, appena il 9% ha una governance strutturata dell’Intelligenza artificiale, con responsabilità delineate e allineamento delle iniziative con i principi etici e gli obiettivi aziendali.
Una fetta consistente (54%), invece, si sta muovendo per strutturare una governance centralizzata.

Quanto agli adempimenti previsti dall’AI Act, oltre un’azienda su due ha avviato iniziative di alfabetizzazione. Ma solo il 15% ha in corso un progetto strutturato di adeguamento, già integrato con altre normative applicabili.

Come le app stanno cambiando il modo in cui viviamo gli spazi urbani

L’Intelligenza Artificiale, che è entrata così massicciamente nelle nostre vite, oggi disegna anche l’equilibrio degli spazi urbani. Per essere più chiari: tutte le volte che usiamo una app – come TripAdvisor o Google Maps – pensiamo di ricevere semplicemente dei suggerimenti utili. Ma in realtà non è proprio così: in realtà partecipiamo a un meccanismo più grande,  che in silenzio ridisegna le città. Senza cantieri, senza gru, ma con una quantità impressionante di dati.

A dirlo è una ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche e della Scuola Normale Superiore di Pisa, pubblicata sulla rivista Machine Learning. 

Un dialogo tra cittadini e algoritmi

La ricerca si basa su un presupposto semplice. Ogni suggerimento genera una scelta, ogni scelta produce dati, e quei dati tornano all’algoritmo che mette a punto i consigli successivi. Un circolo continuo che connette fra loro app, comportamenti individuali e trasformazioni della città.

Luca Pappalardo, ricercatore del Cnr-Isti di Pisa, lo definisce un vero e proprio ciclo di influenza reciproca. Non si tratta di stabilire se un’app sia “brava” a consigliare, ma di capire che tipo di città contribuisce a creare nel tempo, spostando persone, attenzioni e opportunità da una zona all’altra.

Siamo veramente liberi di scegliere?

Dal punto di vista pratico, siamo tutti contenti di ricevere buoni consigli dalle applicazioni. Ci aiutano a provare posti nuovi, ad allargare le abitudini, a uscire dai percorsi consueti. Ma se si cambia prospettiva il quadro è un po’ meno rassicurante.  

Secondo lo studio, a livello collettivo le scelte guidate dagli algoritmi tendono a far convergere flussi e visite sempre sugli stessi luoghi. Alcune aree diventano iper-frequentate, altre escono invece dalla geografia mentale delle persone. In questo modo nascono nuove disuguaglianze urbane, poco visibili ma molto reali.

Capire la città prima di gestirla

Per analizzare questi effetti, i ricercatori hanno costruito un simulatore capace di riprodurre il rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale nel contesto urbano. Un modello che non guarda solo al singolo utente, ma alle dinamiche collettive che emergono nel tempo: concentrazione, polarizzazione, perdita di varietà.

Giovanni Mauro, della Scuola Normale, parla di uno sguardo inedito sui sistemi di raccomandazione. E Marco Minici del Cnr-Icar sottolinea un passaggio chiave: l’algoritmo va considerato come un attore urbano, non come uno strumento neutro.

Una questione che riguarda tutti

La conclusione dello studio invita alla consapevolezza. Se le città vengono anche “suggerite”, allora progettare l’intelligenza artificiale diventa una scelta politica e culturale.

Uno strumento che, se pensato bene, può aiutare amministrazioni e cittadini a costruire spazi più equi, accessibili e vivi.

Retail ed e-commerce: quali sono i nuovi rischi online?  

Comprare online è diventato un gesto automatico, alla stregua di mandare una mail o leggere le notizie. Si sceglie un prodotto, si paga in pochi secondi e si aspetta il corriere. Tutto semplice, almeno in apparenza. Dietro questa comodità, però, si agita un microcosmo di pericoli che nel 2025 ha mostrato tutta la sua vitalità.

A raccontarlo è il Security Bulletin 2025 di Kaspersky, che analizza cosa succede davvero nel mondo della sicurezza informatica legata a retail ed e-commerce, tra utenti poco attenti e criminali sempre più organizzati.

I dati degli attacchi

Nel corso del 2025, oltre il 14% degli utenti del settore retail è stato esposto a minacce provenienti dal web, mentre più di uno su cinque ha subito attacchi direttamente sui propri dispositivi. Per quanto riguarda le imprese, l’8,25% delle aziende retail ed e-commerce ha dovuto fare i conti con attacchi ransomware.

Ancora più netto il dato che riguarda il B2B: i rilevamenti di ransomware sono cresciuti del 152% rispetto al 2023. E poi c’è il phishing, che non passa mai di moda: più di 6,7 milioni di tentativi intercettati, con i negozi online nel mirino in oltre la metà dei casi.

Fidarsi delle app non basta più

Uno degli aspetti più inquietanti emersi nel 2025 riguarda le applicazioni mobili. Anche quelle scaricate da store ufficiali possono nascondere brutte sorprese. Alcuni malware, mascherati da app per lo shopping o la consegna di cibo, sono riusciti a sottrarre dati personali e informazioni bancarie. Bisogna rimanere sempre all’erta.

Ransomware e phishing, vecchi trucchi sempre efficaci

Nel settore retail ed e-commerce, la crescita del ransomware è legata soprattutto alla diffusione di una specifica famiglia di malware, capace di sfruttare strumenti ufficiali per bloccare i sistemi delle vittime. Il phishing, invece, continua a colpire giocando sulla fretta e sulla fiducia.
I periodi di saldi e promozioni restano i momenti preferiti dagli hacker, quando email e messaggi ingannevoli si confondono facilmente con le “vere” comunicazioni.

Cosa aspettarsi dal 2026

Secondo gli esperti di Kaspersky, il futuro non sarà semplice. I chatbot diventeranno strumenti sempre più utilizzati per cercare prodotti e fare confronti, spingendo gli utenti a condividere informazioni dettagliate su gusti e abitudini. Come osserva Anna Larkina, Web Data and Privacy Analysis Expert di Kaspersky, il passaggio verso ricerche più conversazionali e visive renderà cruciale una gestione attenta dei dati per non perdere la fiducia dei consumatori.

A questo si aggiunge l’uso sempre maggiore di assistenti all’acquisto basati sull’intelligenza artificiale, spesso al di fuori delle piattaforme ufficiali.
Anche la ricerca di prodotti tramite immagini apre interrogativi sulla privacy, perché nelle foto finiscono spesso dettagli personali che non si pensa di condividere.

Controllare e ancora controllare 

La lezione è semplice, anche se scomoda: non esistono scorciatoie. Controllare link e mittenti, informarsi sui negozi online, tenere d’occhio le transazioni e proteggere i dispositivi resta l’unico modo per ridurre i rischi.