Cosa ci dimentichiamo in taxi? Il cellulare in cima agli oggetti persi

Con l’anno che si chiude, Freenow by Lyft ha diffuso Lost & Found, l’analisi che passa al setaccio le segnalazioni di oggetti dimenticati a bordo dei taxi.
Un’istantanea delle nostre abitudini di viaggio che, più dei numeri, racconta la fretta quotidiana, gli incastri di lavoro e vita privata, le città che non si fermano mai.

Italia quinta in Europa

Nel confronto europeo l’Italia si colloca al quinto posto per numero di oggetti smarriti, con 1.040 segnalazioni complessive. Davanti ci sono Grecia, Spagna, Germania e Irlanda.
Il dato, spiegano dalla piattaforma, riflette l’intensità degli spostamenti urbani e un ritmo di vita sempre più serrato, dove la corsa successiva inizia prima ancora di chiudere lo sportello.

La top ten dei “dimenticati”

In cima alla classifica c’è lui, lo smartphone. Da solo pesa per oltre il 20% delle segnalazioni: compagno inseparabile, eppure il primo a restare sul sedile posteriore. Subito dopo arrivano le borse, che superano l’11%, seguite da occhiali da sole e documenti, rispettivamente intorno all’8% e al 6,5%.

Poco più indietro cuffie e portafogli, poi occhiali da vista e cappelli. Chiudono la top ten le chiavi, che si fermano al decimo posto. Oggetti piccoli, quotidiani, che diventano improvvisamente grandi problemi quando non sono più in tasca.

Quando il dato diventa racconto

Accanto alle dimenticanze più prevedibili, il report regala anche qualche sorriso. Tra gli oggetti più curiosi spuntano un ventilatore elettrico nero, un frullatore e persino un pezzo di mobile fai-da-te.
Tracce inattese di traslochi, riparazioni improvvisate, vite che scorrono oltre il semplice tragitto casa-ufficio.

Recuperare è possibile (e più semplice)

Per facilitare il recupero, Freenow consente ai passeggeri di contattare direttamente il tassista fino a sette giorni dopo la corsa, direttamente dall’app. La comunicazione avviene tramite una linea protetta, con numero criptato e non visibile, come spiega Paolo Ceccarelli, Country Lead di Freenow Italia.
La cronologia delle corse permette inoltre di individuare rapidamente il viaggio interessato e avviare la richiesta in pochi passaggi.

Un promemoria contro la fretta

A completare il servizio c’è anche una notifica push, attivabile dall’utente, che ricorda di controllare di avere con sé tutti gli effetti personali a fine corsa. Un piccolo avviso, ma spesso decisivo, soprattutto nei periodi più frenetici dell’anno.

Starup Fintech & Insurtech: raccolti 202 milioni di euro, +29% di ricavi 

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano: a fine 2025 in Italia si contano 485 startup attive. Tra qualche nuova apertura, alcune chiusure e numerose M&A. rispetto alle 596 del 2024 risultano in diminuzione.
Nei primi dieci mesi del 2025 le Fintech e Insurtech italiane hanno raccolto complessivamente 202 milioni di euro tra equity e strumenti convertibili, -19% rispetto al 2024.

Ma le realtà esistenti rafforzano la propria posizione: ricavi in crescita, maggiore solidità finanziaria e migliore capacità di adattamento all’evoluzione competitiva.
Il valore mediano dei ricavi previsto per il 2025 è di 700.000 euro, in aumento rispetto ai 500.000 euro del 2024 (+29%) e i 350.000 euro del 2023 (+50%).

Il 46% ha già raggiunto il break-even

A confermarsi è anche la profittabilità. Il 46% ha già raggiunto il break-even, in linea con il 44% del 2024.
Per il 44% delle startup italiane Fintech e Insurtech la principale sfida per la crescita è nel trovare il funding.
Il 42% è in fase di ricerca attiva di capitale, ma il mercato è fortemente polarizzato. Da un lato, il 9% ricerca grandi round, superiori ai 5 milioni di euro, per rafforzare la crescita, e in prospettiva diventare unicorno.

Dall’altro, il 63%, punta a chiuderne quanto prima uno inferiore ai 2 milioni, per completare lo sviluppo del prodotto e rafforzare gli sforzi commerciali.
Il sentiment comunque è positivo. Il 62% guarda con ottimismo ai prossimi 12 mesi e il 73% ai prossimi tre anni.

L’internazionalizzazione è un driver strategico

Oggi solo il 32% delle Fintech e Insurtech serve almeno un altro Paese europeo, e solo il 2% dei ricavi è realizzato fuori dall’Italia. L’internazionalizzazione però è considerata un driver strategico. Il 79% delle startup in futuro intende aprire anche all’estero.

Nel settore si afferma poi l’AI, ormai centrale per elaborare rapidamente grandi volumi di dati, con il 51% delle realtà che usa l’AI di tipo analitico (Machine Learning e Big Data Analytics), e il 41% la GenerativeAI.

“L’ecosistema dell’innovazione vive una fase di assestamento”

“Oggi il Fintech non è più un settore a parte, ma una componente matura e integrata del sistema finanziario. E il contesto del 2025 ne è la prova: da un lato gli operatori tradizionali sono tornati protagonisti, forti di una marginalità ai massimi storici, e hanno ripreso in mano le redini del gioco, dall’altro l’ecosistema dell’innovazione vive un’intensa e necessaria fase di assestamento. Questo scenario alimenta un mercato dinamico in cui gli incumbent fanno ‘spesa’ di tecnologia e talento, mentre le startup più mature trovano nell’acquisizione una via strategica per lo scaling up – spiega Marco Giorgino, Responsabile Scientifico Osservatorio -. La sfida per la competitività del sistema sarà gestire il potere e le conseguenze sociali, etiche e competitive dell’AI, all’interno di un perimetro normativo che è al tempo stesso abilitatore e vincolo”.

Invecchiamento demografico: sistemi pensionistici dei Paesi OCSE in crisi

In un periodo di alto debito pubblico e di crescenti esigenze di spesa l’invecchiamento della popolazione dovuto al calo dei tassi di natalità e all’aumento dell’aspettativa di vita continua ad accrescere le pressioni fiscali sui sistemi pensionistici.

Secondo il report dell’OCSE “Pensions at a Glance 2025”, entro il 2050 per ogni 100 persone di età compresa tra 20 e 64 anni ci saranno 52 persone di 65 anni o più. Oggi sono 33, nel 2000 erano 22.
L’aumento previsto è particolarmente forte in Corea, di 50 punti, e di oltre 25 punti in Grecia, Italia, Polonia, Repubblica Slovacca e Spagna.
Per uomini e donne che sono andati in pensione nel 2024 l’età pensionabile normale aumenterà da 64,7 e 63,9 anni a, rispettivamente, 66,4 e 65,9 anni per chi nel 2024 ha iniziato la carriera.

Pressioni al ribasso sulle entrate

Sempre secondo l’OCSE, le future età pensionabili normali andranno dai 62 anni in Colombia (per gli uomini), Lussemburgo e Slovenia, ai 70 anni o più in Danimarca, Estonia, Italia, Paesi Bassi e Svezia.
“Con una popolazione in età lavorativa destinata a diminuire del 13% nei prossimi 40 anni e un Pil pro capite che dovrebbe ridursi del 14% entro il 2060, i Paesi dovranno affrontare pressioni al ribasso sulle entrate, mentre la spesa legata all’invecchiamento aumenta”, afferma Mathias Cormann, Segretario Generale OCSE.

In media nei Paesi OCSE, i lavoratori a salario medio che iniziano oggi la loro carriera riceveranno una pensione netta pari al 63% del salario netto.
Il tasso di sostituzione netto futuro per i lavoratori che guadagnano la metà del salario medio è più elevato, pari in media al 76%.

Gender gap anche in pensione

Nonostante un calo di 5 punti percentuali rispetto al 28% del 2007, oggi in media nei Paesi OCSE le donne ricevono pensioni mensili inferiori del 23% rispetto agli uomini.
Le differenze di reddito complessivo lungo la vita, dovute a differenze nell’occupazione, nelle ore lavorate e nei salari orari, sono stimate in media al 35% e costituiscono il principale fattore del divario. Anche una distribuzione diseguale del lavoro non retribuito ha conseguenze rilevanti.

I Paesi dovranno quindi adottare una strategia globale che includa politiche del mercato del lavoro, della famiglia e delle pensioni per ridurre questo divario pensionistico di genere.

Come ridurre il divario di genere nel mercato del (post) lavoro?

Le priorità politiche per i Paesi che intendono valorizzare il potenziale inutilizzato della forza lavoro femminile, e ridurre i divari di genere nel mercato del lavoro e nelle pensioni, includono servizi di assistenza all’infanzia più accessibili, minori disincentivi al lavoro nel sistema fiscale e dei sussidi, garanzia di pari opportunità nei ruoli di leadership.

Anche eliminare l’accesso anticipato alle pensioni per le donne, laddove previsto, contribuirebbe a ridurre questo divario.

Il digitale accorcia le distanze: la nuova ricerca sulla prossemica nella realtà virtuale

Le nuove tecnologie stanno disegnano un presente diverso, che ha effetti importanti anche nel mondo reale. Nelle relazioni, ad esempio, sta cambiando il nostro modo di incontrarci, imparare e condividere esperienze. Il digitale non è più uno strumento relegato alle macchine: è un vero e proprio ambiente di relazione, un luogo in cui si riversano culture, emozioni e comportamenti che fino a ieri pensavamo appartenessero solo alla vita “vera”.

In questo contesto si inserisce l’anticipazione della nuova ricerca realizzata da EY Italia insieme all’Istituto Italiano di Tecnologia e all’Università La Sapienza, che prova a rispondere a una domanda tutt’altro che banale: come cambiano le nostre distanze quando ci muoviamo in un mondo virtuale?

Dal Padiglione Italia Virtuale una lente sulle relazioni digitali

Il lavoro nasce da un’esperienza concreta. In occasione dell’Expo 2025 Osaka, EY ha partecipato allo sviluppo del Padiglione Italia Virtuale, una ricostruzione tridimensionale delle principali aree dell’esposizione fisica, visitata online da oltre sette milioni di utenti. Un ambiente ricco di stimoli, ideale per osservare come le persone si muovono e interagiscono quando non sono più limitate dalla fisicità.

Da qui ha preso forma lo studio Prossemica virtuale: influenza dei fattori corporei, sociali e culturali sulla modulazione della distanza interpersonale nella realtà virtuale immersiva, condotto su un campione di circa duecento partecipanti equamente divisi tra italiani e giapponesi.

Culture diverse, distanze diverse

I ricercatori hanno misurato quanto i partecipanti si avvicinassero o si allontanassero da avatar appartenenti ai due gruppi culturali, valutando anche percezioni di attrattività, fiducia e possibili bias impliciti.

I risultati parlano chiaro: il background culturale continua a orientare il comportamento anche quando ci muoviamo in uno spazio digitale. I partecipanti giapponesi mantengono mediamente una distanza di 161 centimetri, mentre gli italiani si fermano a 129. Una differenza di 32 centimetri che conferma come certe abitudini sociali non svaniscano entrando in un visore.

Il digitale non copia il reale: lo reinterpreta

Accanto a queste differenze, emerge un’altra dinamica affascinante. La percezione di attrattività e affidabilità degli avatar contribuisce a ridurre la distanza interpersonale. Ogni punto in più di attrattività comporta una contrazione di 0,27 centimetri, mentre un incremento della fiducia vale una riduzione di 0,17 centimetri.

Come ha sottolineato Giuseppe Perrone, AI & Data Consulting Leader di EY Italia, piccoli cambiamenti nella percezione possono accorciare lo spazio tra le persone, aprendo la strada a nuove possibilità di inclusione.

Verso Expo 2030 Riad

La realtà virtuale diventa così un laboratorio sociale, un luogo in cui possiamo sperimentare modi nuovi di avvicinarci all’altro e superare confini culturali.
Eventi globali come Expo 2030 Riad potrebbero diventare il terreno ideale per sfruttare questo potenziale, facendo del digitale non solo una vetrina, ma uno strumento concreto di dialogo e collaborazione tra i popoli.

Giovani del Nord Italia: perché andare a vivere da soli è così difficile?  

Un sogno che per tanti giovani italiani è destinato a rimanere tale. Andarsene di casa, trovare la propria autonomia abitativa, nel 2025 è ancora un passo molto complicato.

I dati Eurostat fotografano la situazione con una certa crudezza: in Italia l’età media per lasciare il tetto familiare supera i 30 anni, ben sopra la media europea. Una discrepanza che ha origini ben precise, soprattutto se guardiamo al Nord del Paese.

Il Nord corre, ma non abbastanza sul fronte della casa

A osservare questo scenario ci sono anche aziende come Starposa srl che, lavorando nel mondo delle ristrutturazioni, vedono da vicino come cambiano le esigenze abitative delle nuove generazioni.
In Lombardia, dove il mercato immobiliare è particolarmente complicato, l’età in cui si conquista una casa tutta propria arriva a sfiorare i 30 anni e mezzo. Milano, con i suoi affitti da capogiro, spiega bene perché tanti ragazzi restino ancora a casa con mamma e papà.

Il Piemonte presenta un quadro un po’ più favorevole. A Torino la media scende sotto i 30 anni, grazie a un mercato più abbordabile e alla presenza di molti studenti che sperimentano la vita in condivisione già durante l’università.
L’Emilia-Romagna, con Bologna capofila, mostra una maggiore dinamicità: qui l’età media per iniziare un percorso fuori dal nucleo familiare è di circa 29 anni e mezzo. Aiuta sicuramente una serie di politiche locali a sostegno dell’affitto, ma anche qui la vera autonomia arriva spesso solo dopo i 30.

Tra lavoro, prezzi e legami familiari

Il motivo di questo slittamento in avanti è un mosaico di fattori che si incastrano fin troppo bene: lavori precari, stipendi che arrancano e prezzi delle case che sembrano arrivare alle stelle.

A tutto ciò si aggiunge la tipica cultura familiare italiana, dove non è affatto raro che i figli restino più a lungo sotto lo stesso tetto. Non per dipendenza, ma perché rappresenta una sicurezza, un punto d’appoggio che difficilmente si vuole perdere.

Co-living e soluzioni “ponte”: un aiuto, ma non la soluzione

Per tirare avanti senza prosciugare lo stipendio, molti giovani si affidano a formule più leggere, come il co-living: appartamenti condivisi, spazi comuni e costi più bassi. Funziona bene nelle città più dinamiche come Milano, Torino e Bologna, dove sono nati progetti moderni e piuttosto attrattivi.

Poi ci sono gli affitti brevi, utili per chi si sposta spesso, ma difficili da trasformare in una base stabile su cui costruire una nuova vita.

La strada è ancora lunga

Nel 2025 alcune amministrazioni del Nord hanno iniziato a proporre contributi per l’affitto, agevolazioni per la prima casa e iniziative di housing sociale.
Segnali positivi, certo, ma che da soli non bastano a ribaltare la situazione.

Un traguardo che richiede tempo, coraggio e opportunità

La verità è che, nel Nord Italia, andare a vivere da soli resta un obiettivo che si raggiunge più tardi rispetto a quanto molti vorrebbero.

Non è solo una questione economica: è una combinazione di opportunità, aspettative e possibilità reali. E anche se oggi esistono nuove soluzioni abitative, il salto verso la piena autonomia richiede ancora tempo, stabilità e un futuro un po’ più solido.

Giovani imprenditori: tra digitale e nuove banche, così cambia il volto delle PMI italiane

Come fanno impresa i giovani imprenditori italiani? Innanzitutto, in maniera molto diversa rispetto a chi li ha preceduti. Le nuove generazioni hanno un approccio più aperto, tecnologico e internazionale, anche per quanto riguarda il rapporto con il mondo bancario.

Lo rivela il Next Gen SMB Italy Report realizzato da Visa e presentato al Salone dei Pagamenti, che analizza come gli under 36 stiano trasformando le piccole e medie imprese del Paese.

La banca tradizionale non basta più

Anche se la banca tradizionale resta un punto di riferimento per i giovani imprenditori, non è più l’unica scelta. Il 67% dei giovani imprenditori possiede almeno un conto in una banca “classica”, ma solo poco più della metà, il 55%, lo considera il principale. Molti combinano i servizi classici con strumenti FinTech e soluzioni digitali più flessibili e personalizzate.

Cambia anche la percezione della sicurezza: il 50% degli under 36 oggi si fida delle piattaforme FinTech, un livello quasi identico a quello delle banche tradizionali (55%).

PMI sempre più digitali e connesse

Un altro elemento interessante riguarda il rapporto fra i nuovi imprenditori e tecnologia. Il mondo tech non è più soltanto un supporto, ma una parte centrale della gestione. Il 62% dei giovani manager utilizza strumenti online o app per le attività quotidiane, ma soprattutto cresce la voglia di sperimentare: il 43% usa software di contabilità, il 36% sistemi di pagamento integrati e il 30% applicazioni per la gestione delle spese.

Questo approccio consente di prendere decisioni rapide e basate sui dati, con piattaforme capaci di analizzare in tempo reale l’andamento dell’azienda.

Giovani e globali: l’estero come opportunità

Per le nuove generazioni, poi, il mondo è molto più grande che in passato e il mercato interno non basta più.
Infatti, le imprese guidate da under 36 realizzano in media il 25% del loro fatturato all’estero, e un terzo del budget marketing è destinato a iniziative internazionali. È la conferma di una spinta all’espansione e all’apertura verso nuovi mercati che sta diventando un tratto distintivo delle PMI più giovani.

Social network e pagamenti digitali

Cambia volto anche il modo di comunicare. Il 64% degli imprenditori under 36 usa i social per promuovere la propria attività e il 55% per dialogare direttamente con i clienti. Sempre più spesso, inoltre, i social diventano una fonte di aggiornamento: il 34% li utilizza per informarsi su prodotti e servizi finanziari.

Sul fronte dei pagamenti, il digitale è ormai una realtà consolidata: resistono i bonifici (45%), ma crescono i pagamenti mobile (32%), le carte virtuali (25%) e i pagamenti peer-to-peer (22%).
Eppure non scompare la relazione diretta con la banca: quasi il 40% delle operazioni viene ancora effettuato in filiale.

Personalizzazione, costi e tecnologia: le richieste dei giovani alle banche

Quando scelgono una banca, i giovani imprenditori guardano prima di tutto alla qualità dei servizi digitali (31%) e all’integrazione dei software aziendali (23%). Contano anche la presenza fisica delle filiali (31%) e le commissioni applicate (32%), a conferma di un approccio più attento e concreto.

Come spiega Stefano M. Stoppani, Country Manager di Visa Italia, “le nuove PMI stanno diventando un motore di innovazione. Capire i loro bisogni è fondamentale per creare soluzioni su misura, capaci di sostenere la loro crescita e la competitività del Paese”.

Valore immobiliare e mutui: cosa cambia con il regolamento europeo CRR 3

Come accade da sempre, il valore degli immobili in Italia potrebbe subire delle fluttuazioni anche importanti nel corso dei prossimi anni. Ma momento non c’è da allarmarsi, anche perché esistono strumenti capaci di prevedere il futuro che verrà. Anche nel mercato immobiliare.

Secondo le stime di Nomisma, nei prossimi trent’anni la perdita media potenziale per gli immobili residenziali sarà compresa tra -4,2% e -6,2%.
Un calo moderato, più che un crollo, che riflette l’andamento naturale dei cicli immobiliari. In altre parole, il mercato sta semplicemente cambiando pelle.

Perchè le regole europee diventano più stringenti 

Dal 1° gennaio 2025 è entrato in vigore il nuovo regolamento europeo CRR 3 (Capital Requirements Regulation), che chiede alle banche di essere più caute nel valutare gli immobili utilizzati come garanzia per i mutui.

A questo scopo, le banche dovranno stimare il cosiddetto Property Value, cioè quanto un immobile potrebbe perdere di valore nel tempo.
L’idea è semplice: se le valutazioni sono più realistiche, il sistema finanziario è più stabile e meno esposto alle oscillazioni del mercato.

Le differenze tra grandi città e piccoli comuni

Per valutazioni corrette, oggi e domani, Nomisma ha costruito un modello di analisi che guarda lontano, fino a trent’anni, basandosi su una banca dati che raccoglie l’andamento dei prezzi immobiliari dal 1988.
Cosa emerge? Che la perdita di valore è tutto sommato contenuta, ma che esistono differenze notevoli tra le varie aree geografiche del Paese.

Nei capoluoghi di provincia la flessione stimata è intorno al -4,5%, mentre nelle grandi città – come Milano, Roma o Bologna – l’impatto potrebbe essere più lieve. Qui la domanda resta alta e il mercato mostra una forte capacità di adattamento.
I comuni più piccoli, invece, potrebbero vedere un calo fino al -6,25%, penalizzati dal calo della popolazione e da un mercato interno più fragile.
Tengono bene, infine, le località turistiche: la perdita stimata non supera il -4,24%, grazie a una domanda costante sia da chi cerca una seconda casa sia da chi investe per affittare.

L’inizio di un nuovo ciclo 

Gli esperti ribadiscono che il mercato immobiliare è soggetto a cicli: dopo una fase di rallentamento, tende sempre a ripartire.
Oggi siamo all’inizio di un nuovo ciclo e questo significa che i prezzi attuali potrebbero essere più bassi rispetto a quelli che vedremo tra qualche anno.

Come spiega Enrico Bronchi, responsabile del settore finanziario e immobiliare di Nomisma, “la posizione dell’immobile fa ancora la differenza”.
Le zone centrali, le grandi città e le aree turistiche continuano a offrire la maggior stabilità nel tempo, mentre i piccoli centri restano più sensibili ai cambiamenti economici e demografici.

Conto delle Amministrazioni Pubbliche nel secondo trimestre 2025

Nel secondo trimestre 2025 gli indicatori di finanza pubblica segnano un miglioramento rispetto al secondo trimestre 2024.
La crescita del potere d’acquisto delle famiglie rallenta, pur confermando la dinamica positiva che perdura dal primo trimestre 2023. Nello stesso arco temporale si assiste al concomitante aumento della propensione al risparmio. La quota di profitto delle società non-finanziare registra una variazione positiva, mentre il tasso di investimento è invariato.

Quanto all’indebitamento netto delle AP in rapporto al Pil è pari al -2,0% rispetto al trimestre precedente, mentre il saldo primario è positivo, con un’incidenza sul Pil del 2,4%, così come il saldo corrente (incidenza sul Pil 3,1%).
Emerge dal Conto delle Amministrazioni pubbliche (AP) nel secondo trimestre 2025 rilasciato da IPSOS.

Profitti e uscite

La quota di profitto delle società non finanziarie, stimata al 43,2%, aumenta del +0,6%, mentre il tasso di investimento delle società non finanziarie, al 22,7%, rimane invariato. Le uscite totali crescono del 2,4% rispetto al corrispondente periodo del 2024 mentre la loro incidenza sul Pil (49,5%) rimane stabile in termini tendenziali. Nei primi due trimestri 2025 l’incidenza è stimata al 49,8%.

Le uscite correnti e in conto capitale registrano un incremento, rispettivamente del 2,3% e del 3,2%. In termini tendenziali le entrate totali aumentano del 6,6% e la loro incidenza sul Pil è del 47,6%, +1,9% rispetto al corrispondente periodo del 2024.Nei primi due trimestri dell’anno, l’incidenza delle entrate totali sul Pil è del 44,8%, +1,5% rispetto al corrispondente periodo del 2024.

Incidenza delle entrate sul Pil

Rispetto al corrispondente trimestre dell’anno precedente, le entrate correnti e le entrate in conto capitale nel secondo trimestre 2025 segnano un incremento rispettivamente del 6,1% e del 110,7%.

Complessivamente, nei primi due trimestri 2025 le AP hanno registrato un indebitamento netto pari al -5,0% del Pil, in miglioramento rispetto al -5,9% del corrispondente periodo 2024. Nei primi sei mesi del 2025, in termini di incidenza sul Pil, il saldo primario è stimato negativo e pari al -0,9% (-2,0% nello stesso periodo del 2024) mentre il saldo corrente si attesta su un valore nullo (-0,9% nel corrispondente periodo del 2024). Nello stesso periodo, la pressione fiscale è pari al 39,9% del Pil, +1,0% rispetto al primo semestre 2024.

Reddito, consumi, aumento dei prezzi

Nel secondo trimestre 2025 il reddito disponibile lordo delle famiglie aumenta del +0,8% rispetto al trimestre precedente. A fronte di un aumento dei prezzi del +0,5%, il potere d’acquisto aumenta del +0,3%.
La propensione al risparmio delle famiglie è stimata al 9,5% (+0,3% rispetto al trimestre precedente). Tale aumento deriva da una crescita della spesa per consumi finali più contenuta rispetto a quella registrata per il reddito disponibile lordo, rispettivamente(+0,5% e +0,8% in termini nominali.

Il tasso di investimento delle famiglie nel secondo trimestre del 2025 è stimato all’8,8%, + 0,1% rispetto al trimestre precedente, a fronte di una crescita della spesa per investimenti fissi lordi del 2,0% e dell’aumento del reddito lordo disponibile.

Dlgs incentivi, Unioncamere: solo 1 impresa su 5 conosce le opportunità

Gli incentivi alle imprese ci sono, quello che manca è la conoscenza delle misure di sostegno. A dirlo è Unioncamere, che ha rilevato che soltanto una azienda su cinque è davvero a conoscenza delle misure disponibili per il proprio settore e territorio. Molte realtà, soprattutto le piccole e medie, vengono a sapere dell’esistenza dei bandi solo grazie al passaparola o al supporto di consulenti privati.

Il dato è stato presentato dal segretario generale Giuseppe Tripoli durante un’audizione alle commissioni Attività produttive della Camera e Industria del Senato, impegnate nell’esame del nuovo schema di decreto legislativo che introduce il codice degli incentivi.

Il ruolo delle Camere di commercio

Negli ultimi anni il sistema camerale ha cercato di colmare questo divario. Sportelli informativi, seminari, attività di supporto diretto: migliaia di imprese sono state accompagnate nel percorso di accesso alle agevolazioni. Nonostante ciò, il problema rimane. Troppe aziende, in particolare quelle medio-piccole, non riescono a orientarsi tra norme, scadenze e procedure.

“C’è un deficit di informazione e di assistenza operativa – ha sottolineato Tripoli – che rischia di escludere una parte importante del nostro tessuto produttivo”.

La proposta di un “punto di appoggio” stabile

Per Unioncamere serve una cabina di regia chiara e permanente. Tripoli ha parlato della necessità di un “last resort”: una struttura che segua l’intero percorso, dall’ideazione degli incentivi fino alla loro applicazione concreta, in grado di sostenere le imprese passo dopo passo.

“Il decreto è ben fatto, mette ordine tra le diverse priorità, ma va rafforzato nell’attuazione”, ha spiegato il segretario generale. “È fondamentale individuare un soggetto che segua l’intero ciclo di vita degli incentivi, dalla progettazione alla realizzazione. Unioncamere e il sistema camerale hanno le caratteristiche per svolgere questo compito”.

In ballo c’è la competitività delle imprese

Il tema non riguarda solo la burocrazia, ma la competitività stessa delle imprese. Per una piccola o media azienda, riuscire ad accedere a contributi e agevolazioni può significare crescere, innovare, investire in nuovi mercati. Al contrario, restare fuori da questi meccanismi rischia di frenare lo sviluppo.

Il Parlamento dovrà ora decidere come migliorare il testo del decreto e se accogliere la proposta di affidare a Unioncamere un ruolo centrale. 

Consumi: detassazione e tredicesime “regalano” 4 miliardi agli italiani

Dove incertezza e inflazione stanno condizionando la ripresa dei consumi, ferma a +0,4%, il taglio sulla mensilità aggiuntiva è la strada giusta per dare impulso alla ripresa. Un intervento immediatamente percepibile e dall’impatto positivo anche sulla crescita del Pil (+0,3%).

La detassazione della tredicesima sarebbe quindi un intervento che agirebbe direttamente anche sulle tasche dei lavoratori, in grado di dare respiro ai bilanci familiari, spingere i consumi e contribuire alla crescita. In particolare, il taglio di 6 miliardi dell’Irpef sulla mensilità aggiuntiva si trasformerebbe in una spinta alla spesa delle famiglie di circa 4 miliardi di euro in termini reali.
Un alleggerimento di questo tipo potrebbe invertire il trend di un autunno che si preannuncia ‘freddo’ per i consumi. A stimarlo è CER per Confesercenti.

Potere d’acquisto versus aumento delle spese primarie

Nel 2025 la crescita della spesa dovrebbe fermarsi poco sotto quota +0,4% (+3,8 miliardi), con una variazione congiunturale nulla tra il secondo e il primo semestre e un incremento tendenziale limitato allo 0,1%.
Rispetto alla stima diffusa prima dell’estate (+0,7%) si tratta di una crescita quasi dimezzata: mancano all’appello circa 3,7 miliardi di spesa delle famiglie.

A pesare, il recupero ancora troppo lento del potere d’acquisto e l’aumento del peso delle spese primarie, dalle bollette agli alimentari.
Incide, però, anche il prelievo fiscale. I dati di contabilità nazionale sul 2024 hanno delineato un aumento delle entrate correnti di 55 miliardi, di cui 21 da imposte dirette, 18 da indirette e 11,4 dai contributi.

“Recuperare parte dell’aumento del prelievo fiscale”

È una dinamica che sembra proseguire. Secondo la previsione di Confesercenti, il saldo tra entrate e spese correnti dovrebbe essere positivo anche nel 2025, con un aumento di +8 miliardi sull’anno precedente.

“I consumi interni restano il motore principale della crescita economica, soprattutto in una fase in cui le tensioni internazionali e i dazi rischiano di rallentare il commercio estero – spiega Nico Gronchi, Presidente di Confesercenti -. Per rimettere in moto la domanda però occorre rafforzare la capacità di spesa alle famiglie, recuperando parte dell’aumento del prelievo fiscale registrato nell’ultimo anno”.

“È ora di restituire qualcosa alle famiglie”

“Ci rendiamo conto che la coperta è corta e che gli obblighi europei ci impongono di uscire dalla procedura di infrazione – prosegue Gronchi -. Anche se non è quindi un tesoretto da utilizzare a piacimento, l’aumento del gettito resta però rilevante, con effetti negativi su consumi e crescita. È ora di restituire qualcosa alle famiglie. Non bastano però interventi ‘spalmati’, tradotti in 30 o 40 euro al mese, che rischiano di non essere percepiti dai consumatori e quindi di non produrre l’effetto necessario sulla fiducia e sulla spesa. Più efficace sarebbe il taglio proposto sulle tredicesime”.

Per avere un alleggerimento fiscale sostanzioso, e subito ‘visibile’ nelle buste paga, Confesercenti propone una detassazione anche di mille euro di importo. Un aiuto concreto in un momento chiave dell’anno per i consumi.