La cucina italiana supera i 250 miliardi di valore

L’Italia alla conquista del mondo, almeno per quanto riguarda l’enogastronomia. In base all’ultimo Foodservice Market Monitor 2025 di Deloitte, il comparto ha raggiunto nel 2024 un valore complessivo di 251 miliardi di euro, con una crescita del 4,5% rispetto all’anno precedente.

La tradizione gastronomica tricolore pesa oggi il 19% del mercato mondiale dei ristoranti con servizio al tavolo, con due mercati chiave – Stati Uniti e Cina – che da soli coprono oltre i due terzi della domanda internazionale. Insomma, la nostra cucina si conferma un punto di riferimento a livello globale. 

L’Italia tra i big del foodservice

All’interno della classifica globale, l’Italia si colloca al sesto posto per valore complessivo e si distingue per la solidità dei Full Service Restaurant, dove sale al quarto posto mondiale. Anche il segmento dei Quick Service Restaurant – i locali con servizio rapido e ritiro al banco – segna una decisa crescita. Nel 2024 il settore nazionale ha toccato quota 83 miliardi di euro, in aumento del 2% e ormai oltre i livelli pre-pandemia.

Nonostante la forte frammentazione del mercato, le catene stanno conquistando spazio: dal 7% del 2019 sono arrivate al 10% del totale. Il motore di questa espansione è proprio il segmento Quick Service, cresciuto del 13,3% annuo dal 2019 al 2024, quasi il doppio del ritmo globale. Come sottolinea Tommaso Nastasi, Partner di Deloitte Italia, il settore sta vivendo una fase di normalizzazione dopo la pandemia, ma continua a offrire prospettive interessanti grazie a modelli di business scalabili e a nuove abitudini di consumo.

Un trend globale 

Nel 2024 il mercato mondiale del foodservice ha raggiunto i 2.916 miliardi di euro. Il ritmo di crescita si è stabilizzato al 4,2% annuo, il doppio rispetto al periodo pre-Covid.

A trainare la ripresa è stato il Nord America, seguito dall’Europa, mentre l’Asia-Pacifico resta l’area con le migliori prospettive di sviluppo per i prossimi anni.

Oggi i consumatori sono attenti alla sostenibilità

Cambiano però le preferenze dei consumatori: cresce l’attenzione alla sostenibilità (65% disposto a pagare di più per prodotti sostenibili) e alla riduzione del consumo di carne (76% motiva la scelta con ragioni ambientali).

La ristorazione viene sempre più vissuta come luogo di socialità, soprattutto tra i giovani della Generazione Z, che frequentano ristoranti e takeout fino a quattro volte al mese.

Dove si concentrano gli investimenti 

Qualche altro dato emerso dal rapporto: oltre la metà degli operatori ha investito in automazione e digitalizzazione, mentre il 58% ha semplificato i menù per ottimizzare i costi.

Intanto, in Italia e in Europa, aumentano le operazioni di fusione e acquisizione: il focus è su format scalabili come fast food, healthy food e pizza, che da soli rappresentano il 21% delle operazioni post-pandemia.

Marketing: sono davvero i bambini a decidere gli acquisti della famiglia? 

I bambini sono oggi gli opinion leader delle scelte familiari, e non solo in Italia. I piccoli, infatti, sembrano indirizzare i consumi e non solo per ciò che li riguarda da vicino. I bambini non si limitano più a chiedere giochi o dolci al supermercato, ma influenzano anche decisioni più complesse, come la scelta di un viaggio, un dispositivo tecnologico o l’arredamento di casa.

Lo rivela l’ultima edizione dell’osservatorio “Parents” curato da Eumetra, che ha coinvolto oltre 1.800 famiglie italiane con figli fino a 11 anni, e ha messo a confronto i dati con quelli di Regno Unito e Germania.

Le famiglie italiane si stanno trasformando in nuclei sempre più partecipativi

Secondo lo studio, in Italia i bambini sono attivamente coinvolti nelle decisioni d’acquisto in quasi tutte le categorie merceologiche considerate. Il fenomeno, noto come pester power, si manifesta non solo nelle richieste dirette, ma anche attraverso una presenza emotiva che guida i genitori verso scelte condivise e pensate per il benessere dell’intera famiglia.

Come sottolinea Matteo Lucchi, CEO di Eumetra, “le famiglie italiane si stanno trasformando in nuclei sempre più partecipativi. I figli non sono più spettatori, ma attori nelle scelte quotidiane”. Non solo giochi e tempo libero, dunque: i piccoli influenzano anche cosa si mangia, quale tecnologia entra in casa e dove si va in vacanza.

Quali sono gli altri modelli europei 

In Germania, l’influenza dei bambini è più strutturata e razionale. I piccoli tedeschi hanno un ruolo centrale nelle decisioni pratiche come la spesa alimentare (63%) o le scelte tecnologiche (45%). Un coinvolgimento che riflette un modello educativo orientato all’autonomia e alla responsabilità fin dalla tenera età.

Nel Regno Unito, invece, i figli pesano soprattutto su scelte legate al gioco (75%) e alle attività ricreative (68%), con un’influenza più episodica e legata al tempo libero.

Le indicazioni utili per i brand 

Per i brand che operano nel mondo dei consumi familiari, questi dati sono un segnale chiaro: i bambini sono sempre più protagonisti. In Italia, dove il fattore emotivo è centrale, il fatto di coinvolgerli nei messaggi pubblicitari attraverso storie, influencer, video e social può fare la differenza.

Ma attenzione: la comunicazione deve essere autentica, rispettosa e coerente con il ruolo educativo degli adulti. Insomma, il potere decisionale dei più piccoli è un elemento chiave per chi parla alle famiglie. Un trend ormai strutturale, che richiede nuove strategie e massima consapevolezza.

Aziende e crisi: due terzi dei CEO e CFO puntano sul lavoro ibrido

Nove CEO e CFO su dieci sono preoccupati per l’impatto dell’instabilità macroeconomica sulle loro attività. Di conseguenza, stanno optando per il lavoro ibrido per consentire ai dipendenti di lavorare da più sedi. Una strategia per salvaguardare le proprie attività, ridurre i costi e migliorare la resilienza operativa.

I risultati dell’ultima ricerca dell’International Workplace Group (IWG) evidenziano infatti una chiara tendenza verso l’adozione di modalità di lavoro più flessibili, poiché quattro su cinque CEO e CFO (83%) affermano che il lavoro ibrido svolge un ruolo cruciale nelle strategie di risparmio sui costi, per attenuare l’attuale turbolenza economica. Inoltre, l’86% di CEO e CFO sta implementando misure finanziarie proattive per proteggere l’azienda.

La flessibilità aiuta a gestire l’incertezza economica

I dirigenti affermano che modelli di lavoro flessibili hanno migliorato la resilienza operativa, consentendo di ridurre significativamente i costi generali, come spazi ufficio, utenze e spese (77%), liberando risorse da reinvestire in altre aree aziendali o creando una riserva contro costi imprevedibili e future fluttuazioni del mercato.

Il 74% di CEO e CFO afferma inoltre che questi modelli hanno permesso di esplorare nuove sedi aziendali, offrendo maggiore flessibilità e potenziale di crescita e un notevole aumento della produttività dei dipendenti (83%). I vantaggi significano poi che il 79% sta valutando ulteriori spazi di lavoro flessibile per contribuire a gestire l’incertezza economica.

Un obiettivo strategico per le future assunzioni

Sebbene oltre due terzi di CEO e CFO (67%) stia ridimensionando o pianificando la riduzione dei costi operativi non perde di vista le persone. Molti CEO affermano che produttività (37%), benessere dei dipendenti (23%) e rafforzamento della fidelizzazione dei talenti a lungo termine (17%) siano essenziali in periodi di crisi economica.

Nell’ambito di questa attenzione al talento, l’88% dei dirigenti aziendali afferma che il lavoro ibrido aumenta la soddisfazione dei dipendenti, rendendolo un obiettivo strategico per le future assunzioni.

Affrontare l’incertezza promuovendo l’efficienza e la crescita aziendale

“In tempi di volatilità economica, i CEO stanno valutando attentamente come affrontare l’incertezza promuovendo al contempo l’efficienza e la crescita delle proprie aziende – commenta Mark Dixon, CEO e fondatore di International Workplace Group –, e riconoscono che la flessibilità è fondamentale non solo per salvaguardare le proprie attività, ma anche per migliorare la produttività dei team”.

Consentire ai team di lavorare più vicino a casa, in spazi di lavoro e uffici locali, consente alle aziende che operano con il modello ibrido di ridurre significativamente i costi e migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata dei dipendenti.

Farmacie, non solo medicine: l’evoluzione dopo l’emergenza

Non solo luoghi dove vengono dispensati i farmaci, ma dei veri e propri centri di servizi per la salute e il benessere. Dopo l’esperienza del Covid-19, le farmacie italiane si sono affermate come presidi sanitari fondamentali sul territorio. Durante la pandemia, hanno garantito accesso a tamponi, vaccini e informazioni, svolgendo un ruolo chiave nel contenimento del virus e nell’assistenza ai cittadini.

Questa funzione, seppur emersa in un momento critico, si è oggi consolidata come parte integrante del sistema sanitario nazionale.

Un punto di riferimento per milioni di italiani

Il rapporto realizzato dal Censis con il supporto di Federfarma su un campione rappresentativo della popolazione adulta conferma l’importanza attribuita alle farmacie. Il 50% degli italiani vi si reca almeno una volta al mese, e tra gli over 64 l’abitudine è ancora più frequente.

Inoltre, sei persone su dieci dichiarano di avere una farmacia “di fiducia” alla quale si rivolgono abitualmente, a prescindere da eventuali differenze di prezzo o offerta.

Salute, prevenzione e benessere

La percezione delle farmacie si è ampliata: non vengono più viste esclusivamente come luoghi per ritirare medicinali, ma come spazi in cui ricevere consigli, servizi di prevenzione e supporto per la salute generale.

Soprattutto i più giovani stanno riscoprendo la farmacia come luogo accessibile e affidabile, apprezzandone la funzione pubblica e la disponibilità continua.

Un servizio vicino, utile e di valore

Il 90% degli italiani apprezza la presenza capillare delle farmacie sul territorio e la loro facile accessibilità. Per molti, rappresentano un sostegno irrinunciabile, soprattutto per anziani e malati cronici.

Il 92% degli intervistati ne riconosce il valore sociale, non solo in termini di assistenza sanitaria ma anche come elemento di inclusione e tutela per le fasce più fragili.

Più servizi, più richieste

I cittadini chiedono di più: test diagnostici rapidi, distribuzione dei farmaci su prescrizione della ASL, possibilità di prenotare visite, ricevere medicinali a casa e accedere a nuove vaccinazioni.

Solo un terzo, però, è a conoscenza della “farmacia dei servizi”, già in fase di sperimentazione in diverse regioni. E cresce il timore che non tutte le farmacie siano strutturalmente pronte a offrire queste prestazioni in modo uniforme.

Farmacia del futuro: come sarà?

Il 76% degli italiani guarda con favore a un rafforzamento del ruolo delle farmacie nella sanità territoriale. Per realizzare questo obiettivo, sarà necessario coordinare sforzi tra istituzioni, professionisti della salute e farmacie stesse, così da garantire un accesso equo, moderno e continuativo ai servizi essenziali per tutti i cittadini.

AI meno efficace del cervello nel riconoscimento delle azioni possibili

Lo ha scoperto il dottorando Clemens Bartnik dell’università di Amsterdam insieme a un team guidato dalla neuroscienziata computazionale Iris Groen: il cervello stima le azioni possibili grazie a schemi unici.
Utilizzando una risonanza magnetica i ricercatori hanno osservato l’attività cerebrale dei partecipanti a uno studio mentre guardavano immagini di ambienti interni ed esterni.

I risultati hanno mostrato come il cervello determini le opportunità di azione quando vediamo l’immagine di un ambiente sconosciuto. Se davanti a un sentiero di montagna, una strada trafficata o un fiume sappiamo immediatamente come potremmo muoverci, ovvero, camminare, andare in bicicletta, nuotare o fermarci, il cervello umano riconosce cosa possiamo fare anche con oggetti o scenari mai osservati prima.

Le possibilità di azione vengono elaborate automaticamente

I partecipanti allo studio dovevano indicare se l’immagine suggeriva di camminare, andare in bici, guidare, nuotare, andare in barca o arrampicarsi.
I risultati della risonanza magnetica hanno rilevato come alcune aree della corteccia visiva si attivino in modo indipendente dagli oggetti visibili, indicando che il cervello elabora azioni potenziali anche senza istruzioni esplicite.
“Queste possibilità di azione vengono quindi elaborate automaticamente“, spiega Iris Groen.

I modelli di attività nella corteccia visiva cambiavano non solo in base a ciò che era visibile, ma anche a ciò che il corpo era fisicamente in grado di fare. Questa ‘firma’ neurale era evidente anche quando i volontari non stavano prendendo alcuna decisione esplicita riguardo al movimento

Cosa sono le affordance?

Ciò suggerisce che il cervello etichetta le potenziali azioni come parte del suo flusso di immagini di base, molto prima della deliberazione cosciente.
Secondo Groen, il cervello non si limita a vedere oggetti o colori, ma riconosce automaticamente anche cosa possiamo farci. Queste sono le cosiddette ‘affordance’, ovvero, le opportunità di azione.

Il concetto di affordance è stato introdotto nel 1979 dallo psicologo James Gibson, che descrisse come gli oggetti intrinsecamente suggeriscano possibili azioni. La nuova ricerca ha localizzato questa idea direttamente all’interno del cervello umano vivente, si legge su ReCcom.
Inoltre, il team guidato da Groen ha confrontato la capacità di affordance del cervello umano con quella di modelli di Intelligenza artificiale, tra cui ChatGPT.

Quanto è affidabile l’AI nei contesti reali?

I modelli di Intelligenza artificiale come GPT-4 si sono dimostrati meno efficaci nel prevedere le azioni possibili. Anche se addestrati per il riconoscimento delle azioni, non replicano gli schemi cerebrali umani. Questo dimostra che la nostra percezione è profondamente legata alla nostra esperienza fisica del mondo.

La ricerca solleva quindi interrogativi sull’affidabilità dell’AI in contesti reali, riporta AGI, come robotica o auto a guida autonoma.
Groen sottolinea anche l’aspetto sostenibile dell’AI. I metodi attuali consumano molta energia e sono accessibili solo a grandi aziende tecnologiche. Comprendere meglio il cervello umano può quindi rendere l’AI più intelligente, economica e umana.

“Minaccia” GenAI: chi è più vulnerabile ai rischi? Le donne e i bambini

Sono le donne e i bambini le categorie più esposte ai rischi dell’Intelligenza artificiale generativa (GenAI): è quanto emerge dal rapporto sulla GenAI, la prima analisi completa del Centro comune di ricerca (Jrc, Joint Research Centre) dell’Unione Europea sull’impatto tecnico e socio – economico di questa tecnologia.

Sebbene questa tecnologia possa essere molto utile ai bambini, poiché permette di personalizzare le esperienze di apprendimento, sostenere l’espressione creativa e migliorare la comunicazione dei bambini, la GenAI comporta rischi di manipolazione e problemi di privacy. E le donne rischiano di trovarsi di fronte a disuguaglianze nelle assunzioni, perché gli algoritmi di AI favoriscono i candidati uomini rispetto alle candidate donne altrettanto qualificate.

Pregiudizi e stereotipi di genere negli algoritmi?

Se la GenAI potrebbe aiutare, in particolare, i minori con disabilità, o quelli che devono affrontare barriere linguistiche, al tempo stesso i minori sono più vulnerabili ai pericoli delle false informazioni perché le loro capacità cognitive sono ancora in fase di sviluppo.

Altri rischi sono legati ai sistemi che presentano pregiudizi e stereotipi, nel caso i loro dati riflettano disuguaglianze storiche e sistemiche.
Un esperimento del Jrc ha riscontrato pregiudizi di genere nei modelli di AI utilizzati per il processo decisionale finanziario, con un divario di circa il 4% a favore degli uomini. Un risultato simile ad altri studi sui modelli utilizzati dalle banche per effettuare valutazioni del rischio.

Cina e USA dominano per investimenti. UE al terzo posto

Sempre secondo il rapporto sulla GenAI del Centro comune di ricerca, il panorama competitivo globale della GenAI è dominato dalla Cina e dagli Stati Uniti. In particolare, la Cina contribuisce per il 60% e gli Stati Uniti per il 12%.

La Ue si colloca al terzo posto, contribuendo al 7% delle attività globali di GenAI, ossia ricerca, nuovi brevetti, operazioni commerciali e investimenti nella tecnologia. 

L’Europa produce il 21% degli articoli scientifici a livello mondiale

Secondo i ricercatori, l’Europa è al secondo posto a livello globale nelle pubblicazioni di ricerca sulla GenAI, producendo il 21% degli articoli a livello mondiale, oltre 3.000 nel 2023.

Tuttavia, riporta Ansa, i brevetti depositati nella Ue rappresentano solo il 2% della quantità globale. Questo sottolinea la necessità di investimenti in soluzioni innovative di GenAI.
Inoltre, osservano gli esperti, le startup europee che si occupano di GenAI hanno difficoltà ad accedere al capitale di rischio. E con un divario notevole di finanziamenti rispetto agli Usa.

Burocrazia e rilascio di documenti personali: Italia tra i Paesi più cari d’Europa

È il paradosso della burocrazia Made in Italy: mentre l’Europa punta a rendere i servizi pubblici digitali più efficienti, in Italia la digitalizzazione non ha portato i benefici sperati. Anzi. Gli italiani devono sobbarcarsi costi tra i più alti d’Europa per il rilascio dei documenti personali.

Ad esempio, chi richiede il passaporto deve affrontare una spesa minima di 116 euro, la somma di un bollettino da 42,5 euro e un contrassegno amministrativo da 73,5 euro.
Se la richiesta viene presentata attraverso il servizio messo a disposizione da Poste Italiane, è previsto un costo aggiuntivo di 14,2 euro. E se si opta per la consegna a domicilio vanno pagati ulteriori 9,53 euro.
Lo svela un’indagine condotta da Assoutenti.

Un passaporto salato

In altri Paesi la spesa per la richiesta del passaporto è decisamente più ridotta.
In Germania per ottenere il passaporto con la procedura standard la spesa è di 70 euro per i cittadini con più di 24 anni, 37,5 euro per gli under 24.
E se si opta per la procedura espressa, il costo sale rispettivamente a 102 e 69,5 euro.

Servono invece 86 euro in Francia, e bastano appena 30 euro in Spagna.
Nel Regno Unito il costo per il rilascio del passaporto è di 94,5 sterline (circa 112 euro) con la richiesta online, 107 sterline (126,7 euro) con modulo cartaceo.

Carta di identità elettronica gratis per i francesi

Anche per il rilascio della carta di identità elettronica (CIE), in Italia la spesa a carico dei cittadini è più alta. Da noi si spendono 22,2 euro,16,79 euro a titolo di spese di emissione quantificate dal Ministero dell’Interno, oltre i diritti fissi e di segreteria applicati dai comuni.

Bastano invece 12 euro in Spagna, mentre in Francia il rilascio del documento è addirittura gratuito.
Solo in Germania la spesa risulta più elevata rispetto all’Italia, 37 euro per i cittadini over24, 22,8 euro per chi ha meno di 24 anni.
Nel Regno Unito invece non è previsto per i cittadini un documento analogo alla nostra carta di identità.

Patente: la Motorizzazione (in)Civile

Gli italiani che devono rinnovare la latente di guida spendono fino a 133 euro così suddivisi: 16 euro per la marca da bollo, 10,2 euro per i diritti della Motorizzazione Civile, 7,3 euro per le spese di spedizione della patente tramite posta assicurata, da 60 a 100 euro per la visita medica obbligatoria.

In Germania la spesa è di appena 25 euro, In Spagna 24,58 euro, cui si aggiunge il costo della visita medica (tra 20 e 40 euro), in UK 14 sterline (16,58 euro) online, 21,50 sterline (25,46 euro) in ufficio postale, 17 sterline (20,13 euro) inviando la domanda via posta.
In Francia il rinnovo della patente di guida è gratuito, tranne in caso di smarrimento, furto o deterioramento, per i quali il duplicato costa 25 euro.

L’occupazione cresce, la natalità no: 5 milioni di lavoratori in meno entro il 2040?

Buone notizie oggi, ma è il futuro a preoccupare. Proprio così: il mercato del lavoro italiano ha registrato nel 2024 un risultato storico, ovvero circa 823 mila occupati in più rispetto al 2019. Un traguardo ottenuto, secondo i Consulenti del lavoro, grazie a riforme strutturali che hanno reso più efficaci gli strumenti di incrocio tra domanda e offerta e trasformato le politiche attive in strumenti proattivi, capaci di stimolare realmente l’occupazione.

Tuttavia, il quadro positivo rischia di non durare a lungo. Secondo uno studio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, riferisce Adnkronos, il declino demografico previsto nei prossimi anni potrebbe compromettere gran parte dei progressi raggiunti.

Cala la popolazione attiva: meno forza lavoro all’orizzonte

I dati elaborati sulla base delle proiezioni Istat sono chiari: entro il 2030, la popolazione tra i 15 e i 64 anni – considerata in età lavorativa – diminuirà di oltre 1,1 milioni di persone, per poi superare i 5 milioni di unità in meno entro il 2040.

Questa riduzione potrebbe creare un disallineamento strutturale tra offerta e domanda di lavoro. Da un lato, le imprese avranno ancora bisogno di manodopera, soprattutto per sostituire lavoratori in uscita per pensionamento. Dall’altro, ci sarà un numero sempre più ridotto di persone disponibili a lavorare.

Il Sud paga il conto più salato

Se il calo riguarderà quasi tutte le regioni, il Mezzogiorno sarà l’area più colpita. Entro il 2030, la popolazione in età attiva calerà dell’8,1% in Basilicata, del 7,8% in Sardegna e del 6,6% in Calabria. Seguono Puglia (-6,4%), Campania e Sicilia (-6%). In controtendenza solo Lombardia ed Emilia-Romagna, dove si prevede una maggiore tenuta demografica.

Anche a livello provinciale, le stime preoccupano: Nuoro, Potenza, Enna, Caltanissetta e Oristano potrebbero perdere tra il 9,5% e il 9,7% della loro popolazione lavorativa entro il 2040.

Il futuro? Va pianificato oggi

L’Italia dovrà affrontare un bivio: intervenire subito per valorizzare il capitale umano disponibile, oppure ritrovarsi a corto di lavoratori in un’economia che, almeno sulla carta, continuerà a offrire posti da coprire. La sfida è demografica, ma le soluzioni dovranno essere soprattutto politiche.

Intelligenza artificiale: meglio parlare con un operatore “umano” 

È quanto emerge dalla nuova ricerca del Pulsee Luce e Gas Index in collaborazione con NielsenIQ: il 73% degli italiani ammette di fare uso dell’Intelligenza artificiale con frequenza, il 47% quotidianamente o diverse volte alla settimana. Le finalità dell’utilizzo? Sono soprattutto personali e ricreative (68%), ma si scontrano con un minore apprezzamento quando l’Intelligenza artificiale diventa un interlocutore a cui richiedere assistenza o supporto per esigenze concrete.

L’Intelligenza artificiale è ormai parte integrante della nostra vita quotidiana, ma l’interazione umana sotto forma di intelligenza emotiva ed empatia rimane ancora, per alcuni aspetti, insostituibile. Anche nell’ambito del customer care.

Quasi 9 italiani su 10 pensano che l’AI non riesca a interpretare le necessità dei clienti

‘La persona con cui ho parlato è stata estremamente gentile e comprensiva delle mie richieste. Credo che l’interazione umana sia un valore aggiunto’: è solo una delle svariate recensioni Trustpilot su Pulsee Luce e Gas che confermano questo aspetto.
L’interazione con una persona reale resta importante per la grande maggioranza degli intervistati (83%), soprattutto nell’ambito del customer care.

Per quasi 9 italiani su 10 infatti l’AI non riesce a interpretare le necessità quanto un operatore umano, e per quasi un italiano su due offre un livello di comprensione e supporto inferiore.
Come conseguenza, nel caso dei servizi di assistenza, quasi il 90% del campione dichiara di aver abbandonato una conversazione con l’AI per incomprensione della richiesta (37%), mancanza di proposte utili per la risoluzione di un problema (22%) e frustrazione per la tipologia di conversazione intrapresa (17%).

Superiore per velocità di calcolo ma inferiore per comprensione di emozioni e sentimenti

Nel confronto tra Intelligenza artificiale e umana, la prima è considerata superiore per velocità di calcolo e analisi dei dati (82% delle preferenze) e automazione di compiti complessi (70%). La seconda si posiziona al di sopra dell’AI nella capacità di comprendere emozioni e sentimenti (83% degli intervistati), interazione sociale e comunicazione empatica (75%), etica e moralità (72%).
I più ottimisti credono che l’AI colmerà il divario con l’empatia umana, ma non prima di 15 anni.

In ogni caso, si riscontra una certa apertura verso modelli ibridi, come i servizi clienti che combinano un operatore umano con l’AI (53%), mentre una quota ridotta degli italiani (4%) dichiara di preferire un servizio clienti totalmente automatizzato.

Utile per semplificare le attività della vita quotidiana, ma meglio non condividere dati personali

Un altro tema critico riguarda la fiducia. Solo un italiano su dieci si fida a condividere dati personali con l’AI.
Analogamente, in una prospettiva di miglioramento del servizio clienti, la maggior parte (59%) preferisce aziende che puntano sulle persone rispetto all’automazione.

Oltre al tema dell’assistenza clienti, tuttavia, l’AI viene considerata uno strumento utile per semplificare alcune attività della vita quotidiana, anche in termini di sostenibilità e risparmio.
Il 61% degli intervistati infatti considera l’AI una risorsa funzionale all’ottimizzazione dei consumi, grazie al contributo di assistenti virtuali, sistemi di domotica intelligente e app di gestione energetica.

Un weekend di Pasqua da 206 milioni di euro per Milano, Monza Brianza, Lodi 

Il tempo piovoso e incerto degli ultimi mesi ha in parte frenato le prenotazioni alberghiere per il periodo di Pasqua. Tanto che secondo i dati degli imprenditori di Federalberghi Milano, il tasso d’occupazione fra il 18 e il 22 aprile per la fascia indicativa dei 4 stelle si attesta sul 70 %.

Eppure, il week end lungo di Pasqua si avvicina a 206 milioni di euro di consumi per la zona di Milano e Città metropolitana, Monza Brianza e Lodi. Secondo le stime elaborate dal Centro Studi di Confcommercio MiLoMB basate su dati Istat, della Questura di Milano e della Banca d’Italia, l’aumento è del 3,3% rispetto alla Pasqua 2024, e del 24,5% rispetto al periodo pasquale pre-Covid del 2019. 

Milano è il cuore dell’indotto turistico

La gran parte della spesa in consumi dal Centro Studi di Confcommercio è stimata su Milano e la rispettiva area metropolitana, con oltre 194 milioni di euro.
In particolare, riferisce Ansa, l’indotto generato dai consumi dei visitatori stranieri si avvicina a 121 milioni di euro, rispetto allo scorso anno in leggera crescita, ovvero, pari al +1%. Sul 2019 la distanza è molto ampia: +34%.

I consumi da parte dei visitatori italiani superano invece i 73 milioni di euro.
Complessivamente, in questi giorni di Pasqua, si stimano arrivi per 309.302 visitatori, il 40% dell’intero mese d’aprile.

Extralberghiero: picco di occupazione per il Sabato Santo del 19 aprile

La media dei prezzi stimata durante queste ultime vacanze di Pasqua è al di sotto dei 200 euro, in particolare, fra 150 e 180 euro. Nel comparto extralberghiero, secondo una elaborazione del Centro Studi di Confcommercio su dati PriceLabs, Rescasa, il picco di occupazione sarebbe avvenuto sabato 19 aprile (63%) con una successiva graduale discesa fino al 40% del 22 aprile.

I prezzi medi stimati per il comparto extralberghiero partono dai 126 euro del 18 aprile fino ai 105 euro del 22 aprile.

“L’apporto degli stranieri consolida l’attrattività del nostro territorio”

La Lombardia si conferma, dunque, una meta turistica di primo piano, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo e di generare un importante impatto economico sul territorio.

“L’apporto degli stranieri – commenta Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza -, con quasi il 60% dell’indotto complessivo, consolida l’attrattività di Milano e del nostro territorio, in particolare raffrontando i dati con il periodo pre-pandemia”.