Consumi: detassazione e tredicesime “regalano” 4 miliardi agli italiani

Dove incertezza e inflazione stanno condizionando la ripresa dei consumi, ferma a +0,4%, il taglio sulla mensilità aggiuntiva è la strada giusta per dare impulso alla ripresa. Un intervento immediatamente percepibile e dall’impatto positivo anche sulla crescita del Pil (+0,3%).

La detassazione della tredicesima sarebbe quindi un intervento che agirebbe direttamente anche sulle tasche dei lavoratori, in grado di dare respiro ai bilanci familiari, spingere i consumi e contribuire alla crescita. In particolare, il taglio di 6 miliardi dell’Irpef sulla mensilità aggiuntiva si trasformerebbe in una spinta alla spesa delle famiglie di circa 4 miliardi di euro in termini reali.
Un alleggerimento di questo tipo potrebbe invertire il trend di un autunno che si preannuncia ‘freddo’ per i consumi. A stimarlo è CER per Confesercenti.

Potere d’acquisto versus aumento delle spese primarie

Nel 2025 la crescita della spesa dovrebbe fermarsi poco sotto quota +0,4% (+3,8 miliardi), con una variazione congiunturale nulla tra il secondo e il primo semestre e un incremento tendenziale limitato allo 0,1%.
Rispetto alla stima diffusa prima dell’estate (+0,7%) si tratta di una crescita quasi dimezzata: mancano all’appello circa 3,7 miliardi di spesa delle famiglie.

A pesare, il recupero ancora troppo lento del potere d’acquisto e l’aumento del peso delle spese primarie, dalle bollette agli alimentari.
Incide, però, anche il prelievo fiscale. I dati di contabilità nazionale sul 2024 hanno delineato un aumento delle entrate correnti di 55 miliardi, di cui 21 da imposte dirette, 18 da indirette e 11,4 dai contributi.

“Recuperare parte dell’aumento del prelievo fiscale”

È una dinamica che sembra proseguire. Secondo la previsione di Confesercenti, il saldo tra entrate e spese correnti dovrebbe essere positivo anche nel 2025, con un aumento di +8 miliardi sull’anno precedente.

“I consumi interni restano il motore principale della crescita economica, soprattutto in una fase in cui le tensioni internazionali e i dazi rischiano di rallentare il commercio estero – spiega Nico Gronchi, Presidente di Confesercenti -. Per rimettere in moto la domanda però occorre rafforzare la capacità di spesa alle famiglie, recuperando parte dell’aumento del prelievo fiscale registrato nell’ultimo anno”.

“È ora di restituire qualcosa alle famiglie”

“Ci rendiamo conto che la coperta è corta e che gli obblighi europei ci impongono di uscire dalla procedura di infrazione – prosegue Gronchi -. Anche se non è quindi un tesoretto da utilizzare a piacimento, l’aumento del gettito resta però rilevante, con effetti negativi su consumi e crescita. È ora di restituire qualcosa alle famiglie. Non bastano però interventi ‘spalmati’, tradotti in 30 o 40 euro al mese, che rischiano di non essere percepiti dai consumatori e quindi di non produrre l’effetto necessario sulla fiducia e sulla spesa. Più efficace sarebbe il taglio proposto sulle tredicesime”.

Per avere un alleggerimento fiscale sostanzioso, e subito ‘visibile’ nelle buste paga, Confesercenti propone una detassazione anche di mille euro di importo. Un aiuto concreto in un momento chiave dell’anno per i consumi.

La cucina italiana supera i 250 miliardi di valore

L’Italia alla conquista del mondo, almeno per quanto riguarda l’enogastronomia. In base all’ultimo Foodservice Market Monitor 2025 di Deloitte, il comparto ha raggiunto nel 2024 un valore complessivo di 251 miliardi di euro, con una crescita del 4,5% rispetto all’anno precedente.

La tradizione gastronomica tricolore pesa oggi il 19% del mercato mondiale dei ristoranti con servizio al tavolo, con due mercati chiave – Stati Uniti e Cina – che da soli coprono oltre i due terzi della domanda internazionale. Insomma, la nostra cucina si conferma un punto di riferimento a livello globale. 

L’Italia tra i big del foodservice

All’interno della classifica globale, l’Italia si colloca al sesto posto per valore complessivo e si distingue per la solidità dei Full Service Restaurant, dove sale al quarto posto mondiale. Anche il segmento dei Quick Service Restaurant – i locali con servizio rapido e ritiro al banco – segna una decisa crescita. Nel 2024 il settore nazionale ha toccato quota 83 miliardi di euro, in aumento del 2% e ormai oltre i livelli pre-pandemia.

Nonostante la forte frammentazione del mercato, le catene stanno conquistando spazio: dal 7% del 2019 sono arrivate al 10% del totale. Il motore di questa espansione è proprio il segmento Quick Service, cresciuto del 13,3% annuo dal 2019 al 2024, quasi il doppio del ritmo globale. Come sottolinea Tommaso Nastasi, Partner di Deloitte Italia, il settore sta vivendo una fase di normalizzazione dopo la pandemia, ma continua a offrire prospettive interessanti grazie a modelli di business scalabili e a nuove abitudini di consumo.

Un trend globale 

Nel 2024 il mercato mondiale del foodservice ha raggiunto i 2.916 miliardi di euro. Il ritmo di crescita si è stabilizzato al 4,2% annuo, il doppio rispetto al periodo pre-Covid.

A trainare la ripresa è stato il Nord America, seguito dall’Europa, mentre l’Asia-Pacifico resta l’area con le migliori prospettive di sviluppo per i prossimi anni.

Oggi i consumatori sono attenti alla sostenibilità

Cambiano però le preferenze dei consumatori: cresce l’attenzione alla sostenibilità (65% disposto a pagare di più per prodotti sostenibili) e alla riduzione del consumo di carne (76% motiva la scelta con ragioni ambientali).

La ristorazione viene sempre più vissuta come luogo di socialità, soprattutto tra i giovani della Generazione Z, che frequentano ristoranti e takeout fino a quattro volte al mese.

Dove si concentrano gli investimenti 

Qualche altro dato emerso dal rapporto: oltre la metà degli operatori ha investito in automazione e digitalizzazione, mentre il 58% ha semplificato i menù per ottimizzare i costi.

Intanto, in Italia e in Europa, aumentano le operazioni di fusione e acquisizione: il focus è su format scalabili come fast food, healthy food e pizza, che da soli rappresentano il 21% delle operazioni post-pandemia.

Marketing: sono davvero i bambini a decidere gli acquisti della famiglia? 

I bambini sono oggi gli opinion leader delle scelte familiari, e non solo in Italia. I piccoli, infatti, sembrano indirizzare i consumi e non solo per ciò che li riguarda da vicino. I bambini non si limitano più a chiedere giochi o dolci al supermercato, ma influenzano anche decisioni più complesse, come la scelta di un viaggio, un dispositivo tecnologico o l’arredamento di casa.

Lo rivela l’ultima edizione dell’osservatorio “Parents” curato da Eumetra, che ha coinvolto oltre 1.800 famiglie italiane con figli fino a 11 anni, e ha messo a confronto i dati con quelli di Regno Unito e Germania.

Le famiglie italiane si stanno trasformando in nuclei sempre più partecipativi

Secondo lo studio, in Italia i bambini sono attivamente coinvolti nelle decisioni d’acquisto in quasi tutte le categorie merceologiche considerate. Il fenomeno, noto come pester power, si manifesta non solo nelle richieste dirette, ma anche attraverso una presenza emotiva che guida i genitori verso scelte condivise e pensate per il benessere dell’intera famiglia.

Come sottolinea Matteo Lucchi, CEO di Eumetra, “le famiglie italiane si stanno trasformando in nuclei sempre più partecipativi. I figli non sono più spettatori, ma attori nelle scelte quotidiane”. Non solo giochi e tempo libero, dunque: i piccoli influenzano anche cosa si mangia, quale tecnologia entra in casa e dove si va in vacanza.

Quali sono gli altri modelli europei 

In Germania, l’influenza dei bambini è più strutturata e razionale. I piccoli tedeschi hanno un ruolo centrale nelle decisioni pratiche come la spesa alimentare (63%) o le scelte tecnologiche (45%). Un coinvolgimento che riflette un modello educativo orientato all’autonomia e alla responsabilità fin dalla tenera età.

Nel Regno Unito, invece, i figli pesano soprattutto su scelte legate al gioco (75%) e alle attività ricreative (68%), con un’influenza più episodica e legata al tempo libero.

Le indicazioni utili per i brand 

Per i brand che operano nel mondo dei consumi familiari, questi dati sono un segnale chiaro: i bambini sono sempre più protagonisti. In Italia, dove il fattore emotivo è centrale, il fatto di coinvolgerli nei messaggi pubblicitari attraverso storie, influencer, video e social può fare la differenza.

Ma attenzione: la comunicazione deve essere autentica, rispettosa e coerente con il ruolo educativo degli adulti. Insomma, il potere decisionale dei più piccoli è un elemento chiave per chi parla alle famiglie. Un trend ormai strutturale, che richiede nuove strategie e massima consapevolezza.

Farmacie, non solo medicine: l’evoluzione dopo l’emergenza

Non solo luoghi dove vengono dispensati i farmaci, ma dei veri e propri centri di servizi per la salute e il benessere. Dopo l’esperienza del Covid-19, le farmacie italiane si sono affermate come presidi sanitari fondamentali sul territorio. Durante la pandemia, hanno garantito accesso a tamponi, vaccini e informazioni, svolgendo un ruolo chiave nel contenimento del virus e nell’assistenza ai cittadini.

Questa funzione, seppur emersa in un momento critico, si è oggi consolidata come parte integrante del sistema sanitario nazionale.

Un punto di riferimento per milioni di italiani

Il rapporto realizzato dal Censis con il supporto di Federfarma su un campione rappresentativo della popolazione adulta conferma l’importanza attribuita alle farmacie. Il 50% degli italiani vi si reca almeno una volta al mese, e tra gli over 64 l’abitudine è ancora più frequente.

Inoltre, sei persone su dieci dichiarano di avere una farmacia “di fiducia” alla quale si rivolgono abitualmente, a prescindere da eventuali differenze di prezzo o offerta.

Salute, prevenzione e benessere

La percezione delle farmacie si è ampliata: non vengono più viste esclusivamente come luoghi per ritirare medicinali, ma come spazi in cui ricevere consigli, servizi di prevenzione e supporto per la salute generale.

Soprattutto i più giovani stanno riscoprendo la farmacia come luogo accessibile e affidabile, apprezzandone la funzione pubblica e la disponibilità continua.

Un servizio vicino, utile e di valore

Il 90% degli italiani apprezza la presenza capillare delle farmacie sul territorio e la loro facile accessibilità. Per molti, rappresentano un sostegno irrinunciabile, soprattutto per anziani e malati cronici.

Il 92% degli intervistati ne riconosce il valore sociale, non solo in termini di assistenza sanitaria ma anche come elemento di inclusione e tutela per le fasce più fragili.

Più servizi, più richieste

I cittadini chiedono di più: test diagnostici rapidi, distribuzione dei farmaci su prescrizione della ASL, possibilità di prenotare visite, ricevere medicinali a casa e accedere a nuove vaccinazioni.

Solo un terzo, però, è a conoscenza della “farmacia dei servizi”, già in fase di sperimentazione in diverse regioni. E cresce il timore che non tutte le farmacie siano strutturalmente pronte a offrire queste prestazioni in modo uniforme.

Farmacia del futuro: come sarà?

Il 76% degli italiani guarda con favore a un rafforzamento del ruolo delle farmacie nella sanità territoriale. Per realizzare questo obiettivo, sarà necessario coordinare sforzi tra istituzioni, professionisti della salute e farmacie stesse, così da garantire un accesso equo, moderno e continuativo ai servizi essenziali per tutti i cittadini.

L’occupazione cresce, la natalità no: 5 milioni di lavoratori in meno entro il 2040?

Buone notizie oggi, ma è il futuro a preoccupare. Proprio così: il mercato del lavoro italiano ha registrato nel 2024 un risultato storico, ovvero circa 823 mila occupati in più rispetto al 2019. Un traguardo ottenuto, secondo i Consulenti del lavoro, grazie a riforme strutturali che hanno reso più efficaci gli strumenti di incrocio tra domanda e offerta e trasformato le politiche attive in strumenti proattivi, capaci di stimolare realmente l’occupazione.

Tuttavia, il quadro positivo rischia di non durare a lungo. Secondo uno studio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, riferisce Adnkronos, il declino demografico previsto nei prossimi anni potrebbe compromettere gran parte dei progressi raggiunti.

Cala la popolazione attiva: meno forza lavoro all’orizzonte

I dati elaborati sulla base delle proiezioni Istat sono chiari: entro il 2030, la popolazione tra i 15 e i 64 anni – considerata in età lavorativa – diminuirà di oltre 1,1 milioni di persone, per poi superare i 5 milioni di unità in meno entro il 2040.

Questa riduzione potrebbe creare un disallineamento strutturale tra offerta e domanda di lavoro. Da un lato, le imprese avranno ancora bisogno di manodopera, soprattutto per sostituire lavoratori in uscita per pensionamento. Dall’altro, ci sarà un numero sempre più ridotto di persone disponibili a lavorare.

Il Sud paga il conto più salato

Se il calo riguarderà quasi tutte le regioni, il Mezzogiorno sarà l’area più colpita. Entro il 2030, la popolazione in età attiva calerà dell’8,1% in Basilicata, del 7,8% in Sardegna e del 6,6% in Calabria. Seguono Puglia (-6,4%), Campania e Sicilia (-6%). In controtendenza solo Lombardia ed Emilia-Romagna, dove si prevede una maggiore tenuta demografica.

Anche a livello provinciale, le stime preoccupano: Nuoro, Potenza, Enna, Caltanissetta e Oristano potrebbero perdere tra il 9,5% e il 9,7% della loro popolazione lavorativa entro il 2040.

Il futuro? Va pianificato oggi

L’Italia dovrà affrontare un bivio: intervenire subito per valorizzare il capitale umano disponibile, oppure ritrovarsi a corto di lavoratori in un’economia che, almeno sulla carta, continuerà a offrire posti da coprire. La sfida è demografica, ma le soluzioni dovranno essere soprattutto politiche.

Un weekend di Pasqua da 206 milioni di euro per Milano, Monza Brianza, Lodi 

Il tempo piovoso e incerto degli ultimi mesi ha in parte frenato le prenotazioni alberghiere per il periodo di Pasqua. Tanto che secondo i dati degli imprenditori di Federalberghi Milano, il tasso d’occupazione fra il 18 e il 22 aprile per la fascia indicativa dei 4 stelle si attesta sul 70 %.

Eppure, il week end lungo di Pasqua si avvicina a 206 milioni di euro di consumi per la zona di Milano e Città metropolitana, Monza Brianza e Lodi. Secondo le stime elaborate dal Centro Studi di Confcommercio MiLoMB basate su dati Istat, della Questura di Milano e della Banca d’Italia, l’aumento è del 3,3% rispetto alla Pasqua 2024, e del 24,5% rispetto al periodo pasquale pre-Covid del 2019. 

Milano è il cuore dell’indotto turistico

La gran parte della spesa in consumi dal Centro Studi di Confcommercio è stimata su Milano e la rispettiva area metropolitana, con oltre 194 milioni di euro.
In particolare, riferisce Ansa, l’indotto generato dai consumi dei visitatori stranieri si avvicina a 121 milioni di euro, rispetto allo scorso anno in leggera crescita, ovvero, pari al +1%. Sul 2019 la distanza è molto ampia: +34%.

I consumi da parte dei visitatori italiani superano invece i 73 milioni di euro.
Complessivamente, in questi giorni di Pasqua, si stimano arrivi per 309.302 visitatori, il 40% dell’intero mese d’aprile.

Extralberghiero: picco di occupazione per il Sabato Santo del 19 aprile

La media dei prezzi stimata durante queste ultime vacanze di Pasqua è al di sotto dei 200 euro, in particolare, fra 150 e 180 euro. Nel comparto extralberghiero, secondo una elaborazione del Centro Studi di Confcommercio su dati PriceLabs, Rescasa, il picco di occupazione sarebbe avvenuto sabato 19 aprile (63%) con una successiva graduale discesa fino al 40% del 22 aprile.

I prezzi medi stimati per il comparto extralberghiero partono dai 126 euro del 18 aprile fino ai 105 euro del 22 aprile.

“L’apporto degli stranieri consolida l’attrattività del nostro territorio”

La Lombardia si conferma, dunque, una meta turistica di primo piano, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo e di generare un importante impatto economico sul territorio.

“L’apporto degli stranieri – commenta Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza -, con quasi il 60% dell’indotto complessivo, consolida l’attrattività di Milano e del nostro territorio, in particolare raffrontando i dati con il periodo pre-pandemia”.

Italia Generativa 2024: l’imprenditoria italiana è ancora vitale?

Il Rapporto Italia Generativa 2024, curato dal Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies (ARC) dell’Università Cattolica e promosso da Fondazione Poetica per la Generatività Sociale, si interroga su una questione importantissima: la forza imprenditoriale in Italia è ancora viva o sta perdendo energia?

Presentato a Roma presso Unioncamere, con la partecipazione di studiosi ed esperti come Mauro Magatti, Patrizia Cappelletti e Andrea Prete, lo studio analizza in profondità lo stato attuale e futuro della capacità di “fare impresa” in Italia.

Un patrimonio da rinnovare

Il rapporto mette in luce le qualità distintive del modello imprenditoriale italiano – creatività, resilienza, radicamento locale – che oggi rischiano però di diventare inefficaci se non aggiornate.
Il problema non è la dimensione aziendale, ma l’incapacità di tradurre i valori originari in modelli moderni, scalabili e sostenibili.

Transizione digitale e passaggio generazionale gli step necessari

Le due grandi trasformazioni in corso – digitale e generazionale – sono al centro dell’analisi.
È fondamentale che la tecnologia venga integrata senza sostituire l’umano, e che le nuove generazioni possano raccogliere l’eredità imprenditoriale senza disperdere la memoria storica delle imprese familiari.

Le condizioni per rilanciare l’intrapresa

Sono tre le azioni chiave emergono dal rapporto, La prima è che formazione e impresa devono cooperare per sviluppare competenze ibride, unendo sapere tecnico e cultura umanistica.
La seconda evidenzia la necessità di ecosistemi territoriali che incentivino sperimentazione e innovazione locale.
Infine, è urgente una finanza “paziente”, che sostenga idee originali e visioni a lungo termine.

Giovani e nuovi attori: un capitale da valorizzare

Secondo Magatti, giovani, donne e migranti sono le nuove energie imprenditoriali da sostenere. Ma ostacoli come burocrazia, accesso al credito e carenze formative frenano il potenziale innovativo.

Andrea Prete, presidente di Unioncamere, richiama l’attenzione sull’urgenza di rilanciare le imprese giovanili: l’80% dei ragazzi considera difficile aprire una propria attività.

Una visione generativa per il futuro

Il modello proposto dal Rapporto si fonda sulla Generatività Sociale, un approccio che mette al centro processi trasformativi e valore condiviso, andando oltre le logiche economiche tradizionali.
L’obiettivo è chiaro: un’Italia capace di creare valore senza rinunciare alla propria anima, dove bellezza, innovazione e comunità possano convivere.

Multe stradali: le città italiane con i maggiori incassi nel 2024

Nel 2024, Milano, Roma, Firenze e Torino sono stati i comuni italiani con i più alti introiti derivanti da multe e sanzioni per infrazioni al Codice della Strada.

Secondo un’analisi condotta da Facile.it sui dati Siope, il sistema che registra le operazioni finanziarie degli enti pubblici, gli incassi complessivi delle amministrazioni comunali italiane hanno superato 1,7 miliardi di euro, segnando un aumento del 10% rispetto all’anno precedente.

Milano e Roma le più “tartassate” 

Milano si conferma al primo posto con oltre 204 milioni di euro incassati nel 2024, seguita da Roma con 145,8 milioni di euro. Al terzo posto troviamo Firenze, che ha registrato 61,6 milioni di euro, mentre Torino si colloca appena dietro con 61,2 milioni di euro.

Scorrendo la classifica, Napoli si posiziona al quinto posto con 42,9 milioni di euro, seguita da Genova (36,7 milioni di euro) e Bologna (27,7 milioni di euro). Completano la top 10 Verona, Padova e Palermo. Complessivamente, le prime dieci città italiane per incassi da multe stradali hanno raccolto quasi 650 milioni di euro, ossia più di un terzo dell’intero importo registrato a livello nazionale.

Multe pro capite: Siena in testa

Nei centri urbani più popolosi è prevedibile un numero elevato di sanzioni, ma qual è la situazione se si rapportano gli incassi al numero di abitanti? L’analisi di Facile.it ha calcolato l’importo medio delle multe pro capite, evidenziando che nel 2024 Siena si posiziona al primo posto con un valore di 171,5 euro per abitante. Al secondo posto troviamo Firenze, che scende dalla vetta con un valore di 170 euro. Milano si classifica terza con 149,10 euro pro capite, in netto aumento rispetto ai 107 euro del 2023.

Padova si attesta al quarto posto con un valore di 111,30 euro pro capite, mentre Verona chiude la top 5 con una media di 92,40 euro per abitante.

I piccoli comuni con più contravvenzioni 

Anche i comuni con meno di 1.000 abitanti hanno registrato incassi importanti dalle multe. Carrodano (La Spezia) guida la classifica con 807.000 euro di sanzioni su una popolazione di appena 465 abitanti.

Colle Santa Lucia (Belluno) segue con 671.000 euro, mentre Poggio San Lorenzo (Rieti) si posiziona terzo con 397.000 euro.
Rocca Pia (L’Aquila) e Calto (Rovigo) completano la top 5 con incassi rispettivamente di 281.000 euro e 278.000 euro.

Però calano i costi delle assicurazioni

Una buona notizia arriva però dal settore assicurativo: secondo l’osservatorio RC Auto di Facile.it, a febbraio 2025 il costo medio di un’assicurazione per un veicolo a quattro ruote è sceso a 633,45 euro, con un calo del 3,09% rispetto allo stesso mese del 2024.

Turismo: innovazione digitale, esperienze e nuove modalità di pagamento ridisegnano il mercato

Il settore turistico italiano ha completato la ripresa post-pandemia e si avvia verso una fase di consolidamento. Nel 2024, il comparto dell’ospitalità ha registrato un aumento del 5%, mentre il settore dei trasporti ha segnato un incremento del 10%, grazie alla forte domanda di viaggi aerei.

L’innovazione digitale, la crescente attenzione per le esperienze e nuove modalità di pagamento stanno ridisegnando il mercato. I dati emergono dalla ricerca dell’Osservatorio Travel Innovation del Politecnico di Milano.

Ospitalità: il ruolo della domanda internazionale

Il mercato dell’ospitalità ha raggiunto un valore complessivo di 37,8 miliardi di euro, con una crescita più moderata rispetto agli anni precedenti. Il turismo domestico ha risentito dell’impatto dell’inflazione, mentre i flussi internazionali hanno continuato a sostenere il settore.

Anche il canale digitale si è stabilizzato: per la prima volta, la crescita dell’eCommerce turistico (+5%) è in linea con quella del mercato generale. Le prenotazioni dirette online continuano a guadagnare terreno rispetto a quelle intermediate, segnando un aumento di 15 punti percentuali rispetto al 2019.

Trasporti: aumento dei passeggeri e spostamento verso il digitale

Il settore dei trasporti ha raggiunto un valore di 26,3 miliardi di euro, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. Il traffico aereo ha registrato una crescita dell’11%, trainato da un aumento significativo della domanda.

L’eCommerce dei trasporti ha registrato una crescita del 12%, segnalando una crescente preferenza per l’acquisto digitale di biglietti e servizi. L’85% delle transazioni online avviene oggi tramite i canali diretti delle compagnie di trasporto, riducendo il ruolo degli intermediari.

Viaggi organizzati e business travel: ritorno ai livelli pre-pandemia

Dopo un periodo di difficoltà, il segmento dei tour operator ha finalmente superato i valori del 2019, registrando una crescita del 9%, in linea con le performance delle agenzie di viaggio. Anche il business travel ha raggiunto una nuova stabilità: la spesa delle imprese italiane per le trasferte di lavoro ha toccato i 22 miliardi di euro, con un calo del costo medio per viaggio.

Le nuove tendenze

L’esperienza di viaggio è sempre più determinante nelle scelte dei turisti: l’80% dei viaggiatori considera le attività culturali o all’aria aperta un elemento chiave nella selezione della destinazione.
La digitalizzazione sta rivoluzionando il settore: il 15% dei viaggiatori utilizza strumenti di intelligenza artificiale per pianificare i propri itinerari. Le agenzie di viaggio stanno adottando l’AI a un ritmo più rapido rispetto alle strutture ricettive, con il 29% che ha avviato sperimentazioni in questo ambito.

Sul fronte dei pagamenti, cresce la richiesta di flessibilità: il 51% degli italiani sceglie strutture con politiche di cancellazione e modifica, mentre il 18% considera essenziale la possibilità di pagamenti rateali. Questo trend sta spingendo le agenzie di viaggio ad adottare il modello “buy now, pay later” più rapidamente rispetto agli hotel.
Il turismo italiano continua a evolversi, con un mercato che, pur crescendo a ritmi più lenti, sta investendo in innovazione e rispondendo alle nuove esigenze dei viaggiatori.

Dove si vive meglio in Italia? A Bergamo

Bergamo è stata proclamata la città italiana con la migliore qualità della vita secondo la 35ª edizione dell’indagine “Qualità della Vita” del Sole 24 Ore. Per la prima volta al vertice della classifica generale, la provincia lombarda ha beneficiato di una costante crescita negli ultimi anni, consolidata anche dal recente riconoscimento nell’Indice di Sportività 2024.

Sul podio seguono Trento e Bolzano, protagoniste storiche di questa indagine, mentre all’ultimo posto si trova Reggio Calabria, che rappresenta un Mezzogiorno ancora penalizzato, con tutte le ultime 25 posizioni occupate da province del Sud Italia.

Le grandi città perdono terreno

Le metropoli italiane registrano un diffuso arretramento nella graduatoria. Milano perde quattro posizioni e si piazza al 12º posto, pur confermandosi leader nella categoria Affari e lavoro. Roma crolla di 24 posizioni, fermandosi al 59º posto, e Napoli scivola al penultimo gradino della classifica.

Anche Firenze, al 36º posto, subisce una brusca discesa di 30 posizioni rispetto al 2023, nonostante guidi l’indice specifico dedicato alla qualità della vita delle donne. Torino registra un calo simile, retrocedendo di 22 posizioni e collocandosi appena sopra Roma. Tra le poche città in miglioramento spicca Bari, che avanza di quattro posizioni raggiungendo il 65º posto.

Nuovi indicatori

Il calo delle grandi aree urbane può essere spiegato dall’introduzione di nuovi parametri nell’indagine, come la disuguaglianza dei redditi e il numero di mensilità necessarie per acquistare una casa, inclusi nella categoria Ricchezza e consumi.

A questi si aggiungono i segnali di rallentamento di indicatori economici tradizionali, come il PIL pro capite, che mostra una crescita maggiore nelle province meridionali, rimescolando ulteriormente le posizioni in classifica.

Le eccellenze provinciali

La classifica fotografa un’Italia in cui le medie province risultano essere le vere protagoniste. Bergamo è in pole position nella classifica generale, seguita da Trento e Bolzano, mentre Monza e Brianza si posiziona al quarto posto. Cremona, Udine (vincitrice dello scorso anno), Verona e Vicenza occupano altre posizioni di rilievo, con Bologna al nono posto come unica grande città nella top ten.

Anche Brescia, Bolzano, Ascoli Piceno e Trieste si distinguono nelle diverse categorie che valutano ricchezza, lavoro, servizi, salute, sicurezza e cultura.

Quest’anno lo studio ha incluso 90 indicatori, di cui 27 nuovi, come i rischi ambientali e gli omicidi, affiancati a parametri tradizionali come i depositi bancari e la raccolta differenziata. Questo approccio offre un quadro completo della qualità della vita nelle province italiane, evidenziando le fragilità delle grandi città e la crescente centralità delle province di medie dimensioni.