Città Intelligente, cresce l’interesse dei comuni italiani

Negli ultimi tre anni, quasi un comune italiano su tre, il 28%, ha avviato almeno un progetto di Smart City. Percentuale che sale al 50% nei comuni con oltre 15mila abitanti. Ma la percentuale è destinata a crescere ancora nel prossimo triennio, con il 33% dei comuni che vuole investire nelle città intelligenti entro il 2024. Anche sulla spinta del PNRR, che prevede oltre 10 miliardi di finanziamenti dedicati all’interno delle diverse missioni. Insomma, da parte dei comuni italiani cresce l’interesse per la Città Intelligente. Lo conferma la ricerca dell’Osservatorio Smart City della School of Management del Politecnico di Milano.

I progetti non sono più semplici sperimentazioni

Metà dei progetti di Smart City in Italia si trova in fase esecutiva: nel 2020 erano solo 1 su 4, segnale di un consolidamento delle soluzioni, che non sono più semplici sperimentazioni. I progetti attivi riguardano in maggioranza la sicurezza e il controllo del territorio (58% di quelli censiti), la smart mobility (57%) e l’illuminazione pubblica (56%). A fronte di questo aumento di interesse, restano però barriere che fanno sì che il potenziale di questa rivoluzione sia colto solo in parte. I principali ostacoli riscontrati nella realizzazione di progetti smart per la città sono la mancanza di competenze, che interessa il 47% dei comuni italiani, e la mancanza di risorse economiche (43%), mentre hanno un peso inferiore le complessità burocratiche (24%), le difficoltà di coordinamento con altri attori (14%), e le resistenze interne al comune (9%).

Grazie al PNRR, più digitalizzazione e infrastrutture sostenibili

La maggioranza delle amministrazioni comunali (69%) è pronta a ricorrere ai fondi del PNRR per la Smart City, investendo soprattutto in interventi di digitalizzazione e innovazione (76%), infrastrutture sostenibili (61%) e transizione ecologica (56%). I fondi di certo non mancano. Secondo la stima dall’Osservatorio, i finanziamenti dedicati alle città intelligenti superano i 10 miliardi di euro. In dettaglio, nella Missione 2 sono previsti interventi per lo sviluppo di un trasporto pubblico locale più sostenibile, il rafforzamento della mobilità ciclistica, il trasporto rapido di massa e le infrastrutture di ricarica elettrica.

Smart Building e Smart Metering

Progetti di Smart City, in particolare di Smart Building, rientrano anche nei fondi stanziati per l’efficienza energetica e la riqualificazione di edifici pubblici, come scuole, sedi giudiziarie e unità abitative pubbliche, in cui tecnologie IoT e di Smart Metering saranno impiegate per ridurre i relativi consumi energetici. La Missione 5 prevede inoltre lo sviluppo di piani urbani integrati, che prevedono progetti di rigenerazione urbana con l’obiettivo di trasformare territori vulnerabili in città smart e sostenibili.

Contratti collettivi, sono 34 quelli in attesa di rinnovo

Tra le varie analisi condotte dall’Istat, l’Istituto nazionale di Statistica, c’è anche quello che riguarda lo stato dell’arte dei contratti collettivi nel nostro Paese. Quello che emerge è un quadro con luci e ombre, con tempi di attesa decisamente lunghi per i rinnovi e preoccupazioni legate all’attuale situazione economica. Sostanzialmente, spiega una nota dell’Istat, l’aumento della spinta inflazionistica nel 2022 “porterebbe a una perdita di potere d’acquisto valutabile in quasi cinque punti percentuali”.

Contratti e dipendenti

Le ultimi rilevazioni si riferiscono al primo trimestre di quest’anno. Alla fine di marzo 2022, i 39 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica riguardano il 44,6% dei dipendenti – circa 5,5 milioni di persone– e corrispondono al 45,7% del monte retributivo complessivo. Nel corso del primo trimestre 2022 sono stati recepiti cinque contratti. Si tratti di quelli riferiti a scuola privata religiosa, cemento, calce e gesso, edilizia, mobilità – attività ferroviarie e Rai. I contratti che, a fine marzo 2022, sono in attesa di rinnovo salgono a 34 e coinvolgono circa 6,8 milioni di dipendenti, il 55,4% del totale. Si tratta di un numero decisamente importante di contratti ancora in stand-by.

Tempi e retribuzioni

Tra le voci più negative dello scenario analizzato dall’Istat  spicca invece il tempo medio del rinnovo dei contratti, che si è allargato e anche di molto. Come riporta la nota dell’Istituto, il tempo medio di attesa di rinnovo per i lavoratori con contratto scaduto, tra marzo 2021 e marzo 2022, è aumentato da 22,6 a 30,8 mesi, mentre per fortuna diminuisce lievemente per il totale dei dipendenti (da 17,7 a 17,0 mesi). Qualche segnale ottimistico, anche se di lievissima entità, arriva dall’andamento delle retribuzioni, anche se si tratta di una crescita resta contenuta. La retribuzione oraria media nel periodo gennaio-marzo 2022 è dello 0,6% più elevata rispetto allo stesso periodo del 2021. L’indice delle retribuzioni contrattuali orarie a marzo 2022 segna un aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,7% rispetto a marzo 2021. In particolare, l’aumento tendenziale è stato dell’1,6% per i dipendenti dell’industria, dello 0,4% per quelli dei servizi privati ed è stato nullo per i lavoratori della pubblica amministrazione. I settori che presentano gli aumenti tendenziali più elevati sono quelli delle farmacie private (+3,9%), dell’edilizia (+3,3%), delle telecomunicazioni (+2,5%) e del legno, carta e stampa (+2,3%). L’incremento è invece nullo per il commercio, i servizi di informazione e comunicazione, il credito e assicurazioni e la pubblica amministrazione.

I valori del post pandemia: ambiente, famiglia e senso civico

Quali sono gli aspetti importanti della vita nel post pandemia? Salute, famiglia, amore e vita affettiva, qualità dell’ambiente in cui si vive, sicurezza per il futuro, lavoro, ordine e rispetto delle leggi, amicizia e impegno in favore dell’ambiente. A illustrare quali valori sono più importanti per gli italiani nel post pandemia è l’edizione 2022 di Civicness, l’appuntamento biennale con l’Osservatorio sul senso civico degli italiani di Comieco (Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica), in collaborazione con Ipsos. Questa edizione dell’Osservatorio restituisce l’immagine di una società che dopo due anni di emergenza sanitaria torna a rivolgersi alle certezze della sfera privata. Ma ciò che preoccupa dell’eredità del Covid è un peggioramento generalizzato di alcuni indicatori del senso civico, con un calo di fiducia nella classe politica ma anche della tolleranza.

Maggiore consapevolezza dell’impegno collettivo

A bilanciare il fenomeno, l’Osservatorio da un lato conferma una stabile sensibilità verso l’ambiente, dall’altro, mostra una maggiore consapevolezza dell’impegno collettivo, che passa dal 49% pre-pandemia al 62%. È significativo, inoltre, che le violazioni del distanziamento sociale siano ai primi posti nella lista dei comportamenti considerati inaccettabili, ma che allo stesso tempo, al rispetto delle restrizioni si accompagni la convinzione che le altre persone le rispettino solo perché obbligate e non perché autenticamente persuase della loro utilità.

La classifica dei comportamenti ritenuti inaccettabili 

“Ai primi posti dei comportamenti ritenuti inaccettabili – ha spiegato il presidente di Ipsos, Nando Pagnoncelli – sono stati rilevati l’abbandonare i rifiuti in un luogo pubblico, danneggiare i beni pubblici, utilizzare un Green pass falsificato, uscire di casa quando si è positivi al Covid”.
Nel gradino più accettabile dei comportamenti si colloca invece avere rapporti sessuali senza essere sposati. Al contempo, torna a crescere il cosiddetto familismo amorale: per il 26% degli intervistati la principale responsabilità della persona è verso la propria famiglia e i propri figli, e non verso la collettività.

Si rivaluta la figura del Presidente della Repubblica

La famiglia si conferma come il principale contesto formativo del senso civico degli italiani, riporta Ansa. Ma se gli italiani vedono una matrice individuale nel proprio senso civico, nella loro visione è parimenti importante anche l’appartenenza territoriale, che li definisce a livello valoriale. Per quanto riguarda l’influenza delle istituzioni, la scuola resta saldamente al primo posto nell’alimentare la civicness. Rispetto al 2020 emergono la rivalutazione della figura del Presidente della Repubblica (per il 53% un’istituzione fondamentale per lo stimolo al senso civico degli italiani), e il contemporaneo arretramento dei mezzi di informazione (radio, televisione) e del governo.

Parità di genere nelle aziende italiane: il futuro è donna?

Anche se oggi al vertice di molte istituzioni ci sono delle donne, nella normale routine delle aziende non è sempre così. Se con l’entrata in vigore della Legge Golfo-Mosca del 2011 si è prodotto un incremento della presenza femminile negli organi di amministrazione delle società quotate (dal 7,4% del 2011 al 36,5% del 2019) e negli organi di controllo (dal 6,5% al 38,8%), solo l’1,7% delle donne ricopre il ruolo di AD nelle società quotate e solo lo 0,7% nelle banche. E negli ultimi due anni, complice la crisi economica legata alla pandemia, il divario di genere nel mondo del lavoro è cresciuto ulteriormente. Dalla recente indagine effettuata da EY con SWG emergono dati su cui riflettere. La ricerca evidenzia per esempio come l’obiettivo della parità di genere nei ruoli dirigenziali sia tutt’altro che semplice da raggiungere nel breve termine: per il 35% delle dirigenti intervistate ci vorranno più di 10 anni, mentre per il 16% sarà del tutto irraggiungibile. Come se non bastasse, la metà delle lavoratrici intervistate ritiene presente uno squilibrio nella possibilità di carriera e di compensi rispetto ai colleghi uomini. 

Ancora squilibri di genere

Un quadro della situazione attuale delle aziende italiane su temi come leadership femminile e ruolo delle donne emerge dalla ricerca EY e SWG effettuata a febbraio 2022. Si tratta di un’indagine quantitativa condotta mediante una rilevazione online con il metodo CAWI (Computer Assisted Web Interview) su tre diversi target di riferimento: 514 donne lavoratrici di età tra 30 e 50 anni; 104 donne impiegate come dirigenti, manager, imprenditrici e quadri; 103 uomini impiegati come dirigenti, manager, imprenditori e quadri. Rispetto al vissuto nel contesto lavorativo emergono forti squilibri di genere con una decisa penalizzazione delle donne. In particolare, il 30% delle lavoratrici tra 30 e 50 anni afferma che la posizione professionale occupata non è in linea con le proprie competenze e aspettative, mentre il 40% ritiene che la propria retribuzione non sia adeguata al lavoro svolto. Inoltre, il 52% dichiara che nella propria azienda uomini e donne non hanno le stesse opportunità di fare carriera. A supporto dei dati appena citati, emerge che nella percezione sia delle lavoratrici che dei dirigenti (donne e uomini) interpellati, solo in un terzo delle aziende è presente una parità di genere per quanto riguarda i ruoli dirigenziali e laddove le donne occupino ruoli dirigenziali, si trovano a gestire una quantità di risorse inferiori rispetto ai colleghi. Un altro dato significativo circa le difficoltà con cui si devono misurare le lavoratrici riguarda la maternità: oltre la metà delle intervistate ha dichiarato di aver ricevuto durante il primo colloquio di lavoro domande sul fatto di avere figli o di volerne in futuro. Dunque, la maternità appare ancora un elemento di ostacolo nei percorsi di ingresso nel mondo del lavoro e nella possibilità di fare carriera. 

Un buon leader non è legato al genere

E’ interessante però notare che la percezione generalizzata sul fatto che le caratteristiche di un buon leader non siano legate al genere. Il 75% dei dirigenti intervistati, infatti, ritiene che un’azienda con una leadership più equilibrata tra uomini e donne conduca a risultati più performanti. Tra le motivazioni alla base della minore diffusione della leadership femminile, appare definitivamente tramontato il luogo comune che fare carriera non rientri tra i desideri delle donne. Una volontà di carriera però spesso rallentata principalmente da due fattori: predominanza maschile nei ruoli chiave con ridotte possibilità di affermazione per le donne (indicata dal 75% delle lavoratrici) e difficoltà a conciliare lavoro e famiglia o attività di cura (indicata dal 84% delle lavoratrici). Emerge inoltre con decisione, sia tra le lavoratrici che tra le dirigenti, il gradimento per una legge che renda vincolante per le aziende raggiungere obiettivi di identità di genere. A livello di iniziative per ridurre il gender gap, nella percezione degli intervistati risultano ancora poche le aziende italiane che si sono dotate di un struttura organizzativa ad hoc per affrontare temi come gender equality e inclusione. Nello specifico, il 68% delle aziende non è dotato di una struttura ad hoc che si occupi di inclusione e solo il 21% ha previsto di crearne una prossimamente.  In particolare risultano mancare soprattutto le strutture in favore di un corretto equilibrio tra lavoro e famiglia, oltre a sistemi per la misurazione della gender equality. Un dato che fa particolarmente riflettere è quello sulla diversa percezione tra dirigenti uomini e donne in fatto di effettiva equità nel trattamento: per il 76% dei dirigenti uomini c’è parità di trattamento, contro il 50 % dei dirigenti donne.

Per i manager il PNRR è un’occasione unica per rilanciare l’Italia

L’83% dei manager italiani ne è convinto: il PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è un’occasione unica per modernizzare e rilanciare il Paese dopo gli anni di crisi sanitaria. Secondo i dati della survey condotta da EY e Swg sul sentiment e la fiducia sull’impatto del Recovery Plan, anche la riforma fiscale riveste un ruolo strategico: popolazione e manager sono infatti allineati nel ritenere il sistema di oggi poco efficace, equo ed efficiente. Secondo l’85% dei manager e l’83% della popolazione, la complessità del sistema fiscale italiano è infatti un ostacolo alla competitività internazionale delle imprese, e secondo l’86% dei manager, la sua complessità ostacola l’ingresso di investimenti esteri. In ogni caso, emerge una certa fiducia nei confronti dell’azione svolta dal Governo (70%), ma per quasi il 40% dei manager l’importanza attribuita al PNRR rischia di mettere in secondo piano altre priorità per il futuro del Paese.

Scetticismo generale sullo stato dell’attuazione del Piano

Un’ampia quota della popolazione e 1/3 dei manager intervistati affermano però di non conoscere o comprendere i vari aspetti del Piano in maniera adeguata. In relazione al raggiungimento degli scopi previsti, oltre un terzo degli intervistati (34% popolazione e 36% manager) indica che gli obiettivi a oggi conseguiti con il PNRR sono inferiori rispetto a quanto concordato in sede europea, suggerendo un certo scetticismo generale sullo stato della sua attuazione. Quanto alle riforme percepite più importanti tra quelle previste dal Piano, vi sono la realizzazione delle infrastrutture tecnologiche (50%), le riforme della PA (48%) e della giustizia amministrativa (oltre il 30%), e quelle del fisco e della giustizia civile (32%).

La riforma del sistema fiscale

Le aspettative legate a una riforma del sistema più equo ed efficiente vanno innanzitutto nella direzione di una maggiore stabilità della normativa. Sono soprattutto i manager a chiedere maggiore stabilità (85%), limitando il ricorso a decretazioni d’urgenza evitandone la retroattività (69%), ma anche coinvolgendo le parti sociali nelle discussioni (58%), e mettendo a disposizione personale più competente (54%). Solo poco più del 30% dei manager ritiene però che il processo di riforma in atto sia vicino alle esigenze delle imprese, e ancora meno (28%) reputa che favorisca la competitività delle imprese italiane.

L’impatto positivo di ecobonus e incentivi

Sul fronte degli incentivi fiscali implementati negli ultimi anni, si registra un riconoscimento unanime del loro impatto positivo. Circa l’80% degli intervistati tra manager e popolazione riconosce che questo sistema ha portato vantaggi alle città, alle imprese e ai consumatori. Tuttavia, è altrettanto forte l’importanza di meccanismi di controllo mirati per evitare abusi e non ostacolare i sistemi economici da premiare. Questo appare evidente soprattutto dalle valutazioni relative all’ecobonus, dove se da un lato è ampio l’accordo sui benefici che ha prodotto (oltre 70%) dall’altro è evidente la percezione che abbia creato una serie di distorsioni del mercato (83% manager), e di problemi di gestione. Anche a causa di linee guida emesse in ritardo, e a tratti poco coerenti (80%).

Nel 2021 lo smart working è adottato da quasi il 40% delle aziende

Negli ultimi due anni il lavoro agile si è rivelato uno strumento indispensabile per affrontare la crisi da Covid-19. Grazie allo smart working le imprese sono diventata più competitive e hanno innovato prodotti e servizi migliorando la marginalità. Rispetto al periodo pre-Covid, il 23,4% delle imprese ha cambiato l’organizzazione dei processi di produzione e vendita, il 20,2% ha avviato la produzione di nuovi beni o servizi, il 9,6% ha dismesso linee di produzione ritenute non più interessanti. E nel 2021 il 39,2% delle imprese ha continuato a utilizzare lo smart working. Sono alcune evidenze emerse dalla ricerca La Vita Agile, realizzata da MeglioQuesto e Tecnè, con l’obiettivo di misurare l’apprezzamento dello smart working in Italia.

Nel 2021 il 28,9% degli addetti lavora da remoto

Dalla ricerca risulta come nel 2020, per fronteggiare l’emergenza sanitaria e la conseguente crisi economica, il 56% delle imprese del campione abbia fatto ricorso al lavoro agile rispetto al 15,6% che ha invece utilizzato la cassa integrazione, il 12,2% che ha ridotto l’orario di lavoro dei dipendenti e il 4% che ha tagliato il numero di addetti. Finita la fase più acuta della pandemia, nel 2021 il 39,2% delle imprese ha continuato a utilizzare lo smart working, coinvolgendo nel lavoro da remoto il 28,9% degli addetti.

Apprezzato anche dai lavoratori

Per il 76,5% delle imprese, il rapporto tra azienda e lavoratori non ha subito sostanziali modifiche. Solo il 4,4% dei lavoratori impegnati nel lavoro da remoto non si è recato mai in azienda, mentre il 74,4% vi si reca almeno una volta al mese, e il 66,7% va sul posto di lavoro 1-2 volte a settimana. In larga misura i lavoratori apprezzano lo smart working. L’81% del campione apprezza il risparmio sui costi di spostamento, il 73% perché si evitano i pasti fuori casa, e il 52,2% per la migliore conciliazione dei tempi di vita familiari. Infine, per il 52,9% perché migliora la produttività, riporta Adnkronos.

Prendono forma nuovi paradigmi produttivi

“Dalla seconda metà del 2021 – commenta Carlo Buttaroni, presidente di Tecnè – sembrano prendere forma nuovi paradigmi produttivi: l’utilizzo dello smart working sta cambiando le aziende, oltre ad aver cambiato la vita di milioni di italiani”. E secondo Felice Saladini, ceo di MeglioQuesto, “è cambiata l’organizzazione del lavoro: oggi abbiamo una visione più comunitaria e meno gerarchica. Abbiamo riscoperto il valore della fiducia della formazione e l’importanza del dialogo sociale”.

Covid: le città italiane non sono diventate più green 

Se alcune città europee hanno reagito al Covid-19 ripensando la mobilità urbana e accelerando la transizione ecologica in Italia sono stati compiuti quasi solo passi indietro. E il traguardo verso una mobilità a emissioni zero entro il 2030 sembra essere ancora molto lontano. Lo rivela il rapporto Pan-European City Rating and Ranking on Urban Mobility for Liveable Cities, pubblicato dalla Clean Cities Campaign, una coalizione di organizzazioni che chiedono ai sindaci delle città europee impegni concreti la riduzione delle emissioni e del traffico urbano. Il City Ranking ha analizzato 36 città in 16 paesi europei, classificandole sulla base dello stato della mobilità urbana e della qualità dell’aria.

Napoli ultima per mobilità urbana e qualità dell’aria

Tra le variabili considerate, lo spazio urbano dedicato a pedoni e biciclette, i livelli di sicurezza per pedoni e ciclisti sulle strade urbane, quelli di congestione del traffico urbano, l’accessibilità ed economicità del trasporto pubblico locale, l’infrastruttura per la ricarica dei veicoli elettrici, le politiche di riduzione di traffico e veicoli inquinanti, e l’offerta di servizi di sharing mobility. Risultato? Le quattro città italiane analizzate sono tutte nella parte bassa della classifica: Milano al 20° posto, Torino al 23°, Roma al 32°, e Napoli, ultima in classifica, al 36° posto. Il primo posto è stato conquistato da Oslo, seguita da Amsterdam, Helsinki e Copenaghen.

In Italia la sfida green non è stata raccolta

Nessuna delle 36 città può però dirsi soddisfatta: un punteggio inferiore al 100% indica che si sta facendo troppo poco, e i punteggi vanno dal 71,5% di Oslo al 37,8% di Napoli.
“Le città italiane potevano uscire dalla pandemia trasformate in meglio: meno inquinamento dell’aria, meno auto in circolazione, più bici e trasporto pubblico. Purtroppo non hanno raccolto la sfida e spesso hanno fatto addirittura passi indietro – afferma Claudio Magliulo, responsabile della campagna Clean Cities in Italia -. Altre città europee, invece, hanno dimostrato che si può reinventare lo spazio urbano nel tempo di una stagione: Parigi ad esempio ha investito nella riduzione drastica del traffico veicolare e nella promozione della mobilità pedonale e ciclistica”, strappando a Stoccolma il 5° posto in classifica e tallonando le altre capitali scandinave.

I sindaci dovranno dimostrare più coraggio e lungimiranza

Una mobilità non sostenibile significa anche congestione urbana e inquinamento dell’aria, riporta Adnkronos. “Le città italiane sono tra le più inquinate e congestionate d’Europa – aggiunge il responsabile di Clean Cities Italia -. Non si tratta di un incidente di percorso, ma del prodotto di decenni di centralità dell’auto e di dipendenza dai combustibili fossili. Abbiamo progettato le nostre città, e le abbiamo modificate negli anni, con in mente l’automobile È il momento di invertire questo paradigma, ripensando lo spazio urbano e la mobilità, a favore degli spostamenti a piedi, in bici e con i mezzi pubblici o di sharing mobility. Ma per farlo, e rapidamente, i sindaci italiani dovranno dimostrare più coraggio e lungimiranza”.

Per il 90% degli italiani l’agricoltura è il motore della sostenibilità

La sostenibilità ambientale e delle comunità resta per il 95,5% degli italiani una priorità, e per il 90,6% è l’agricoltura il motore della sostenibilità ambientale. Agricoltura e sostenibilità sono strettamente legate, e per gli italiani gli agricoltori (50%) sono il soggetto che più di tutti rende sostenibile il nostro sistema di produzione alimentare, più di industria alimentare (47%), governo nazionale (45%), amministrazioni regionali (35%) e istituzioni europee (31%). Si tratta di alcune evidenze tratte dal secondo Osservatorio sul mondo agricolo, dal titolo L’agricoltura nella seconda ondata, tra resistenza e rilancio, a cura del Censis e della Fondazione Enpaia, l’Ente Nazionale di Previdenza per gli Addetti e per gli Impiegati in Agricoltura.

Mangiare bene vuol dire “sano e sostenibile”

Di fatto, per il 60% degli italiani l’agricoltura finora ha dato un contributo importante nella lotta al cambiamento climatico. Inoltre, secondo il 93% degli intervistati è decisiva per le aree rurali. Del resto, attualmente l’agricoltura consente agli italiani di mangiare sostenibile con prodotti nutrienti e salutari (51%), non trattati con pesticidi (40%), di origine locale (28%), dal prezzo per tutti accessibile (22%), realizzati con metodi e tecniche a basso impatto ambientale (19%). I criteri con cui gli italiani scelgono gli alimenti esprimono i valori che il cibo deve rispettare, quindi, i requisiti di produzione e distribuzione a cui devono attenersi i soggetti della filiera.

Favorire gli investimenti in economia verde e circolare

Con la caduta a due cifre delle variabili economiche dovute all’emergenza sanitaria sono aumentati sia la spesa alimentare domestica (+2,3%) sia gli acquisti nei negozi di vicinato. Gli italiani quindi hanno dosato i criteri funzionali per mettere in tavola cibo sano e sostenibile, riferisce Askanews. Se la seconda ondata di Covid-19 rende i ristori statuali vitali per tante imprese, nel post-pandemia gli italiani vogliono più finanziamenti per le imprese che fanno meglio delle altre. Così, il 93,7% degli italiani è favorevole a dare aiuti alle imprese agricole che investono in sostenibilità, intesa come tutela dell’ambiente e delle comunità. E il 92,3% dice sì a ridurre le tasse alle imprese per favorire gli investimenti in economia verde e circolare.

La crisi della ristorazione minaccia anche l’agricoltura

Meno 40%: è questo il buco di fatturato atteso dalla ristorazione a fine anno, tra lockdown e seconda ondata di Covid. La crisi della ristorazione minaccia però anche l’agricoltura, minandone la tenuta mostrata finora. Carenza di manodopera a causa delle restrizioni, taglio dei fatturati per il calo di vendite dei settori collegati, crisi degli agriturismi sono solo alcuni dei moltiplicatori degli effetti economici sul mondo agricolo. Dai dati emerge però che se nel primo semestre 2020 il valore aggiunto per l’agricoltura è sceso del -3,8% reale rispetto al 2019 per l’industria è sceso del -18,9% e del -10% per i servizi. E se nel secondo trimestre 2020 l’agricoltura registra un -8% di rapporti di lavoro attivati rispetto al 2019 sul totale dell’economia il calo è stato del -44,5%.

La pandemia cambia il wellness, meno palestra più meditazione

Aumenta il numero di chi si dedica alla meditazione o ad attività all’aria aperta alternative alla palestra, perché con la crisi da Covid il 64% dei cittadini globali ritiene che il benessere emotivo sia più importante di quello fisico. Alcuni mettono in atto anche piccole strategie fai da te per far calare l’ansia, utilizzando tecniche che vanno dalla respirazione alla musicoterapia fino ai bagni in acqua ghiacciata. In calo vertiginoso, invece, gli allenamenti collettivi nei templi del fitness e il ricorso ai personal trainer. Lo attesta un’indagine condotta da Vice Media Group su oltre 4.000 persone dai 16 ai 39 anni di 30 paesi pubblicata dal Global Wellness Institute.

Millennial e Gen Z più attenti al benessere da quando è scoppiata la pandemia

Insomma, Michelle Obama, che ha dichiarato di soffrire di una forma lieve di depressione causata dal lockdown e dal clima sociale e politico, è in buona compagnia. Oltre il 50 % degli americani afferma infatti che il Covid sta mettendo a dura prova il loro benessere mentale. Ma il sondaggio getta uno sguardo anche su come il Covid-19 stia stimolando nuovi atteggiamenti da parte dei Millennial e della Gen Z. “I ragazzi – si legge – riferiscono di essere molto più dediti al loro benessere da quando è scoppiata la pandemia di quanto non lo fossero prima”. Il 60 % dei Millennial e dei giovanissimi della Gen Z riferisce infatti di credere che il modo in cui ci prendiamo cura della nostra salute sarà il cambiamento sociale più duraturo dopo questa pandemia.

Cresce l’attenzione per il fitness in chiave rilassante

Il 52% degli intervistati afferma poi che dedicherà più tempo ad allenarsi, e il 20% di voler spendere di più per farlo, ma il 47% si eserciterà a casa, evitando a lungo palestre e personal trainer, oppure all’aperto. Tra le attività più gettonate nei prossimi mesi quelle semplici, con il 64% che preferirà la camminata e la corsa, il 38% la bicicletta e il 35% l’escursionismo. Sono infatti queste le attività al centro della propria routine di allenamento post-pandemia. Ma la controprova di tanta fame di metodi per curare l’ansia è anche l’aumento di coloro che cercano di alleviare l’intensità delle proprie emozioni negative ricorrendo a soluzioni che invece le peggiorano, riporta Ansa. Come, procrastinare, non prendere decisioni, mangiare male o bere troppo, fino all’abuso di droghe.

Strategie fai da te per fronteggiare i problemi emotivi

Gli esperti del Global Wellness Institute suggeriscono però alcune tecniche semplici, salutari ed efficaci in grado di aumentare il senso di controllo e padronanza. Si tratta di piccole strategie fai-da-te che chiunque può sperimentare. Non sono una cura, sottolineano, ma offrono meccanismi psicologici di coping, ovvero di adattamento, in grado di aiutarci a fronteggiare problemi emotivi e di stress. Come respirare in modo consapevole e controllato, praticare tecniche di mindfulness e di meditazione, abbassare la temperatura corporea immergendo tutto o parte del corpo in acqua fredda, e ascoltare musica rilassante.

Gli italiani e la scienza prima e dopo il lockdown

L’Italia è più diffidente rispetto a un anno fa, ma al tempo stesso più convinta del ruolo della scienza nelle decisioni politiche. Quello tra gli italiani e la scienza è un rapporto consolidato, anche se la pandemia ha cambiato la sfera delle aspettative, sia sul sapere scientifico sia sulle applicazioni pratiche immediate. Secondo i risultati della ricerca che Yakult Italia ha commissionato ad AstraRicerche, la scienza incuriosisce la maggioranza degli italiani (84%), molti dei quali (69%) cercano di tenersi aggiornati sulle ultime scoperte, soprattutto seguendo documentari o programmi di divulgazione scientifica, o attraverso riviste cartacee e online. Restano comunque 2 su 5 gli italiani che nonostante la massiccia presenza mediatica di scienziati e medici degli ultimi mesi considerano le informazioni scientifiche troppo difficili da capire.

A chi e a cosa crediamo

Aumenta infatti di oltre il 10% la quota di chi dichiara di non sapere quali scoperte scientifiche ritenere valide, date le frequenti contraddizioni. Il periodo trascorso ha avvalorato negli italiani la convinzione che si dovrebbero ascoltare gli scienziati prima di prendere decisioni sul futuro dei Paesi e del Pianeta. D’altra parte, il continuo confronto del Governo con il mondo scientifico durante questi ultimi mesi ha fatto sì che diminuisse la quota di chi teme che in futuro la politica dia poco ascolto alla comunità scientifica (-10% circa rispetto al 2019).

La fake news resta dietro l’angolo

Nonostante il 73% degli intervistati affermi che la credibilità di una notizia scientifica sia legata a pubblicazioni approvate dalla comunità scientifica, il fattore che sembra dare maggiore credibilità a una notizia è quello della vicinanza. Si tende infatti a credere a scienziati, istituzioni e notizie con cui sentiamo di avere qualcosa in comune: la voce di un’università nota pesa più di quella di organismi internazionali come l’OMS. E circa metà degli intervistati dichiara di credere a una notizia se conferma qualcosa che già sa, o se la sente da uno scienziato molto visto sui media. Solo 1 italiano su 2 effettua inoltre una qualche forma di fact-checking, e solo 1 su 3 controlla se la notizia riporta una fonte.

Risposte chiare, ma in quanto tempo?

Ma quanto tempo serve, secondo gli italiani, perché la scienza dia risposte chiare davanti a un nuovo fenomeno? Meno di un anno per quasi 1 italiano su 2 (in particolare gli uomini, i 25-34enni e gli appartenenti alla classe con maggiori risorse), e addirittura meno di 6 mesi per 1 intervistato su 5.

“Probabilmente – commenta Cosimo Finzi, direttore di AstraRicerche – l’attesa pressante di un vaccino contro il Coronavirus è una ‘molla’ che spinge molto in alto le aspettative sulla rapidità dei tempi, nonostante lo stesso mondo scientifico abbia più volte avvisato della necessità di tempi ben maggiori”.