460.000 piccole imprese rischiano la chiusura

le imprese più piccole sono a rischio estinzione. Il Covid-19 potrebbe spazzare via addirittura il doppio delle microimprese “morte” tra il 2008 e il 2019 in conseguenza alla grande crisi. Di fatto, è in pericolo il meglio del modello di sviluppo italiano: 460.000 piccole imprese italiane, quelle con meno di 10 addetti e sotto i 500.000 euro di fatturato, rischiano infatti di essere decimate a causa dell’epidemia. Sono l’11,5% del totale, e nel 2021 potrebbero non esserci più, insieme a un fatturato complessivo di 80 miliardi di euro, e quasi un milione di posti di lavoro.

Crollo dei fatturati e crisi di liquidità

È quanto emerge dal 2° Barometro Censis-Commercialisti sull’andamento dell’economia italiana, realizzato in collaborazione con il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, attraverso le valutazioni di un campione di 4.600 commercialisti italiani. Dallo studio emerge inoltre che il 29% dei commercialisti rileva come più della metà delle microimprese clienti (370.000) abbia almeno dimezzato il proprio fatturato, un dato che scende al 21,2% nel caso di commercialisti che si occupano di imprese medio-grandi. Inoltre, il 32,5% registra in più della metà della clientela (415.000) una perdita di liquidità superiore al 50% nell’ultimo anno (il dato scende al 26,2% tra i commercialisti che seguono imprese di maggiori dimensioni).

Il parere sugli interventi pubblici

Le misure pubbliche adottate durante l’emergenza ottengono una valutazione non omogenea, in particolare, il sostegno alle imprese (moratoria sui mutui, garanzie statali sui prestiti) viene giudicato positivamente dal 45,2%, e in modo negativo dal 34%, gli aiuti al lavoro (divieto di licenziamento, ricorso alla Cassa integrazione in deroga) sono promossi dal 43,4%, e bocciati dal 34,9%, e il sostegno alle famiglie (bonus babysitter, congedi parentali, Reddito di emergenza) è visto con favore dal 36,6%, mentre il 37,5% ne dà un giudizio negativo. La sospensione dei versamenti fiscali e contributivi per le imprese più penalizzate, poi, è valutato bene dal 33,3%, male dal 46,9%. Per i commercialisti lo sforzo statuale nel supportare gli operatori economici e i lavoratori durante il blocco di mercati e imprese va apprezzato, ma non basta. Bisogna intervenire subito agendo su quello che non ha funzionato.

Snellire gli adempimenti burocratici e i passaggi formali

Se gli strumenti di sussidio vengono promossi, viene però bocciata l’effettiva applicazione delle misure a causa dei detriti burocratici che rallentano tutto. Per i commercialisti occorre snellire gli adempimenti burocratici e i passaggi formali per rendere gli interventi più efficaci. Il 79,9% dei commercialisti auspica infatti più chiarezza nei testi normativi, il 76,7% chiede tempestività nei chiarimenti sulle prassi amministrative, il 70,7% molti meno adempimenti, il 67,2% una migliore distribuzione delle risorse pubbliche tra i beneficiari, il 61,1% una più efficace combinazione delle misure adottate, il 58,4% un taglio netto dei tempi necessari per l’effettiva erogazione degli aiuti economici, il 49,9% ritiene necessari stanziamenti economici più consistenti.

Ma per il 41% bisogna essere pronti a tutto, e il 27,6% sottolinea l’ansia pervasiva provocata dalla nuova ondata di contagi.

Gli italiani e il risparmio, oggi e domani

Come si comportano gli italiani nei confronti del risparmio, soprattutto in questi mesi così anomali? A questa domanda ha risposto l’indagine sugli “Italiani e il risparmio”, condotta da Acri e Ipsos. Sono tante le rilevanze emerse, a cominciare da alcune forti contraddizioni: da una parte i nostri connazionali manifestano una ritrovata serenità e fiducia rispetto alla propria situazione economica, d’altra parte è diffusa una preoccupazione generalizzata circa i destini del Paese e del mondo, che induce molta cautela sia nel consumo, sia nell’investimento. All’interno di questo scenario, si delineano anche due differenze sostanziali: una quota significativa di italiani, seppur minoritaria, sta velocemente riducendo la propria capacità di resistere alle difficoltà, mentre altri la stanno migliorando.

Conta più la salute dell’economia

Anche se i temi legati alla salute hanno pesato di più rispetto a quelli economici, resta il fatto che negli ultimi mesi ci siano stati dei cambiamenti. In particolare, durante il lockdown – con la conseguente riduzione delle occasioni di consumo – si è visto un incremento del risparmio, dando un’ulteriore spinta a una propensione ben consolidata degli italiani che, in questo modo, si sentono sempre più al riparo di fronte al timore dell’imprevisto. Diversa invece la situazione per le persone che già vivevano delle difficoltà: gli ultimi mesi hanno infatti decisamente peggiorato la loro capacità di risparmio. 

Cambia il percepito sull’Europa

In questo contesto, è cambiato anche il sentimento degli italiani nei confronti dell’Unione Europea. Gli aiuti durante l’emergenza Covid hanno portato a una crescita del livello di fiducia, con dei riverberi sul livello di soddisfazione per l’Euro. Il Recovery Fund, infatti, è molto noto e segna un cambio di passo, anche se non ancora una vera e propria svolta positiva nella relazione tra Italia e Europa. Gli italiani ambiscono e guardano al risparmio come fonte di tranquillità, molto più di quanto non accadesse in passato, a fronte di un futuro in cui le incognite non mancheranno. Infatti, oggi il risparmio viene sempre più vissuto come un ingrediente funzionale a una proiezione al breve-medio termine, piuttosto che come fonte di sacrificio odierno per una progettazione di lungo periodo.

Il futuro? Incerto

Diverso il discorso se ci chiede ai nostri connazionali di immaginare uno scenario fra 10 o 20 anni. In questo caso, permane forte il senso di preoccupazione, dovuto ovviamente sia alla salute e all’economia. Rispetta a quest’ultimo, gli italiani considerano centrale la necessità di proporre un futuro migliore e con più ampie prospettive ai giovani, soprattutto puntando su formazione e sostenibilità.

Effetto Covid, i cinque trend del digitale

L’accelerazione digitale impressa dal coronavirus è un dato di fatto. Ed è stata tanto forte da creare uno “scontro” fra la disillusione nei confronti dell’entusiasmo digitale, il cosiddetto techlash, e il tech-clash, una sorta di disallineamento tra i valori delle persone e i modelli tecnologici. Le aziende che non sapranno gestire questo scontro “si troveranno ad affrontare un clima di sfiducia e insoddisfazione crescente da parte dei consumatori”, spiega Valerio Romano, intelligent cloud&engineering director di Accenture. Quelle che invece ambiscono a superarlo dovrebbero cavalcare cinque tendenze individuate da Accenture nella seconda edizione della Technology Vision 2020. E definite The I in Experience, AI and Me, Dilemma delle Smart Things, Robots in the Wild. E Innovation Dna.

Trasformare il rapporto con i clienti e renderli partner

Le aziende avranno bisogno di creare esperienze personalizzate, che diano agli individui maggior potere decisionale, riporta Agi. “Cinque imprese su sei ritengono che per vincere la concorrenza nel prossimo decennio le organizzazioni debbano trasformare il proprio rapporto con i clienti e renderli partner”, spiegano gli esperti di Accenture. È quello che Accenture definisce The I in Experience.

Il modello che trasforma spettatori passivi in attori attivi e partecipi

Analizzando il quadro post Covid, sono emersi anche i vantaggi della collaborazione tra uomo e AI. E la seconda tendenza, AI and Me, è quella per cui l’AI potrebbe diventare lo strumento in grado di far emergere il pieno potenziale delle persone.

Un prodotto connesso muta di continuo

Secondo Accenture sta cambiando anche il concetto di proprietà di un prodotto. Un prodotto connesso muta infatti di continuo, perché aggiornato di continuo. L’emergenza sanitaria sta aumentando notevolmente il bisogno di oggetti e servizi intelligenti, e il possibile squilibrio tra connettività e privacy è destinato a emergere con grande forza.

“Le imprese devono pensare a come introdurre nuove funzionalità nei propri dispositivi senza oltrepassare i limiti”: questo è il Dilemma delle Smart Things.

I robot poi non operano più solo all’interno dei magazzini. È la tendenza definita Robots in the Wild. Con le persone costrette a casa (prima) e la nuova normalità del distanziamento sociale (adesso), i robot sono usciti dai confini tradizionali e sono stati impiegati più velocemente di quanto si sarebbe potuto immaginare.

Molti paradigmi possono essere superati

Le imprese possono accedere a una quantità senza precedenti di tecnologie, dal quantum computing all’AI fino alla blockchain. Già prima del Covid, il 76% dei dirigenti evidenziava come per innovarsi alla velocità richiesta dal mercato le aziende dovessero adottare con urgenza nuove modalità di azione. Dovrebbero quindi avere un Innovation Dna. L’accelerazione ha dato immediata concretezza a questa prospettiva.

“Abbiamo toccato con mano che molte attività possono essere fatte con modalità diverse – spiega Fabio Benasso, presidente e AD Accenture Italia -. Abbiamo capito che molti paradigmi possono essere superati”.

Agroalimentare sostenibile, 1.158 startup in tutto il mondo. Ma l’Italia è in coda

Tra il 2015 e il 2019 sono nate a livello internazionale 1.158 startup del settore agroalimentare che perseguono obiettivi di sostenibilità economica, sociale e ambientale. Circa il 39% in più rispetto all’anno precedente (835) e il 24% delle 4.909 startup agrifood complessive. È quanto emerge dal censimento dell’Osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano.

“Le imprese agroalimentari sono chiamate a dotarsi di buone pratiche e avvalersi di partnership solide – spiega Alessandro Perego, Direttore del dipartimento di Ingegneria Gestionale e Responsabile Scientifico dell’Osservatorio – in un’ottica di maggior sostenibilità e resilienza, dando spazio a soluzioni innovative”.

Svezia, Olanda e Finlandia i Paesi con più startup agrifood sostenibili

I Paesi con la più alta concentrazione di startup agrifood sostenibili sono Svezia, che conta 20 startup agrifood, di cui il 50% sostenibili, Olanda (49, di cui il 39% sostenibili) e Finlandia (27, di cui il 37% sostenibili). Secondo l’Osservatorio il 39% delle giovani aziende ha ricevuto almeno un finanziamento, per un totale complessivo di 2,3 miliardi di dollari raccolti. Pari, in media, a 5,2 milioni di dollari a startup.

L’Italia, con 53 startup agrifood di cui solo 7 sostenibili (il 13%), presenta secondo i ricercatori un mercato ancora limitato, che raccoglie appena 300 mila dollari di finanziamenti, lo 0,01% del totale.

Service Provider per ottimizzare le attività agricole e ridurre gli sprechi

Sempre secondo l’Osservatorio, quasi quattro startup dell’agrifood sostenibile su dieci, pari a 456 startup (il 39% del totale) sono Service Provider. Si tratta di startup specializzate nell’analisi dei dati e nel monitoraggio delle prestazioni attraverso dispositivi smart il cui obiettivo è quello di ottimizzare le attività agricole e ridurre gli sprechi. Inoltre, una startup su cinque si occupa di Food Processing, e punta su ingredienti naturali e cibi proteici alternativi (231 startup, il 20%), mentre il 15%, pari a 179 startup, è un Technology Supplier, che fornisce tecnologie per l’agricoltura di precisione e propone soluzioni per la coltivazione idroponica, riporta Askanews.

L’innovazione sostenibile cresce del 40%

“Le startup puntano sempre più a soluzioni innovative per spingere la transizione a sistemi di produzione più sostenibili e a modelli di consumo responsabili”, commenta Paola Garrone, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Food Sustainability.

L’innovazione promossa dalle nuove startup sostenibili è in crescita di quasi il 40% rispetto allo scorso anno, e può essere “una leva importante per rispondere alle attuali sfide del settore, trasformando le difficoltà in opportunità di sviluppo sostenibile”, aggiunge Alessandro Perego.

LinkedIn sostiene le assunzioni per i lavori più urgenti

LinkedIn sostiene i settori in prima linea nella risposta al Covid-19, e facilita l’incontro fra domanda e offerta di lavoro. Fino al 30 giugno LinkedIn offre ad aziende e organizzazioni del settore sanitario, compresi ospedali, produttori di dispositivi medicali, studi medici e di assistenza per la salute mentale, ma anche supermercati, magazzini e società di spedizioni, organizzazioni no-profit di soccorso in caso di calamità, la possibilità di pubblicare gratuitamente nuovi annunci di lavoro mission-critical per trovare e assumere il personale necessario a ricoprire posizioni critiche.  Allo stesso tempo, LinkedIn garantisce una connessione tra professionisti in campo medico per le posizioni sanitarie più urgenti.

Trovare rapidamente posizioni sanitarie aperte

In questo modo la piattaforma intende aiutare chi ha le competenze appropriate a trovare rapidamente posizioni aperte, promuovendole nella pagina Offerte di lavoro. Le posizioni sanitarie in prima linea, come medici e infermieri, saranno automaticamente aggiunte a un elenco di lavori urgenti, che saranno messi in evidenza agli iscritti di LinkedIn con le competenze pertinenti. Gli utenti di LinkedIn con competenze in linea con queste posizioni aperte riceveranno automaticamente messaggi via email e avvisi in tempo reale, in modo da potersi candidare immediatamente.

Mobilitazione dei recruiter per contribuire a ricoprire i ruoli più urgenti

Per supportare le organizzazioni sanitarie e no-profit di soccorso in caso di calamità che gestiscono gli effetti secondari del Coronavirus, come disoccupazione, assistenza all’infanzia e problemi di salute mentale, LinkedIn offre supporto attraverso il programma Recruiting For Good, con cui i dipendenti di LinkedIn con esperienza nella selezione del personale possono dedicare il proprio tempo per aiutare le organizzazioni a trovare talenti per ricoprire posizioni urgenti a pagamento e volontarie. La piattaforma prevede anche il supporto per le realtà clienti del settore sanitario con informazioni gratuite. I clienti di LinkedIn del settore sanitario hanno espresso infatti l’esigenza di ottenere assistenza per effettuare assunzioni per posizioni sanitarie di importanza critica.

“Stiamo rafforzando le iniziative per accelerare l’assunzione di personale”

Per supportare le loro necessità di assunzione, LinkedIn offre l’accesso per tre mesi a LinkedIn Talent Insights, in modo da fornire ai clienti dati e informazioni in tempo reale, per identificare in modo efficiente gli operatori sanitari critici, riporta Adnkronos.

“Stiamo rafforzando le nostre iniziative per contribuire ad accelerare l’assunzione di personale con le competenze critiche che sono più necessarie in questo momento – commenta Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia -. Ci impegniamo a fare la nostra parte e siamo grati per l’enorme supporto dei nostri esperti nell’acquisizione di talenti, che stanno contribuendo su base volontaria per favorire la selezione del personale per le posizioni urgenti e fare la differenza”.

Personalizzazione, digitalizzazione e lifelong learning i top trend della formazione

La globalizzazione ha portato nuovi modi di vivere, lavorare e anche studiare. Gli studenti di oggi sono i figli di una società globale, sono esigenti e informati, e ripongono grandi aspettative anche nei confronti degli istituti di formazione, che forniranno loro le competenze chiave per avventurarsi nella vita professionale. Nel report Top trends in education for 2020 il network di formazione Sommet Education ha identificato le tre tendenze dominanti che stanno trasformando in modo radicale l’approccio all’educazione. In particolare, i tre fattori chiave che influenzeranno il settore Education nel corso dell’anno saranno personalizzazione, digitalizzazione e lifelong learning

Adottare un approccio incentrato sullo studente

Per rispondere alle nuove richieste da parte degli studenti, molti istituti superiori stanno adottando un approccio incentrato sullo studente, che modella e migliora l’esperienza di apprendimento proprio come fanno i brand per i loro clienti, creando ad esempio posizioni come quella di Director of student experiences.

Secondo uno studio di Gartner (2019), riporta Adnkronos, oltre il 50% degli istituti di istruzione superiore inizierà a ridisegnare l’esperienza da offrire ai propri studenti con l’obiettivo di renderla più integrata e personalizzata entro il 2021. Gli studenti infatti si aspettano un elevato livello di servizio durante tutte le fasi della vita studentesca, dal recruiting all’ammissione fino al coinvolgimento post-laurea. E all’interno di questo approccio esperienziale, l’individualizzazione e la personalizzazione sono le esigenze e le richieste chiave.

La tecnologia è integrata in tutto il percorso formativo

La tecnologia può supportare lo sviluppo di un’esperienza studentesca più attiva attraverso interazioni integrate, mirate e più personali tra studenti e istituti che sfruttano l’uso di dati e tecnologie come l’AI. Dall’apprendimento personalizzato all’istruzione interattiva o al miglioramento dei sistemi educativi, la tecnologia è integrata in tutto il percorso.”A Sommet Education crediamo che apprendere dai migliori attraverso un approccio di mentoring e networking sia la strada per il successo, ma siamo anche fermamente convinti che non si possa tornare indietro al passato analogico – afferma Benoît-Etienne Domenget, Ceo di Sommet Education -. Il nostro modo di includere la tecnologia nell’approccio personalizzato per ciascun studente è quello di abbracciare il meglio di entrambi i mondi, reale e virtuale”.

L’apprendimento continuo è diventato una necessità

“Con la trasformazione in atto nel settore dell’istruzione, riteniamo che gli istituti di alta formazione dovrebbero essere agili e collaborare con i diversi stakeholder del settore per sostenere il cambiamento in atto e co-creare il futuro dell’istruzione – continua Benoît-Etienne Domenget -. L’apprendimento continuo è necessario affinché le persone rimangano attrattive sul mercato del lavoro. In un mercato dei talenti altamente competitivo e globalizzato, per un professionista l’apprendimento continuo è infatti diventato una necessità. In questo scenario in cui l’informatica e la tecnologia stanno rimodellando molte professioni e spingendo più persone a cambiare carriera, è fondamentale migliorare continuamente le proprie competenze o acquisirne di nuove per rimanere attraenti per i datori di lavoro.

Agrumi con la mutazione genetica meno acidi e indigesti

Gli agrumi rappresentano una delle fonti privilegiate di vitamina C nella nostra alimentazione, un elemento fondamentale soprattutto durante i mesi invernali. Tuttavia, una delle maggiori barriere al loro consumo è rappresentato dal sapore acido, che per molti li rende poco gradevoli, se non addirittura indigesti.

La buona notizia è che alcuni ricercatori italiani hanno scoperto una mutazione genetica che rende gli agrumi più dolci. A breve, quindi, potremmo consumare agrumi molto meno acidi. La scoperta si deve a un gruppo di ricercatori del laboratorio di Biotecnologie del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA) Olivicoltura Frutticoltura Agrumicoltura. Che in collaborazione con il John Innes Centre di Norwich, in Inghilterra, hanno caratterizzato la mutazione “acidless” (letteralmente “privo di acidità”) nei frutti di cedro, limone, limetta e arancio.

Isolata la mutazione acidless nelle varietà indicate come dolci

In pratica la mutazione è grado di addolcire il succo delle varietà di agrumi classicamente denominate come acide. Le mutazioni acidless hanno da sempre incuriosito i ricercatori, tanto da consentirne il riconoscimento e l’isolamento in molte specie di agrumi che venivano comunemente indicate come dolci. Questo, a causa dell’estrema riduzione dell’acidità nel succo. Nel tempo gli agrumi dolci, oltre a perdere l’acidità, hanno anche perso la capacità di colorare di rosso intenso foglie e fiori di molte specie. Questo perché i geni implicati nella mutazione sono strettamente connessi.

Il gene Noemi regola l’acidità dei frutti

L’analisi genetica, sviluppata mettendo a confronto varietà acide e dolci della stessa specie, ha consentito quindi l’identificazione di un gene, chiamato Noemi, fattore chiave in grado di regolare l’acidità dei frutti, e che funziona in stretta sinergia con il gene Ruby, identificato qualche anno fa dallo stesso team, e responsabile della sintesi delle antocianine, ovvero i pigmenti chiave della colorazione rosso porpora di frutti e foglie, riporta Agi.

Un tassello strategico per il miglioramento genetico di arance e mandarini

Lo studio inoltre chiarisce come, attraverso il percorso di domesticazione del cedro (una delle specie “vere”, insieme a pummelo e mandarino), una mutazione a carico di Noemi sia stata poi trasmessa a tutti gli agrumi da esso derivanti a seguito di incroci interspecifici. Oggi l’identificazione di Noemi e la possibilità di modulare la sua espressione rappresentano un tassello strategico per il miglioramento genetico degli agrumi, soprattutto per le arance e i mandarini, in quanto il controllo dell’acidità è determinante nell’isolamento di selezioni a diversa epoca di maturazione. Aspetti, questi, di grande impatto per un consumatore attento ed esigente.

Banca digitale e carte prepagate. Il futuro delle transazioni è smart

La digitalizzazione dell’ultimo decennio ha coinvolto ovviamente anche il mondo finanziario, e una categoria che ha colto l’opportunità di questa innovazione è proprio quella delle banche. Uno studio pubblicato da Bankitalia riporta che dei 34mila sportelli presenti sul territorio italiano nel 2008 ne sono rimasti solo 27mila. E le previsioni parlano di un ulteriore calo fino a 10mila sportelli nei prossimi 5 anni. Grazie a questa trasformazione negli ultimi anni è nato il concetto di banca digitale, ed è sempre più diffuso l’utilizzo delle carte prepagate smart. Un modo di effettuare pagamenti in modo semplice e flessibile, scelto soprattutto dai più giovani.

Gestire il conto con l’app

Il vecchio sistema bancario si è trasformato in qualcosa di accessibile a tutti con un unico requisito, una connessione Internet. Per banca digitale si intende un ente più facilmente raggiungibile, in cui si può aprire un conto dal cellulare firmando contratti elettronici mediante l’uso della firma elettronica o dello SPID, e caricando i documenti necessari direttamente in app, senza fare lunghe file di attesa. Le banche digitali permettono l’intera gestione del conto aperto mediante l’uso dello smartphone o del computer. Dalle applicazioni online è possibile consultare il proprio patrimonio, effettuare bonifici, pagare bollettini, aprire conti deposito e fare tutto ciò che una volta avrebbe richiesto la necessità di recarsi allo sportello.

Le carte prepagate

Negli ultimi due o tre anni, per avvicinarsi alle richieste e alle necessità dei clienti, le banche hanno creato un nuovo prodotto, le prime carte prepagate smart. Si tratta di una carta con IBAN, ma senza conto corrente collegato o, comunque, non sempre, su cui è possibile ricevere bonifici e fare pagamenti, il tutto completamente controllabile online.  I ragazzi appena maggiorenni nel 95% dei casi non apriranno un conto in banca. Un conto in banca comporta costi di gestione, la carta a esso associata non sempre può essere utilizzata all’estero, e se anche fosse possibile, avrebbe dei costi non da poco. Per questo la scelta ricade sempre più spesso su una carta prepagata. Più flessibile e più adatta alla gestione dei pagamenti dei più giovani.

I vantaggi del plafond

Uno dei vantaggi di utilizzare una carta prepagata smart è il fatto che siano facilmente reperibili da chiunque. Anche da chi si ritrova a essere protestato, cioè macchiato dall’esser stato un cattivo pagatore. Le carte con IBAN come queste, inoltre, hanno un plafond più alto rispetto alle corrispettive senza IBAN, non prevedono costi di gestione del servizio, e nella maggior parte dei casi, possono essere utilizzate in tutto il mondo a basso costo. Ma l’altro lato della medaglia dell’avere un plafond elevato è che questo non potrà essere in nessun modo sforato, ed è quindi possibile spendere solo il totale ricaricato, non di più. L’esistenza di un plafond può, però, essere vista anche come un vantaggio, in quanto non permette di spendere più di quanto si possiede, aiutando nella gestione del patrimonio, soprattutto per i più giovani

Flex economy, in Italia più di 15 milioni di dollari di valore aggiunto

La crescita economica a livello locale è guidata anche dalla presenza di grandi aziende, sempre più inclini ad adottare politiche di lavoro flessibile e abbandonare il vincolo di un’unica sede centrale, a favore di spazi di lavoro al di fuori dei grandi hub metropolitani. La migrazione in aree fuori delle principali città sta dando vita alla cosiddetta flex economy, un fenomeno che nel prossimo decennio potrebbe contribuire per oltre 254 miliardi di dollari alle economie locali. In Italia, ogni nuovo spazio di lavoro flessibile genera più di 15 milioni di dollari annui di Val (Valore aggiunto lordo) alle economie locali.

È quanto emerge dallo studio sugli spazi di lavoro nelle aree extra-urbane e nelle città di provincia di19 Paesi, commissionato da Regus a un team di economisti indipendenti.

Ogni spazio di lavoro flessibile porta allo sviluppo di 218 posti di lavoro

Oltre a consentire ai dipendenti di lavorare più vicino a casa, aumentare la produttività e risparmiare, l’inaugurazione di uno spazio di lavoro flessibile porta mediamente allo sviluppo di 218 posti di lavoro, inclusi i lavori temporanei della fase di allestimento, i ruoli permanenti legati alla gestione del centro e quelli legati all’occupazione dello spazio da parte delle aziende.

In Italia si stima che per ogni nuovo spazio di lavoro flessibile si creano 200 posti di lavoro. Di questi, 110 sono a diretto beneficio dei residenti dell’area o della città che ospita lo spazio.

Un aumento del Valore Aggiunto Lordo

I benefici per le aree locali derivanti dal lavoro flessibile si traducono anche in un aumento del Val, la misura del valore di beni e servizi prodotti in un’area. Si stima che uno spazio di lavoro flessibile medio generi 16,47 milioni di dollari ogni anno, con un’iniezione media di 9,63 milioni di dollari a livello dell’economia locale. In Italia i valori si attestano su livelli in linea con la media, pari a 15,23 milioni di dollari per anno, di cui 8,24 milioni di dollari “trattenuti” a livello locale.  Ma oltre all’impatto finanziario diretto, gli spazi di lavoro flessibile generano anche benefici “sociali” ai lavoratori e alla regione che li ospita.

Abbattimento delle ore di pendolarismo

Tra i benefici della flex economy, c’è la riduzione del tempo dedicato agli spostamenti, con 7.416 ore di pendolarismo mediamente risparmiate all’anno, e 6.735 per l’Italia. Un ufficio ubicato in un’area facile da raggiungere, inoltre, comporta anche altri vantaggi a livello sociale, poiché offre opportunità occupazionali anche a chi altrimenti avrebbe difficoltà a recarsi in ufficio.

Lo studio ha esaminato anche il potenziale da qui a 10 anni per ogni mercato. E se stima che la flex economy possa generare 3 milioni di posti di lavoro, con un’iniezione di Val a livello locale di 254 miliardi di dollari, per l’Italia la preview è di oltre 110.000 persone impiegate, e un Val stimato in 8.678 miliardi di dollari, di cui circa 4.512 trattenuti dalle economie periferiche.

L’ora solare una seccatura? No, un risparmio da 100 milioni di euro

A ottobre ha fatto il suo ritorno, dopo i canonici sette mesi, l’ora solare. Spostando indietro le lancette di un’ora, si guadagna in luce la mattina presto. Per il ritorno all’ora legale (forse, visto che esiste l’ipotesi di eliminarla in tutti i paesi dell’Unione Europea) bisognerà attendere il prossimo 29 marzo 2020. Ma, oltre al fatto di dormire un’ora in più o meno, a seconda dei periodi, l’ora solare-legale porta dei vantaggi? Oppure per i cittadini ha solamente effetti simili al jet-lag?

Consumati 505 milioni di kilowattora in meno

Stando alle rilevazioni, lo spostamento indietro dell’ora porta diversi vantaggi, anche per le persone, in termini di consumi energetici e sostenibilità ambientale. Secondo le stime preliminari registrate da Terna dal 31 marzo 2019, grazie a quell’ora quotidiana di luce in più che ha portato a posticipare l’uso della luce artificiale, l’Italia ha risparmiato complessivamente 505 milioni di kilowattora (quanto il consumo medio annuo di elettricità di circa 190 mila famiglie), un valore corrispondente a minori emissioni di CO2 in atmosfera per 250 mila tonnellate. Considerando che nel periodo di riferimento un kilowattora è costato in media al cliente domestico tipo (secondo i dati dell’Arera) circa 20 centesimi di euro al lordo delle imposte, il risparmio economico per il sistema relativo al minor consumo elettrico nel periodo di ora legale per il 2019 è pari a circa 100 milioni di euro.

A aprile e ottobre il maggior vantaggio

Nei mesi di aprile e ottobre si è registrato, come di consueto, il maggior risparmio di energia elettrica. Il fenomeno, ricorda Italpress, è dovuto al fatto che questi due mesi hanno giornate più “corte” in termini di luce naturale, rispetto ai mesi dell’intero periodo. Spostando in avanti le lancette di un’ora, quindi, si ritarda l’utilizzo della luce artificiale in un momento in cui le attività lavorative sono ancora in pieno svolgimento. Nei mesi estivi come luglio e agosto, invece, poiché le giornate sono già più lunghe, l’effetto “ritardo” nell’accensione delle lampadine si colloca nelle ore serali, quando le attività lavorative sono per lo più terminate, e fa registrare risultati meno evidenti in termini di risparmio di elettricità. Dal 2004 al 2019, secondo i dati elaborati da Terna, il minor consumo di elettricità per il Paese dovuto all’ora legale è stato complessivamente di circa 9,6 miliardi di kilowattora e ha comportato in termini economici un risparmio per i cittadini di oltre 1 miliardo e 650 milioni.