Simplicity at Work: uno studio dimostra che solo un dipendente su cinque considera “semplice” il proprio lavoro

La semplicità paga, anche sul posto in lavoro. E si parla di produttività da parte dei dipendenti delle aziende. Un recente studio condotto da Siegel+Gale su 14.000 impiegati in nove paesi del mondo dimostra infatti che le imprese più attente alla semplificazione del luogo di lavoro ottengono da parte dei loro dipendenti maggiore fiducia, fidelizzazione, impegno e capacità di innovazione  Eppure, in base ai dati ottenuti, un lavoratore su 5 ritiene che la propria occupazione sia eccessivamente “complessa”, su tutti i fronti.

La semplicità paga, anche in azienda

Sono diversi i fattori che contribuiscono a rendere un luogo di lavoro “semplice”. Lo studio dimostra che primeggiano in questo ambito le organizzazioni che comunicano chiaramente dall’alto i loro scopi, valori e obiettivi aziendali. Sono semplici i luoghi di lavoro dove viene spiegato in modo preciso e trasparente ai dipendenti quanto le loro mansioni possano influire sulle relazioni con i clienti e, quindi, portare ai migliori risultati aziendali. I luoghi di lavoro semplici promuovono la sicurezza psicologica, generando fiducia ed efficacia in azienda.

Dipendenti ambasciatori del brand

Nei luoghi di lavoro “semplici” si è visto che i dipendenti sono degli autentici campioni del brand, impegnati a promuovere ciò che l’azienda produce e rappresenta.  Si tratta di personale motivato da fattori intangibili, come la soddisfazione e la crescita personale. Questi lavoratori tendono inoltre a rimanere impiegati più a lungo, mentre i dipendenti non coinvolti sono motivati esclusivamente dallo stipendio e dai benefici economici. L’analisi, condotta a livello globale, ha messo in luce quanto sia importante il rapporto fra luoghi di lavoro semplici, cioè quelli in cui i dipendenti completano con facilità i loro compiti e si sentono produttivi e soddisfatti nel farlo, e i livelli di coinvolgimento nei confronti della propria azienda e del proprio datore di di lavoro.

Il valore aziendale si crea con la facilità

“In un’epoca in cui le vostre persone sono il vostro brand, lo studio dimostra il modo in cui la semplicità promuove la cultura organizzativa per trainare il valore aziendale”, ha affermato Brian Rafferty, direttore globale analisi aziendali e introspezioni di Siegel+Gale. “La ricerca dimostra i vantaggi per le piccole e grandi aziende dovuti alla semplificazione della vita al lavoro. La creazione e il mantenimento di una forte cultura del luogo di lavoro è un fattore di differenziazione per attrarre e trattenere i talenti al top. La costruzione della cultura aziendale tramite esperienze semplici sul lavoro è fondamentale”.

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Tasse: i lombardi sono gli italiani che pagano di più

Triste primato per i lombardi: sono loro che, in una classifica per Regioni, pagano più tasse al Fisco. In base a una recente ricerca condotta dall’Ufficio studi della CGIA, risultano proprio i lombardi i più tartassati dalle tasse rispetto agli altri cittadini italiani. Le regioni del Sud Italia, invece, sono quelle dove il sistema tributario si fa sentire con meno pesantezza.

Un confronto a tappeto su tutte le Regioni

L’analisi ha messo a confronto il gettito di imposte, tasse e tributi versati allo Stato, alle Regioni e agli Enti locali dai lavoratori dipendenti, dagli autonomi, dai pensionati e dalle imprese residenti su tutto il territorio nazionale. Le Regioni dove il fisco è più “gentile”, se così si può dire, risultano essere quelle meridionali. Ad esempio, riferendosi ai dati del 2015, in Campania  il gettito pro-capite medio è risultato di 5.703 euro, in Sicilia di 5.610 euro e in Calabria di 5.436 euro. Nel Sud e nelle Isole, stando ai numeri rilevati, il peso complessivo del fisco è pari a quasi la metà di quello che invece peserebbe sugli italiani che vivono nelle regioni del Nordovest.

Quasi l’85% delle imposte va allo Stato centrale

“L’esito di questa analisi dimostra come ci sia una correlazione tra le entrate fiscali versate, il reddito dichiarato e, in linea di massima, anche la qualità/quantità dei servizi erogati in un determinato territorio” ha spiegato Paolo Zabeo, coordinatore della CGIA. Sempre dalla ricerca, si evidenzia con chiarezza dove vadano a finire le tasse versate, con forti differenze a seconda dei livelli di governo. La ricerca segnala che il dato medio nazionale di tasse nazionali e locali versate nel 2015 ammonta a 8.800 euro pro capite. Di questo importo, l’84% è stato destinato allo Stato centrale (7.390 euro pro-capite), un altro 9,3% è andato alle regioni (825 euro pro-capite) e solo il 6,7% è stato assorbito dagli Enti locali, come i Comuni, le Province e le Comunità montane (585 euro pro-capite).

Quest’anno previsti meno carichi per le imprese

Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, quest’anno – rispetto al 2016 – l’imposizione fiscale dovrebbe scendere dello 0,4%. Questa come conseguenza della ripresa del Pil e alla riduzione dell’aliquota Ires (Imposta sui redditi delle società) che dal 27,5 scende al 24%. Per le società di capitali dovrebbe tradursi in un risparmio di circa 4 miliardi di euro. In generale, poi, le stime prevedono per il 2017 una pressione fiscale che si attesta al 42,5%.

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Manager allo stremo: colpa dello stress e delle poche pause

I manager non riescono a staccare la spina dal proprio lavoro. Per un eccesso di tempo speso in ufficio, amministratori delegati e dirigenti non ce la fanno a ritagliarsi delle pause da dedicare al relax o alle attività preferite. Insomma, considerare i “tempi morti” come un’occasione per pensare sembra essere un’utopia nelle grandi aziende e nelle multinazionali, sempre più complesse e invadenti.

Sotto pressione sette giorni su sette, 24 ore su 24

Il tema è di attualità, tanto che Boston Consulting Group gli ha dedicato uno studio approfondito, condotto su interviste ad amministratori delegati di diverse nazionalità. In base alle risposte, risulta evidente che le aziende siano sempre più complesse. Negli ultimi 50 anni, rivela l’indagine, l’indice di complessità delle maggiori compagnie elaborato da Bcg è cresciuto a un tasso del 7% all’anno. I “poveri” manager, quindi,  sono sottoposti a una pressione estrema sette giorni su sette, 24 ore su 24. E non va bene, nemmeno per la produttività.

Lo stop serve a lavorare meglio

Michele Panzetti, senior trainer della Scuola di Palo Alto, ha dichiarato in un’intervista all’agenzia AdnKronos che “se si lavora dodici ore al giorno tutti i giorni il nostro cervello ci fa andare più lenti, crea meccanismi di difesa, al pari del ‘fiatone’ quando si corre. I manager che funzionano sono quelli che hanno il coraggio di delegare e di avere momenti di stop”. “Non bisogna confondere l’iperattività con l’efficacia: essere indaffarati non significa essere produttivi”, spiega il rapporto di Bcg.

Aumentano i corsi per i manager, anche di cucina

Non è quindi un caso che si stia registrando, nelle aziende top, un deciso incremento di corsi leisure destinati ai manager, da quelli di musica a quelli di cucina. Tutte strategie per staccare la spina e ricaricare la mente con esperienze piacevoli e appaganti. Mentre all’estero è (quasi) assodato che un cervello che si concede distrazioni è poi più pronto a elaborare le informazioni, soprattutto quelle professionali, in Italia non è ancora così.

Dal più al meglio

Ora, secondo lo studio, “una delle più grandi sfide per gli amministratori delegati è placare l’iperattività per impegnarsi nel pensiero critico, facendolo diventare una routine”. La parola d’ordine per il futuro, specie per i mercati del domani, sarà quella di trasformare il presunto teorema “più produco più valgo sul mercato” con la logica del “meglio produco e meglio riesco a stare su mercato”. E le aziende che sapranno muoversi per tempo in questa direzione saranno quelle vincenti.

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